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“Basta giudizi tecnici, che il vino torni a essere passione e socialità”

“Basta giudizi tecnici, che il vino torni a essere passione e socialità”

L’enologo e produttore Emiliano Falsini riflette sul mondo del vino contemporaneo. E sui giovani, che “sono curiosi e sperimentano” influenzando il mercato

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Nato e cresciuto in Toscana, Emiliano Falsini si laurea in enologia a Firenze e inizia il suo percorso professionale all’interno del Gruppo Matura. Fin da subito la passione e la curiosità lo portano a collaborare con aziende dislocate in diverse regioni italiane. Oggi, con quasi trent’anni di esperienza, aiuta le aziende nel loro percorso qualitativo in molte delle più prestigiose aree del vino italiano, dal Piemonte alla Sicilia, passando dalla sua terra, la Toscana. Dal 2019 ha sviluppato anche un suo personale progetto con vini prodotti a Bolgheri e sul versante nord dell’Etna.

La situazione del mercato attuale del vino non è delle migliori. A suo avviso, cosa può essere cambiato del sistema produttivo attuale?

“Il mercato impone delle scelte che negli ultimi anni sono state un po’ procrastinate. In particolare, ci vorrebbe un blocco degli impianti. L’Italia è stato l’unico Paese che negli ultimi anni ha aumentato la superficie vitata e quindi sarebbe necessario fermarsi. Non escluderei neanche un sistema, come quello che esisteva in passato, dove era consentito lo scambio dei diritti d’impianto fra produttori. Questo potrebbe da una parte agevolare i più virtuosi e dall’altra incentivare produttori e zone a bassa marginalità a espiantare vigneti, dando la possibilità a chi invece ha un mercato di incrementare la superficie. Il tutto, però, restando all’interno di una superficie totale contingentata”.

Qual è lo stile preferito dal consumatore, anche per quanto riguarda i rossi, che stanno vivendo la loro stagione peggiore?

"È un momento storico in cui probabilmente alcune tipologie di vino rosso possono soffrire più di altre, perché si va verso una bevuta più leggera, elegante e fresca. Sicuramente alcune tipologie di vino, soprattutto su larga scala, possono pagare questo cambio stilistico e questa nuova tendenza nel consumo, come i vini rossi. Non bisogna poi sottovalutare il fattore climatico: purtroppo ormai, anche in Italia, viviamo spesso per quattro o cinque mesi all’anno con temperature piuttosto elevate e quindi il mercato dei vini rossi strutturati si assottiglia. Poi c’è un cambiamento legato ai consumi alimentari: la cucina è cambiata negli ultimi anni e spesso si consumano cibi che richiedono un accompagnamento con vini più leggeri e meno strutturati”.

Cosa pensi di alcune tipologie che si stanno affermando tra un pubblico giovanile, come gli ancestrali e i bianchi macerati?

“I giovani, per natura, sono un pubblico molto curioso. Rispetto alle persone di una certa età hanno meno costrizioni mentali e sono più aperti a gusti e sensazioni nuove. Basti pensare al mondo della musica, che per i giovani è completamente diverso rispetto a quello delle generazioni di cinquantenni e sessantenni. Probabilmente chi tra loro in questo momento si approccia al vino ha voglia di cimentarsi, di sperimentare con gusti come quelli degli ancestrali e dei bianchi macerati, ma anche con rossi più freschi e più fruibili che in passato erano relegati a un ruolo minoritario”.

Se una persona volesse diventare produttore oggi, quale potrebbe essere una bella sfida da affrontare?

“La sfida più importante, secondo me, è riportare il vino al ruolo sociale per cui è nato. Questa bevanda deve tornare al centro della convivialità, delle relazioni sociali e come veicolo di accompagnamento al cibo. Troppo spesso, negli ultimi anni, abbiamo relegato il vino a giudizi tecnici, punteggi e classifiche. Tutto questo va bene, ma dobbiamo iniziare a comunicare il vino per quello che realmente è: qualcosa legato alla cultura e alla socialità. Se perdiamo questo aspetto, credo che tanti consumatori, anche giovani, andranno persi e sarà molto difficile recuperarli. Quando si sono avvicinati al vino e poi si sono spostati verso altri lidi, diventa complicato riconquistare quella fetta di mercato, che ci ha consentito di andare avanti dalla crisi del metanolo in poi. Se vogliamo continuare a vendere bottiglie in giro per il mondo, dobbiamo cambiare molto: anche la comunicazione del vino e di tutto quello che ruota intorno ad esso”.