MILANO - È un'opera da far tremare i polsi: perché appartiene come nessun'altra alla storia della Scala, perché il pubblico è legato alle grandi interpretazioni del passato, perché scatena sempre grandi attese e reazioni appassionate. Ma Daniele Gatti, il direttore milanese 51enne che sarà sul podio di Traviata il 7 dicembre, vive la vigilia con grande tranquillità. Stato d'animo molto diverso da quando, nel 2008, affrontò il Don Carlo proprio nei giorni in cui circolava il suo nome come candidato alla direzione musicale scaligera. "Negli ultimi sette anni - dice - ogni volta che sono tornato alla Scala partiva il totodirettore. Questa volta no. Sono solo il signor Gatti che dirige Traviata e che sarà giudicato per questo. E il 3 gennaio me ne tornerò a casa".
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È deluso per non essere stato scelto?
"Non posso dire che non mi sarebbe piaciuto, ma non me lo sono mai posto come unico obiettivo della carriera. Alla Scala tornerò ancora nel 2015 con Falstaff in chiusura dell'Expo, poi nel 2017 con I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Ma ora mi concentro solo sulla Traviata".
Lei l'ha già diretta a Bologna nel 2005. È cambiato il suo approccio?
"È una delle opere di Verdi che ho affrontato di meno: non mi attirava molto. Mi hanno sempre più affascinato lavori più articolati come Simon Boccanegra, Don Carlos, Otello, anche Rigoletto. Quando ho ripreso in mano la partitura, però, mi sono ricreduto: ora ne apprezzo la delicatezza, la leggerezza della scrittura. Nonostante denunci un sopruso della società nei confronti di una donna, lo fa senza strepitare".
Da cosa è partito?
"Da una domanda: perché Violetta, che è una donna di mondo, accetta di lasciare Alfredo quando Germont padre glielo chiede? Vorrebbe redimersi, cambiare vita, inseguire una seconda opportunità attraverso l'amore. Ma la società ipocrita e bigotta non glielo consente. Oggi c'è un maggiore grado di tolleranza nei costumi, anche se penso che anche una escort dei giorni nostri si troverebbe di fronte a una chiusura. Traviata è figlia del suo tempo: un'epoca basata sul potere del denaro, che non permetteva alla donna di avere in mano la propria vita. Ed è proprio questo che Verdi denuncia".
Chi è Violetta?
"Una mina vagante che rischia di demolire i quattro pilastri della società borghese - Dio, patria, famiglia, onore - di cui Giorgio Germont è il simbolo. Un pessimo padre, il peggiore tra quelli tratteggiati da Verdi, che non ha mai un momento di pietà per Violetta e per il figlio. Si sente l'emissario di Dio ('Dio mi guidò' dice infatti nel duetto con Violetta) e non concede nemmeno alla donna, minata dalla malattia, di vivere la sua illusione d'amore prima di morire. E anche quando, nella scena a casa di Flora, dice al figlio: 'Di sprezzo degno sé stesso rende chi pur nell'ira la donna offende', lo fa soltanto per evitare uno scandalo".
Lei, dunque, insiste più sull'aspetto di denuncia sociale che sulla storia d'amore?
"Ho studiato musicalmente l'opera per dimostrare la fragilità, la solitudine, di un essere umano a cui non è concesso riscatto. Violetta compie un duplice sacrificio: rinuncia ad Alfredo e rinuncia alla vita, perché il tornare alle abitudini dissolute accelera la sua malattia. Ecco perché, nel finale, ho scelto la prima versione di Verdi, con i violini che suonano un'ottava sopra. Il colore del suono suggerisce, se non proprio una verklärung (trasfigurazione, ndr) wagneriana, almeno un'ascesa al cielo. Si è sempre detto che Verdi fosse ateo. Noi però non sappiamo cosa ci fosse nel suo animo. Ma nel modo in cui terminano Otello, il Requiem, Traviata, non c'è nulla di tragico. La tragedia è per quelli che restano. Forse non credeva che, dopo la morte, ci sia il nulla".
Secondo i rumors, Violetta muore di overdose. È vero?
"No, non morirà di droga. E non morirà sulla lavatrice. Non so come possano circolare certe voci. Si accascia su una sedia, stremata da quell'amore che la attrae e la respinge nello stesso tempo. Il suo destino è segnato sin dall'inizio, da quel preludio che sottolinea la sua fragilità".
Come ha trovato la protagonista, Diana Damrau?
"È un'ottima musicista, è intelligente e portata a farsi domande. Tecnicamente può cantare tutto. Trovo che la disquisizione sulle voci verdiane lasci il tempo che trova: è una questione di accento, è legata alla parola e al libretto. Verdi stesso usava cantanti che eseguivano anche un altro repertorio: che voci avevano? Non lo sappiamo".
