AUSTIN - Lo psicodramma della Formula 1, assediata e affamata da una crisi finanziaria senza precedenti, è andato in scena ieri pomeriggio al secondo piano della palazzina della Fom (la società che manda avanti la baracca) a due passi dal circuito. Fuori, sotto il sole texano, il tran tran del paddock procedeva senza sosta, come se nulla fosse, con Hamilton e Rosberg che si guardavano in cagnesco, Raikkonen mangiava il suo gelato immerso nei suoi pensieri baltici, Alonso scherzava e rideva con i giornalisti spagnoli come fa da quando è nato ogni volta che è in difficoltà, e Vettel preparava la sua valigiona rossa. Nessuno, guardando la scena avrebbe sospettato che dentro quella palazzina bianca lì vicino, stesse succedendo il finimondo.
E invece sarebbe bastato spingere sul maniglione antipanico e aprire la porta per vedere Bernie Ecclestone aggirarsi per i suoi uffici come un leone in gabbia, terrorizzato dall'ipotesi di perdere altri team per il prossimo anno molto più che dall'idea di assistere a un'improbabile serrata delle squadre, questa sera al via del Gran Premio di Austin. Meno squadre meno soldi, meno soldi fine dello show. Fallimento. Da quella porta continuavano ad entrare e uscire questuanti di ogni sorta, rappresentanti di team, fornitori, cacciatori di contratti. E lui li blandiva e li maltrattava a seconda del caso e della convenienza. Ma tutti se ne andavano preoccupati e in agitazione, con una faccia tipo Wall Street due ore prima del fallimento della Lehman Brothers.
A un certo punto si sono presentati due signori giapponesi in giacca e cravatta che sembravano i blues brothers in salsa orientale, erano due poveri emissari della Honda che dal prossimo anno torna a far parte del Circus in società con la McLaren e dalla loro faccia stonata si notava che ancora non ci hanno capito niente.
L'apice del dramma si è raggiunto durante l'anomala conferenza stampa convocata da Bernie a metà pomeriggio. Riuniti intorno al tavolo presidenziale, in un clima da ultimi giorni di Pompei, pochi selezionatissimi giornalisti che hanno avuto l'onore di vedere il vecchio Ecclestone prendere la parola e chiedere scusa. "La crisi è colpa mia", ha detto. Non credevano alle loro orecchie i cronisti. E infatti le loro orecchie si sbagliavano, non perché l'ottuagenario non avesse realmente pronunciato quelle frasi. Ma perché il senso di quelle frasi andava molto oltre e a ben vedere non era proprio un mea culpa. "Ho diviso troppi soldi e forse l'ho fatto male", ha detto Ecclestone, "per questo adesso sono pronto a rivedere gli accordi e anche a ridurre la mia parte nella ripartizione delle entrate della Formula 1 (una torta da 800 milioni di sterline nell'improbabile ipotesi che i dati forniti dal grande boss siano veri, ndr). Il problema è che nessuno dei quattro top team è d'accordo a rivedere gli accordi e quindi a questo punto non so che fare".
Insomma, nel darsi la colpa della genesi della crisi, Ecclestone scaricava la responsabilità della mancata via d'uscita sui grandi team, che poi sono la Ferrari, la Mercedes, la Red Bull e McLaren. Che non vogliono guadagnare di meno. E quindi bloccano tutto. Non proprio un peccato per Bernie che in questo modo continuerà a percepire il 40 per cento del totale. Insomma una specie di gioco delle parti.
Gioco che ha raggiunto livelli da grande teatro quando, a metà della conferenza stampa, hanno fatto irruzione nella stanza tutti i team principal dei suddetti top team (mancava solo quello della McLaren, però a un certo punto sono arrivati i due giapponesi). E la scena è stata occupata immediatamente da Niki Lauda. Il vecchio Niki è particolarmente in forma, di questi tempi. E dopo aver polemizzato con la Ferrari venerdì sul tema dello scongelamento dei motori, ha voluto dire la sua anche sul tema della crisi finanziaria dei piccoli team. E lo ha fatto con il consueto garbo: "Il problema non è la ripartizione delle entrate. Il problema è che quei team sono gestiti da incapaci. La crisi è colpa degli incapaci. Prendete la Lotus o la Marussia. Sono gestite malissimo. Noi adesso possiamo anche decidere di dare 50 milioni di euro alla Lotus, ma quelli cosa ne farebbero? Dimezzerebbero il debito che hanno con le banche e poi dopo due mesi starebbero da capo". Amen. Il discorso di Lauda è stato un ottimo assist per il ferrarista Marco Mattiacci, che interrogato con un po' troppa aggressività da un cronista inglese ha spiegato in parole altrettanto semplici qual è la linea di Maranello, sul tema "redistribuzione delle entrate": "Il problema della Formula 1 non è redistribuire gli utili meglio, ma generare più utili. Bisogna far crescere la torta, farla diventare più grossa, non tagliarla diversamente". E mentre Mattiacci parlava di torte che si ingrossano, i cronisti più attenti hanno raccontano di aver visto accendersi una strana brillantissima luce in fondo agli occhi di Bernie Ecclestone.
