Come doveva(si) dimostrare. Il numero 1 chiude la stagione degli Slam nel modo in cui l’aveva aperta: vincendo. Fa 2 a 2 con Alcaraz. Sono rimasti soli, ma Sinner di più. A New York ha trionfato contro Fritz (e passi), contro 24 mila spettatori che a un certo punto si sono messi ad applaudire i suoi errori sulla prima palla, contro il sospetto, le provocazioni di Kyrgios, la minaccia dell’asterisco sulla pagina più bella, il colore avvilente della sua maglietta, il tradimento del servizio, l’anca, il polso sinistro, quella lama di buio nella mente che avrebbe potuto allargarsi e diventare un’accetta che taglia il ramo più alto sul quale stai seduto a guardare l’orizzonte venirti incontro con la grazia di un futuro già scritto da una mano benevola.
Le risalite di Sinner
Ci sono partite e vite spiegabili in due minuti: un highlight non è soltanto una scorciatoia per mancanza di tempo. Prendiamo il primo game del terzo set. Sinner ha vinto i primi due, una condizione di superiorità da cui, in una finale slam, perdere non è raro, ma unico nella storia. Ha il servizio, però è un’arma spuntata. Va sotto di tre punti: 0 a 40. Darebbe all’avversario la possibilità di un rilancio, quella di poter pescare un’altra carta dal mazzo segnato. Jannik potrebbe non crederci e lasciar andare. Invece rimonta, tre colpi ed è pari. Ai vantaggi spara un ace e mezzo, zampilli nel deserto. È il rabdomante della salvezza. La sua specialità sono le risalite dalle sabbie mobili. Ne farà ancora, in quel set tra i peggiori della sua storia: sotto per 3 a 5 tiene il turno di battuta, poi strappa il pari rischiando una palla corta e dopo non ce n’è più per nessuno, alias Taylor Fritz. Si potrà dire che l’americano ha avuto “il braccino”, ma sarebbe una mezza verità e l’altra metà è quella più importante. Rivela la principale qualità di Sinner: trasformare le difficoltà in opportunità. Accendersi quando l’interruttore è rotto. Avrebbe detto Franco Battiato: “trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Questo distingue il fuoriclasse dal “pur bravo giocatore”.
Il rumore dei nemici
Si potrà anche sostenere che la vera finale non doveva essere questa, ma è demerito di chi non ci è arrivato. Ci voleva un altro rivale perché fosse vera gloria? No, perché come accade a molti, Sinner l’avversario l’aveva dentro. Glielo si leggeva nello sguardo, perfino in certi movimenti delle gambe che sembravano voler sfidare le possibilità del fisico e della fisica: se disegni quei tracciati sulla carta il compasso si ammutina. Vincere in passato era una bella possibilità, stavolta una necessità. Non era difficile pronosticarlo mesi fa: lo indicavano un paio di costanti. Ogni percorso obbedisce a due variabili: spazio e tempo. Sinner è il numero uno assoluto sul rettangolo sintetico e sboccia quando finisce l’estate. Non è arrivato leggero all’appuntamento. New York ha rischiato di essere la sua Samarcanda: tanta strada alle spalle per poi trovarci un brutto finale. Ha scoperto l’assordante rumore dei nemici, il sibilo degli scettici e il silenzio dei presunti innocenti. Ci si può bloccare per molto meno.
Il migliore della stagione, fino a prova contraria
Ora, ci vorrebbe un abile psicologo per capire se una prestazione possa riuscire in presenza di un senso di colpa o se non avere freni dimostri che non si sentono responsabilità. Resta che i suoi detrattori hanno giocato male la loro partita: invidia, ipocrisia, una spruzzata di volgarità. Fino a prova contraria Sinner è stato il migliore della stagione. Non lo dice l’astrusa matematica che stila la classifica Atp, ma l’impatto che ha avuto, la perfezione circolare dei suoi successi, le avversità affrontate. Di più è difficile fare: in quest’epoca sovraffollata di sfide nessuno può filare senza una parentesi oscura. La certezza è che anche Sinner l’avrà, ancora e ancora, ma saprà superarla. Dimentichiamo l’asterisco e guardiamo la pagina pulita: c’è scritta una piccola lezione sportiva applicabile in ogni tratto di un’esistenza. Puoi essere un campione di bravura, un campione di cortesia, ma sei un campione vero quando sai che nel momento in cui perdi stai cominciando a vincere.