Ex dopati tornano, vincono, ma l'ombra non si cancella
di ENRICO SISTI
L'atletica è piena di ritorni e così anche il ciclismo (basterebbe il solo Contador). Ci sono casi nel tennis. Un filo rosso segue come una coda infuocata la confusione tra lecito, sanzione, illecito, sanzione inadeguata, e unisce tutte le discipline, dalle più ricche e alle più povere
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ROMA - Quanti sono tornati e hanno rivinto. Tanti. Ma te li dimentichi. Sono quasi troppi. Quanti hanno continuato a guardarli con sospetto, cercando sul loro petto il marchio a fuoco della lettera scarlatta, della colpa che puritanamente non si estingue. Troppi anche questi. L'atletica è piena di ritorni dall'inferno, e così anche il ciclismo (basterebbe il solo Contador). Ci sono casi nel tennis. Un filo rosso segue come una coda infuocata la confusione tra lecito, sanzione, illecito, sanzione inadeguata, e unisce tutte le discipline, dalle più ricche e alle più povere, sino a quelle invisibili o quelle che ti chiedi: ma davvero si dopano? Il bridge, per esempio.
L'ombra del dubbio, l'ombra di uno scomodo, sconveniente passato resta malgrado le scuse e il legittimo diritto al riscatto che nessuno nega ma che non sempre basta per diradare le nuvole. L'errore commesso dove tutto dovrebbe essere di cristallina correttezza è una nebbia densa e atroce che spacca in due le opinioni del mondo. Come certi sport che perdonano e condannano per le stesse mancanze (i 2 anni alla Hingis per cocaina contro la pacca sulla spalla a Gasquet). Cilic si prese 9 mesi per nikethamide (uno stimolante del sistema nervoso) ma la pena fu retroattiva e lui andò a vincere lo U.S Open. Difformità. Poi c'è chi pensa che chi si è drogato una volta continuerà a farlo per sempre, magari migliorando la sostanza. Una volta prese, le brutte abitudini sono dure a morire. Di Gatlin, lo scorso anno, hanno detto: "Non può fare meglio a 33 anni di quanto facesse a 26! Si prenderà dell'altro...". Battute che spiegano. Cattive ma eloquenti. Complice il suo libro, in cui fece piazza pulita delle ipocrisie e dei pregiudizi che inquinano l'atletica, l'inglese Dwain Chambers non è più riuscito a farsi perdonare, né a correre abbastanza forte (era uno specialista dei 60 metri). Il terrore, per quanto a volte ben dissimulato, che qualcuno possa insistere col trattamento privilegiato (nei tuoi confronti) e trattarti pur sempre come un appestato, è dietro l'angolo. E qualcuno non riesce a orientarsi. Torna e non combina più niente. Quando Marion Jones uscì dal carcere che l'aveva ospitata per sei mesi per aver mentito a un tribunale (era legata al caso Balco) non ci pensò nemmeno a risalire la china. Provò a buttarsi nel basket. Molti spariscono prima venire intercettati (Montgomery, che era il marito della Jones, è finito in carcere per spaccio, Kenteris e la Thanou sono scappati ai controlli in motocicletta prima di Atene 2004).
Da Contador a Gatlin, rientri vincenti dopo la squalifica: ma l'ombra resta
Dall'atletica al ciclismo, dal nuoto al tennis, tanti gli atleti di nuovo in gara dopo le squalifiche per uso di sostanze non consentite. E, anche se tornano a vincere, l'ombra rimane
Sono soprattutto le relazioni umane, fra atleta e atleta, fra atleta e federazione, fra atleta e allenatore, che si guastano. E' soprattutto la convinzione in se stessi che può mutare nella (seconda) vita di chi si rimette in carreggiata dopo aver sbagliato, una, due volte. Bravo Schwazer a trovare Donati e intelligente Donati a capire come e dove intervenire intuendo che dietro i dolorosi e colpevoli fatti c'era ancora un potenziale campione. Altri meno fortunati brancolano senza aiuti, sognano una fata turchina, un allenatore che creda in loro. Ma non se ne trovano tanti. Tyson Gay, anche lui rientrato da una squalifica, prima di fermarsi aveva invertito i ruoli: si faceva allenare da un tecnico finito in carcere per distrazione di fondi universitari! Quando uscì il tecnico, per poco non ci finì l'atleta...