Cosa si aspetta dal pubblico?
"Che non arrivi in teatro prevenuto, che ascolti l'opera con orecchio rispettoso, anche se non sentirà esattamente quello che si aspetta. Da parte mia, ho cercato di tornare alla base, a quello che ha scritto Verdi, ripulendo e purificando l'opera dai cliché".
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È deluso per non essere stato scelto?
"Non posso dire che non mi sarebbe piaciuto, ma non me lo sono mai posto come unico obiettivo della carriera. Alla Scala tornerò ancora nel 2015 con Falstaff in chiusura dell'Expo, poi nel 2017 con I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Ma ora mi concentro solo sulla Traviata".
Lei l'ha già diretta a Bologna nel 2005. È cambiato il suo approccio?
"È una delle opere di Verdi che ho affrontato di meno: non mi attirava molto. Mi hanno sempre più affascinato lavori più articolati come Simon Boccanegra, Don Carlos, Otello, anche Rigoletto. Quando ho ripreso in mano la partitura, però, mi sono ricreduto: ora ne apprezzo la delicatezza, la leggerezza della scrittura. Nonostante denunci un sopruso della società nei confronti di una donna, lo fa senza strepitare".
Da cosa è partito?
"Da una domanda: perché Violetta, che è una donna di mondo, accetta di lasciare Alfredo quando Germont padre glielo chiede? Vorrebbe redimersi, cambiare vita, inseguire una seconda opportunità attraverso l'amore. Ma la società ipocrita e bigotta non glielo consente. Oggi c'è un maggiore grado di tolleranza nei costumi, anche se penso che anche una escort dei giorni nostri si troverebbe di fronte a una chiusura. Traviata è figlia del suo tempo: un'epoca basata sul potere del denaro, che non permetteva alla donna di avere in mano la propria vita. Ed è proprio questo che Verdi denuncia".
Chi è Violetta?
"Una mina vagante che rischia di demolire i quattro pilastri della società borghese - Dio, patria, famiglia, onore - di cui Giorgio Germont è il simbolo. Un pessimo padre, il peggiore tra quelli tratteggiati da Verdi, che non ha mai un momento di pietà per Violetta e per il figlio. Si sente l'emissario di Dio ('Dio mi guidò' dice infatti nel duetto con Violetta) e non concede nemmeno alla donna, minata dalla malattia, di vivere la sua illusione d'amore prima di morire. E anche quando, nella scena a casa di Flora, dice al figlio: 'Di sprezzo degno sé stesso rende chi pur nell'ira la donna offende', lo fa soltanto per evitare uno scandalo".
Lei, dunque, insiste più sull'aspetto di denuncia sociale che sulla storia d'amore?
"Ho studiato musicalmente l'opera per dimostrare la fragilità, la solitudine, di un essere umano a cui non è concesso riscatto. Violetta compie un duplice sacrificio: rinuncia ad Alfredo e rinuncia alla vita, perché il tornare alle abitudini dissolute accelera la sua malattia. Ecco perché, nel finale, ho scelto la prima versione di Verdi, con i violini che suonano un'ottava sopra. Il colore del suono suggerisce, se non proprio una verklärung (trasfigurazione, ndr) wagneriana, almeno un'ascesa al cielo. Si è sempre detto che Verdi fosse ateo. Noi però non sappiamo cosa ci fosse nel suo animo. Ma nel modo in cui terminano Otello, il Requiem, Traviata, non c'è nulla di tragico. La tragedia è per quelli che restano. Forse non credeva che, dopo la morte, ci sia il nulla".
Secondo i rumors, Violetta muore di overdose. È vero?
"No, non morirà di droga. E non morirà sulla lavatrice. Non so come possano circolare certe voci. Si accascia su una sedia, stremata da quell'amore che la attrae e la respinge nello stesso tempo. Il suo destino è segnato sin dall'inizio, da quel preludio che sottolinea la sua fragilità".
Come ha trovato la protagonista, Diana Damrau?
"È un'ottima musicista, è intelligente e portata a farsi domande. Tecnicamente può cantare tutto. Trovo che la disquisizione sulle voci verdiane lasci il tempo che trova: è una questione di accento, è legata alla parola e al libretto. Verdi stesso usava cantanti che eseguivano anche un altro repertorio: che voci avevano? Non lo sappiamo".
Cosa si aspetta dal pubblico?
"Che non arrivi in teatro prevenuto, che ascolti l'opera con orecchio rispettoso, anche se non sentirà esattamente quello che si aspetta. Da parte mia, ho cercato di tornare alla base, a quello che ha scritto Verdi, ripulendo e purificando l'opera dai cliché".