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Il j'accuse di Springer a Google e l'Ue che ancora non c'è

L'analisi L'atto d'accusa dell'editore tedesco non arriva a freddo. Nasce dall'urgenza di fermare chi si impadronisce dei nostri dati sensibili, elude miliardi in tasse e sfrutta il lavoro di altri per diventare più potente
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IL DURO atto d'accusa a Google da parte del più rispettato e autorevole editore europeo, Mathias Doepfner, amministratore delegato di Axel Springer, non arriva a freddo. Da anni cresce in Europa la consapevolezza che Google e altri operatori globali della rete - da Facebook a Twitter, da Apple a eBay - sono sì una straordinaria risorsa collettiva che migliora la vita quotidiana di ciascuno di noi ma, nello stesso tempo, servono per imporre nuovi paradigmi culturali e sociali, disarticolare consolidati modelli economici, raccogliere ed elaborare i dati sensibili di miliardi di persone. Rispetto a solo un quinquennio fa - quando Google aveva convinto il mondo che ogni sua azione corrispondeva al motto "Don't be evil" - ben pochi s'ostinano a difendere ci chi spia con il nostro idiota consenso, elude decine di miliardi di dollari di tasse, sfrutta il lavoro di altri per diventare sempre più pingue e potente, impedisce la nascita di qualsiasi potenziale concorrente. Forse solo Grillo e Casaleggio pensano ancora che gli Over The Top (così si chiamano gli operatori globali di servizi web) siano buoni samaritani.

Gli italiani furono tra i primi a rendersi conto di questi pericoli e ad attivare procedure per limitare lo strapotere collegato alla miriade di servizi aggregati intorno al motore di ricerca di Sergey Brin e Larry Page. Nell'agosto del 2009 l'AGCM, l'autorità antitrust allora presieduta da Antonio Catricalà aprì su richiesta della FIEG, la Federazione Italiana Editori Giornali, un'istruttoria che si concluse nel 2011 con un provvedimento in forza del quale Google s'impegnava a modificare a livello mondiale alcune politiche editoriali e commerciali particolarmente vessatorie e odiose. Soprattutto, nell'occasione l'AGCM chiese che il Parlamento regolasse la valorizzazione dei contenuti degli editori online "a fronte dello sfruttamento economico delle proprie opere da parte di altri soggetti" avendo accertato la presenza di un "oggettivo squilibrio tra il valore che la produzione di contenuti editoriali genera per il sistema di Internet nel suo complesso e i ricavi che gli editori online sono in grado di percepire dallo sfruttamento stesso". Come spesso è accaduto nella nostra storia, da primi nell'intuire dov'è il malanno ci ritroviamo poi ultimi nel produrre antidoti: i legislatori non hanno tenuto in alcun conto la sollecitazione venuta dall'Antitrust e, adesso, assistiamo alle stesse battaglie condotte con ben maggiore efficacia in altri paesi.

Anche in questo frangente l'Europa si sta dimostrando incapace di intendere e volere: è quanto sostiene Doepner quando ricorda che, dopo anni di indagini, il vicepresidente UE Almunia e la Commissione non sono stati in grado di intervenire per impedire che il monopolio di Google realizzi di fatto situazioni in cui la concorrenza, la pluralità delle voci e persino la democrazia sono messe a repentaglio. Doepfner spiega bene come l'obbligo di interagire con i servizi di Google in mancanza di alternative costituisca una sorta di ricatto al quale persino colossi come la sua azienda non possano sottrarsi. Ed è bastata la cronaca dell'ultimo anno a gettare un faro di luce su come libertà ben più fondamentali siano ormai in pericolo: il controllo di massa operato dalla NSA e da altre agenzie di intelligence grazie ai dati forniti da Google & C., rivelato da Edward Snowden e Glenn Greenwald, ha bruciato il residuo credito degli operatori globali con sede la Silicon Valley. Persino le autorità USA stanno correndo ai ripari. Qualcosa possiamo e dobbiamo fare anche noi. Doepfner indica una strada agli editori, speriamo che la politica faccia il resto.
@claudiogiua