Raccontava Justin Gatlin che appena tornato in pista dopo la lunga assenza ("star fuori dalle gare equivale a una pena detentiva") lo trattavano come se fosse un untore: "I grandi meeting mi dicevano no, qualcuno mi attaccava il telefono in faccia". Doveva contentarsi di correre in Estonia, in Finlandia, nell'ex Repubbliche sovietiche, aggrappandosi a 1000 dollari di gettone. E poi esiste anche, nascosta, la paura che la scienza possa un giorno tornare a sbugiardarti, o a mettere in pericolo le tue successive prestazioni, perché magari si scopre con sempre più verosimiglianza che certi farmaci rimangono nel tempo, non ossidano l'organismo bensì lo trasformano. Qualche tempo fa, il professore di fisiologia norvegese Kristen Gunderson dell'Università di Oslo studiò l'effetto degli steroidi sui muscoli dei topi. Ebbene, essendo la biologia della crescita muscolare identica fra uomini e topi ammise: "Queste sostanze innescano una miccia nelle miofibrille alterando per sempre le modalità della crescita della massa. Questi effetti possono essere o durare per decadi o essere definitivi. Certo non possiamo limitarci a due o quattro anni, come vorrebbe farci credere le durate delle sanzioni agli atleti che ne fanno uso". E questo soltanto per quanto concerne ciò che è stato, è e sarà rintracciabile dall'attuale anti-doping (sul non rintracciabile si possono spendere solo parole vane). "Anche dopo la squalifica, gli ex dopati hanno qualcosa in più, hanno muscoli più flessuosi e tendini più resistenti", disse Filippo Magnini, parlando in generale e, in particolare, del cinese Ning Zetao, oro mondiale a Kazan 2015 nei 100 sl, fermato un anno nel 2011 per steroidi.
Lo sport combatte il suo demone ma ne rimane avvinto. Chi ha barato può difendersi attaccando: "Sfido tutti ad ammettere che almeno una volta nella vita non hanno pensato di doparsi". Troppo facile e soprattutto offensivo. La parte oscura dell'efficienza, quella che coltivi giorno dopo giorno come fosse il tuo orticello privato, cui nessun altro ha accesso all'infuori di te e di qualche sordido, zelante e magari strapagato consigliere, è una condizione così seducente che non capisci più se sei tu che ti dopi o sei tu che dopandoti diventi un altro. Ami e odi quello che fai. Schwazer ha spiegato alla perfezione questo stato: ha raccontato di essersi sentito sdoppiato, quando ricorreva alla chimica criminale. Disse allora: "Per doparti devi avere le p...e". Sdoppiati, gli atleti che tornato dopo una squalifica per doping, in qualche modo rimangono. Un po' sono quelli di prima ma al tempo stesso lottano disperatamente per staccarsi da quell'immagine. Vogliono, debbono credere di essere usciti dalla loro personalissima bolgia. Bisogna avere gli attributi anche per sfuggire all'ombra che t'insegue e che ha mille facce. Anni fa l'atletica aveva preso in considerazione l'ipotesi di congelare, non tanto il sangue, quanto la carriera dei dopati andati a sentenza: "Con sei mesi di squalifica o più, per loro niente più Olimpiadi o Mondiali". Un ritorno a metà che appagherebbe chi, come l'ex tecnico di Schwazer Damilano, sostiene da tempo un inasprimento delle sanzioni. Ma come nell'anti-doping, anche nelle altre regole il governo internazionale traballa, dice una cosa e poi la smentisce, oppure non trova accordo per intensificare la lotta al doping prima e dopo il suo rinvenimento nell'organismo degli atleti. La prova è che alcune pratiche sono legali in un paese e illegali nel paese confinante (pensiamo alla camera ipobarica).