E invece sarebbe bastato spingere sul maniglione antipanico e aprire la porta per vedere Bernie Ecclestone aggirarsi per i suoi uffici come un leone in gabbia, terrorizzato dall'ipotesi di perdere altri team per il prossimo anno molto più che dall'idea di assistere a un'improbabile serrata delle squadre, questa sera al via del Gran Premio di Austin. Meno squadre meno soldi, meno soldi fine dello show. Fallimento. Da quella porta continuavano ad entrare e uscire questuanti di ogni sorta, rappresentanti di team, fornitori, cacciatori di contratti. E lui li blandiva e li maltrattava a seconda del caso e della convenienza. Ma tutti se ne andavano preoccupati e in agitazione, con una faccia tipo Wall Street due ore prima del fallimento della Lehman Brothers.
A un certo punto si sono presentati due signori giapponesi in giacca e cravatta che sembravano i blues brothers in salsa orientale, erano due poveri emissari della Honda che dal prossimo anno torna a far parte del Circus in società con la McLaren e dalla loro faccia stonata si notava che ancora non ci hanno capito niente.
L'apice del dramma si è raggiunto durante l'anomala conferenza stampa convocata da Bernie a metà pomeriggio. Riuniti intorno al tavolo presidenziale, in un clima da ultimi giorni di Pompei, pochi selezionatissimi giornalisti che hanno avuto l'onore di vedere il vecchio Ecclestone prendere la parola e chiedere scusa. "La crisi è colpa mia", ha detto. Non credevano alle loro orecchie i cronisti. E infatti le loro orecchie si sbagliavano, non perché l'ottuagenario non avesse realmente pronunciato quelle frasi. Ma perché il senso di quelle frasi andava molto oltre e a ben vedere non era proprio un mea culpa. "Ho diviso troppi soldi e forse l'ho fatto male", ha detto Ecclestone, "per questo adesso sono pronto a rivedere gli accordi e anche a ridurre la mia parte nella ripartizione delle entrate della Formula 1 (una torta da 800 milioni di sterline nell'improbabile ipotesi che i dati forniti dal grande boss siano veri, ndr). Il problema è che nessuno dei quattro top team è d'accordo a rivedere gli accordi e quindi a questo punto non so che fare".
Insomma, nel darsi la colpa della genesi della crisi, Ecclestone scaricava la responsabilità della mancata via d'uscita sui grandi team, che poi sono la Ferrari, la Mercedes, la Red Bull e McLaren. Che non vogliono guadagnare di meno. E quindi bloccano tutto. Non proprio un peccato per Bernie che in questo modo continuerà a percepire il 40 per cento del totale. Insomma una specie di gioco delle parti.
Gioco che ha raggiunto livelli da grande teatro quando, a metà della conferenza stampa, hanno fatto irruzione nella stanza tutti i team principal dei suddetti top team (mancava solo quello della McLaren, però a un certo punto sono arrivati i due giapponesi). E la scena è stata occupata immediatamente da Niki Lauda. Il vecchio Niki è particolarmente in forma, di questi tempi. E dopo aver polemizzato con la Ferrari venerdì sul tema dello scongelamento dei motori, ha voluto dire la sua anche sul tema della crisi finanziaria dei piccoli team. E lo ha fatto con il consueto garbo: "Il problema non è la ripartizione delle entrate. Il problema è che quei team sono gestiti da incapaci. La crisi è colpa degli incapaci. Prendete la Lotus o la Marussia. Sono gestite malissimo. Noi adesso possiamo anche decidere di dare 50 milioni di euro alla Lotus, ma quelli cosa ne farebbero? Dimezzerebbero il debito che hanno con le banche e poi dopo due mesi starebbero da capo". Amen. Il discorso di Lauda è stato un ottimo assist per il ferrarista Marco Mattiacci, che interrogato con un po' troppa aggressività da un cronista inglese ha spiegato in parole altrettanto semplici qual è la linea di Maranello, sul tema "redistribuzione delle entrate": "Il problema della Formula 1 non è redistribuire gli utili meglio, ma generare più utili. Bisogna far crescere la torta, farla diventare più grossa, non tagliarla diversamente". E mentre Mattiacci parlava di torte che si ingrossano, i cronisti più attenti hanno raccontano di aver visto accendersi una strana brillantissima luce in fondo agli occhi di Bernie Ecclestone.