NEW YORK – La fantasia più sfrenata è realtà. Anni e anni trascorsi a immaginare, sperare di avere un tennista italiano competitivo, da Top Ten, con tante delusioni, talmente tante da pensare che per la racchetta azzurra fosse un’utopia essere nel Gotha e poi, in un anno, memorabile e indimenticabile, sboccia “Sinneritaly”, come altrimenti chiamarlo?
Il bacio con Anna
Jannik Sinner: re a Melbourne, ora king of New York. E sempre con equilibrio, compostezza, gentilezza. Non ha quasi mai sorriso, ha semplicemente alzato le braccia con la sobrietà dell’uomo del nord, con un temperamento diverso, sguardo in alto e piantato. L’abbraccio lo ha dedicato al team, in particolare al coach Vagnozzi. E poi, finalmente perché atteso ormai da mesi, il primo bacio (pu…
NEW YORK – La fantasia più sfrenata è realtà. Anni e anni trascorsi a immaginare, sperare di avere un tennista italiano competitivo, da Top Ten, con tante delusioni, talmente tante da pensare che per la racchetta azzurra fosse un’utopia essere nel Gotha e poi, in un anno, memorabile e indimenticabile, sboccia “Sinneritaly”, come altrimenti chiamarlo?
Il bacio con Anna
Jannik Sinner: re a Melbourne, ora king of New York. E sempre con equilibrio, compostezza, gentilezza. Non ha quasi mai sorriso, ha semplicemente alzato le braccia con la sobrietà dell’uomo del nord, con un temperamento diverso, sguardo in alto e piantato. L’abbraccio lo ha dedicato al team, in particolare al coach Vagnozzi. E poi, finalmente perché atteso ormai da mesi, il primo bacio (pudico) pubblico con Anna Kalinskaya, collega e fidanzata, presente nel box.
La dedica alla zia
Perfino le prime parole da campione dell’ultimo Slam dell’anno sono state misurate, sdoganando i luoghi comuni. “Questo titolo significa molto. L’ultimo periodo non è stato semplice ma il mio team mi ha sostenuto sempre. Amo il tennis, mi alleno tanto per giocare partite così. Voglio dedicare questo titolo a mia zia perché non sta bene e non so quanto resterà nella mia vita. Se c’è una cosa che voglio augurare a tutti è la salute”.
Fritz demolito in tre set
In due ore e un quarto (6-3, 6-4, 7-5) ha demolito Taylor Fritz, il golden boy Usa che non poteva avere — lui ricco di famiglia, elegante nel gioco, sensibile di temperamento — il physique du rôle per gareggiare con l’azzurro su questo terreno. Un ragazzone senza la tigna (o la garra dei sudamericani), spinto solo dalla fidanzata super inquadrata, l’influencer Morgan Riddle. Troppo poco. Gli è rimasto un groppo in gola, a lui e all’intero Arthur Ashe Stadium che non ha fatto in tempo nemmeno a riscaldarsi, a eccitarsi, a entusiasmarsi un minimo. Mai una vera speranza.
Jannik e uno stadio tutto per Fritz
L’incipit della finale l’aveva già sentenziato: non aveva avuto nessuna paura, Jannik, quando ha sfilato entrando in campo. Solo, navigando attraverso la folla e con il rock’n’roll che gli ronzava attorno, che avrebbe dovuto assordarlo: non lo ha nemmeno sfiorato. Aveva già indossato l’armatura, non sentiva nulla. Anzi, quella musica gli ha fatto desiderare di fare la storia, dopo aver passato un inverno terribile, profondo, e aver compreso — chiudendosi a riccio con le persone a lui fidate, il cerchio magico — che sentire la presenza di un nemico ulteriore regala obiettivi e scopi inattesi. Lui è la storia di questo film. Il vento del Centrale soffiava, persino nel cappellino che cercava di domare i riccioli rossi. Sinner si è anche guardato intorno, nel catino, per trovare le facce che gli piacevano: solo quelle del suo box.
Una partita sempre in controllo
Poi, il match. Subito un break, 2-0 Sinner. Quindi la reazione di Fritz, un 3-2 per l’americano, pia illusione: hanno fatto seguito quattro games di fila e il primo set per Sinner in quaranta minuti. Il gioco dell’americano una casa di carte fragile da far cadere, soprattutto in questa domenica ventosa di New York. I suoi attacchi sotto rete sono stati come prendere una strada in contromano, tanto da rinunciarvi immediatamente. Ma il californiano non è un palleggiatore, è un “big guy”, come lo definirebbe Djokovic, un ragazzone forte col servizio: e se non entra la prima, sono guai. Il palleggio, invece, è il terreno di caccia di Sinner.
Poteva dunque esserci un esito diverso? Sul 4-4 del secondo set, apparentemente più equilibrato, nel momento in cui la partita è entrata nella fase del non ritorno, Sinner ha dettato la legge: “A me piace giocare quei punti lì, quelli che decisivi”. E la scena si è ripetuta anche nel terzo set: a Fritz non è restato nulla. Una famosa chef ha detto: “Il tennis è tutto: salato, dolce, piccante...”. I sapori di Sinner.