Di solito i "tornati" non sono tutti bravi al punto da ripresentarsi competitivi. Qualcuno qualcosa perde. Dipende dalla testa. Dipende dalla lunghezza della sospensione, dalle tracce emotive che l'evento lascia, o se continuano a gareggiare con la spada di Damocle che gli pende sulla testa. Al meeting di Losanna, lo scorso anno, al via sui 100 si presentarono Gatlin, Powell, Gay, Rodgers, Collins. Tutti più o meno avevano avuto guai con la giustizia sportiva. Dipende anche dalla forza con la quale (è il caso di Gatlin e Schwazer) sono stati attaccati e dalla forza, contrapposta, con la quale si sono difesi per evitare il baratro. Gatlin si porta dietro due squalifiche, due zavorre che gli hanno suggerito di rinunciare al progetto, cui stava lavorando con Trevor Graham, il suo coach di allora, ora squalificato a vita, a correre i 100 metri in 41 appoggi, preferendo concentrarsi sulla frequenza, anziché sull'ampiezza. Il che in parte depone in suo favore: che carattere, che capacità di valutazione istantanea del momento. E che furbizia! Ma dall'altro fa riflettere: come può uno ricadere nella stessa botola e non subire una squalifica a vita, che invece si applica per i tecnici o i medici (ma poi a Londra 2012 riapparve Victor Conte, l'inventore del Laboratorio Balco e del mitico ormone sintetico chiamato "The Clear")?
Ben Johnson, forse con Lance Armstrong, uno dei personaggi simbolo del doping nello sport (con l'unica differenza che uno è stato beccato e l'altro di fatto mai), non ebbe la forza di tornare dopo la squalifica, la cancellazione del record e la restituzione delle medaglie. Provò ma tutto quello che ottenne fu di sentirsi "lento come un elefante zoppo" e di farsi ribeccare. Su di lui pesò la certezza (perché di questo era convinto) di aver subito un torto, di essere stato solo un capro espiatorio: "Mi dopai per essere all'altezza degli altri che facevano altrettanto". In pratica era la vittima di una cospirazione mirata a coprire Lewis e Christie. Christie poi avrebbe parzialmente "rimediato" facendosi trovare positivo a sua volta, senza grande lucidità. Lewis, dicono le gole profonde, è sempre stato protetto. La leggenda del salto in alto Javier Sotomayor venne trovato positivo alla cocaina dopo aver vinto i Giochi Panamericani nel '99. Va ai Giochi di Sydney 2000 ma ormai non aveva più motivazioni, praticamente non era nemmeno più un atleta. Quasi gli dispiacque quando Fidel Castro in persona lo difese sostenendo che le accuse erano soltanto un modo per colpire l'immagine di Cuba nel mondo. Il quattrocentista americano LaShawn Merritt venne squalificato per due anni nel 2009. Sostenne di aver assunto un farmaco che gli avrebbe potuto ingrandire il pene: "La squalifica che riceverò non potrà mai superare l'imbarazzo e l'umiliazione che provo. Sono diventato oggetto di barzellette tra i miei compagni". E' tornato più forte di prima. Nel 2001 l'argentino Guillermo Coria venne sospeso per 2 anni (nandrolone). Nel 2004 arrivò in finale a Roland Garros. C'è anche un doping comico: il marciatore spagnolo Daniel Plaza vince la 20 km olimpica a Barcellona. Quattro anni dopo risulta positivo al testosterone: "E' colpa di una maratona...!". Un marciatore che fa una maratona? Sì ma di sesso orale con la moglie incinta. Gli danno due anni. Nel 2006 lo scagionano. Ma ormai è vecchio e si fa una risata. Venne scagionata anche Merlene Ottey, ma anche il suo ritorno era vincolato all'età avanzata (aveva quasi 40 anni). Ben diverso il destino della martellista russa Tatjana Lysenko: dopo la squalifica di due anni, torna e vince l'oro olimpico a Londra e due titoli mondiali, a Daegu e a Mosca. Per fermarla sono arrivate altre indiscrezioni: che un "ricalcolo" dei valori di una tasca del suo sangue del 2005 indicherebbero altro doping. Ormai troppo vecchio però. Ciò però dimostrerebbe che a Oslo forse hanno ragione (e Magnini con loro). Certe sostanze restano nel corpo e nel sangue molto più a lungo di una squalifica. E allora, aspettando di non avere alcuna notizia del doping del futuro, che nessuno troverà, come la mettiamo?