Un buon game design è per sempre, e quello di Tetris è senza dubbio un buon game design. C’è qualcosa nel gioco inventato da Aleksej Pažitnov che continua a esercitare un fascino particolare, a distanza di quarant’anni dalla sua nascita. Nato nel 1984 all’interno di un istituto di ricerca sovietico come un semplice passatempo di un ingegnere informatico amante dei rompicapi, Tetris è diventato col tempo un fenomeno di costume, un simbolo, un atto politico, una macchina stampa soldi. Più che un successo commerciale (oltre 520 milioni di copie vendute), Tetris è diventato un fenomeno culturale, capace di sopravvivere a generazioni, piattaforme e rivoluzioni tecnologiche. Gli anni passano, le generazioni di console vanno avanti, lui resta. Anche perché Tetris ha tutti gli elementi che ogni game designer desidera: è facile da imparare, è comprensibile al di là di ogni barriera linguistica, è semplice da adattare a più sistemi e stimola il giocatore in modo sempre nuovo.
Tetris: un'amicizia che dura da 40 anni
Il segreto di Tetris sta nella sua capacità di offrire continuamente piccoli problemi da risolvere, dandoci una scarica di soddisfazione quando li risolviamo e non lasciandoci troppo tempo per recriminare sugli errori. Un meccanismo che il nostro cervello adora.
Non è un caso se il cosiddetto “effetto Tetris” è entrato anche nei dizionari della psicologia. Chi gioca a lungo può trovarsi a vedere i tetramini anche nella vita reale: nel modo in cui si impilano le valigie, nei mattoni di un muro, negli oggetti su uno scaffale. Oppure può sognarne le forme. Questo accade perché il gioco attiva meccanismi cerebrali profondi, legati al riconoscimento di pattern, alla gratificazione immediata, al senso di controllo. Alcuni studi clinici lo hanno persino utilizzato per trattare traumi o ridurre l’intrusività dei pensieri ossessivi, con risultati interessanti. Ma al di là dei dati, è evidente che Tetris parla a qualcosa di molto elementare nella nostra esperienza umana. È il gusto di organizzare il caos e l’illusione di poterlo controllare, è una lotta contro il tempo e un test per la nostra capacità di prendere decisioni sotto pressione.
Forse anche per questo Red Bull ha deciso di costruirci sopra il suo nuovo torneo globale. Red Bull Tetris è la reinterpretazione contemporanea del classico puzzle game: un’iniziativa mondiale aperta a tutti i giocatori maggiorenni di ogni livello di abilità, con qualificazioni nazionali, partite online e una finale che si svolgerà dall’11 al 13 dicembre, a Dubai. I finalisti si affronteranno con un sistema di visualizzazione completamente inedito: più di duemila droni creeranno una griglia tridimensionale nel cielo notturno, disegnando in tempo reale i movimenti dei pezzi all’interno della Cornice di Dubai, struttura architettonica che già da tempo è stata trasformata in simbolo di una città che non conosce limite al proprio sfarzo.
Come sarà
In questa nuova versione, il gameplay non è più quello lineare degli anni Ottanta. Red Bull Tetris introduce nuove dinamiche: power-up, tetramini speciali, round a tempo, gravità invertita. Un’evoluzione che magari farà storcere il naso ai puristi che giocano la versione da torneo ufficiale, cioè quella su NES, ma che ovviamente è pensata per aumentare lo spettacolo, rendere le partite più frenetiche e accattivanti per il pubblico di oggi. È un cambiamento coerente con la direzione che ha preso l’intero settore dell’intrattenimento videoludico, sempre più orientato a mescolare competizione, show e linguaggi visivi che guardano a Twitch, TikTok, agli sport elettronici e agli eventi dal vivo. Spazi che Red Bull da tempo ha capito che era il caso di presidiare, dopo essere diventato il marchio associato agli sport estremi.
Tetris, in questo senso, diventa il perfetto esempio di come anche un gioco minimalista possa essere riattualizzato secondo le logiche dell’intrattenimento contemporaneo, con un torneo dove l’accesso è garantito a chiunque e con delle regole aggiuntive che tengono sulle spine anche i veterani. Per certi versi assomiglia all’operazione Kings League, ovvero un tentativo di reinterpretare il calcio per un pubblico giovane, attento a Twitch che segue più i creator dei calciatori.
Anche il luogo scelto per la finale non è casuale. Dubai è da tempo un palcoscenico per l’innovazione ad alta visibilità, una città-vetrina che punta a presentarsi come il crocevia futurista del XXI secolo. Dopo aver ospitato mostre dedicate al metaverso, gare automobilistiche senza pilota, installazioni di arte digitale e competizioni di robotica, accoglie ora anche l’evoluzione in chiave spettacolare di un videogioco nato dall’altra parte del mondo, in un contesto storico e politico radicalmente diverso.
Un simbolo
Quello di Tetris, del resto, è un caso quasi unico nella storia dei media digitali: un prodotto dell’ingegneria algoritmica sovietica che si è trasformato in simbolo globale del videogioco. Il primo successo planetario del software russo, passato dalle mani del suo autore Aleksej Pažitnov ai mercati occidentali grazie a una serie di accordi (e disaccordi) complessi tra aziende giapponesi e americane, è diventato nel tempo una lingua franca del videogioco. Giocabile ovunque, comprensibile da chiunque, modificabile in infiniti modi, eppure sempre riconoscibile.
Vederlo ora reinterpretato a Dubai, tra grattacieli e proiezioni aeree, è una metafora potente. Da gioco intimo e bidimensionale a spettacolo immersivo e collettivo. Da esperienza personale a evento da condividere. È un passaggio che dice molto non solo sull’evoluzione che il medium videoludico sta tentando in questo periodo, ma anche su come cambia il nostro rapporto con la cultura digitale che ha bisogno di diventare sempre più globale, visiva e spettacolare per sperare di ottenere la nostra attenzione.
Eppure, sotto tutti questi strati di tecnologia e marketing, Tetris resta sé stesso. Resta quel gioco in cui bisogna mettere ordine nel caos, fare spazio, incastrare ciò che cade. Dove gli errori restano e le cose buone spariscono. Un riflesso semplice, e per questo universale, dell’ansia e del piacere di provare a far quadrare tutto, fosse anche solo per qualche minuto.