"Perdonatemi, ho inventato il Pop Up": il mea culpa dell'ideatore del tormento web
<em class="author">di SERGIO PENNACCHINI</em>
Si chiama Ethan Zuckerman e a lui si devono le fastidiose "finestre spot" che si aprono sui nostri browser, ostacolando la navigazione. E si giustifica: "Le mie intenzioni erano buone, volevo separare la pubblicità dal contenuto"
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CI SONO VOLUTI quasi venti anni, ma alla fine Ethan Zuckerman ha chiesto scusa. Il creatore delle invadenti pubblicità pop-up su internet, che aprivano automaticamente finestre del browser senza il nostro consenso, ha implorato il nostro perdono scrivendo un lungo e appassionato articolo sulle pagine, digitali ovviamente, dell'Atlantic, storico mensile americano fondato nel 1857. "Ho inventato il pop-up per risolvere un problema, con le migliori intenzioni possibili. Non avevo idea delle conseguenze", scrive Zuckerman. Il primo pop-up della storia fu creato da Zuckerman mentre lavorava a Tripod.com nella seconda metà degli Anni 90. "Il sito era nato come un mezzo rivolto ai neolaureati, sviluppavamo contenuti e servizi dedicati a questa particolare categoria. L'idea non funzionò, così, dopo vari tentativi, Tripod diventò uno dei primi servizi di webhosting e una specie di proto social network", continua. "Il nostro modello di business era semplice: vendevamo pubblicità sui siti che ospitavamo. Il problema è che, ai tempi, non c'erano algoritmi per stabilire quale pubblicità fosse interessante per un certo tipo di utente. Un giorno una casa automobilistica si lamentò perché i suoi banner comparivano su un sito di materiale pornografico", racconta. La soluzione fu il pop-up. "Era un modo per separare la pubblicità dal contenuto. Ripeto: le mie intenzioni erano buone. Mi dispiace".
Ma quali erano queste intenzioni? "Volevo creare uno strumento che permettesse a tutti di esprimersi, di avere una propria pagina sul web, di raggiungere molte più persone. Questo era Tripod, e tutto ha funzionato solo grazie ai soldi della pubblicità. Ai tempi non c'erano servizi come PayPal e l'unico modo per sopravvivere sul web era tramite banner e inserti pubblicitari", spiega Zuckerman. Eppure, le conseguenze dell'arrivo dei pop-up le conosciamo tutti. Soprattutto se tra i nostri peccati di primi esploratori della rete c'era il vizio di andare su certi siti, magari per scaricare una canzone o guardare un film vietato ai minori: il rischio era di ritrovarsi decine di finestre aperte contemporaneamente. Un rischio che rimane concreto anche oggi: non a caso tutti i browser, da Safari a Chrome, da Explorer a Firefox, hanno funzioni che bloccano l'apertura di finestre indesiderate. Ma il "crimine" di Ethan Zuckerman è forse ancora più grave. "Penso che la pubblicità sia il peccato originale del web", scrive sull'Atlantic.
"Perdonatemi": il pentimento dell'inventore del pop-up
Oggi ci siamo ormai arresi all'idea che tutto quello che facciamo su internet, dallo scrivere un'email a pubblicare una foto su Facebook, contribuisca a creare un nostro profilo digitale che viene poi venduto agli investitori pubblicitari, che conoscono tutti i nostri gusti e sanno, o pensano di sapere, cosa potrebbe interessarci. Tutto quello che facciamo sul web, insomma, serve ad arricchire qualcun altro a scapito della nostra privacy. E questa è solo una conseguenza di quel primo pop-up che servì ad accontentare le richieste di una casa automobilistica. "Quando ero a Tripod sviluppai anche i primi algoritmi che studiavano i nostri utenti, le loro preferenze, i loro hobby, cosa andavano a visitare più spesso: informazioni che poi giravamo agli investitori pubblicitari, promettendogli un alto ritorno per le loro inserzioni sul nostro portale", ricorda Zuckerman. Quello che oggi fanno Google e Facebook, per fare due esempi, è simile, solo tecnologicamente molto più avanzato. "La realtà è che oggi il web non è libero, ma è schiavo delle pubblicità. E questo è il suo crimine più grande".
Ethan Zuckerman da ormai diversi anni cerca di espiare le sue colpe attivandosi per un web libero e senza intrusioni nella nostra privacy, un valore che va protetto e che non deve essere merce di scambio per le multinazionali. Dal 2007 è membro dell'advisory board di Wikimedia Fondation e dal 2011 è direttore del Center for Civic Media presso il prestigioso MIT di Boston. "Dopo 20 anni mi sembra chiaro che il modello di un web che si alimenta solo con i soldi delle pubblicità abbia fallito. È un modello rotto, cattivo, corrosivo. Bisogna capire che è arrivato il momento di abbandonare la filosofia "gratis è meglio" e cominciare a pagare per i servizi che davvero ci interessano. Chi naviga sul web non è un prodotto da vendere, ma un essere umano la cui privacy va rispettata e protetta", conclude Zuckerman. Difficle dire se davvero siamo pronti a un web a pagamento, ma su una cosa non ci sono dubbi: Zuckerman si è davvero pentito.