Con oltre due milioni di unità vendute in tutto il mondo, gli occhiali smart nati dalla collaborazione tra Meta ed EssilorLuxottica restano ancora un prodotto di nicchia rispetto agli smartphone. Ma puntano a diventare, in breve tempo, un pezzo concreto di futuro: quello in cui l’intelligenza artificiale ci accompagnerà con la sua voce sintetica nelle attività di ogni giorno. L’IA potrà interagire con noi e il mondo circostante, grazie a fotocamere, microfoni e altoparlanti installati nella montatura degli occhiali, e rispondere a qualsiasi domanda pronunciata dopo il comando vocale “Hey, Meta”.
Lo scorso settembre Mark Zuckerberg, il CEO di Meta, ha lanciato personalmente tre nuovi modelli di occhiali, definendoli “il formato ideale per la superintelligenza personale”. Uno di questi, i Meta Ray-Ban Display, sono pensati per la realtà aumentata, con alcune informazioni - come le indicazioni stradali o i sottotitoli in tempo reale - che appaiono direttamente sulle lenti.
Se la vita digitale ci scorre davanti agli occhi, avremo ancora bisogno di uno smartphone? “Penso di sì, non credo che scompariranno del tutto” ci dice Alex Himel, responsabile della Realtà Aumentata e dei Wearable di Meta, in collegamento dalla Silicon Valley. “Quello che speriamo - aggiunge - è che le persone possano tornare a vivere senza chinarsi sempre su uno schermo”.
Himel ci parla da una stanza in cui, alle sue spalle, ci sono decine di occhiali. Prende in mano gli Oakley Meta Vanguard, con le loro grandi lenti specchiate e cangianti, e sorride: “Ecco i miei preferiti. Sono un grande corridore e ciclista”. Poi ricorda: “Quando abbiamo lanciato i Ray-Ban Meta, abbiamo scoperto che uno degli utilizzi più frequenti era legato a qualcosa per cui non erano stati pensati: lo sport. C’è per esempio un noto fondista, Clayton Young, che quest’anno li ha usati per la maratona di Boston”.
Quando progettate un nuovo modello come si incontra la vostra visione con quella di EssilorLuxottica?
“Se li realizzassimo da soli, probabilmente saremmo più inclini a qualche compromesso, magari su un millimetro o un milligrammo, ma loro sono estremamente rigorosi. Gli occhiali, per EssilorLuxottica, devono rimanere autentici, fedeli al brand e alla loro natura”.
Vi siete mai trovati in disaccordo?
“Sì. Nel caso degli Oakley Meta Vanguard, per esempio, ci siamo confrontati a lungo su come realizzare la cerniera delle aste, la parte più complessa dell’intero progetto”.
Chi ha prevalso?
“Loro. E avevano ragione”.
Gli occhiali sono il formato ideale per indossare l’IA?
“Lo saranno almeno per i prossimi venti anni. Perché fanno già parte della nostra vita quotidiana. Miliardi di persone nel mondo indossano occhiali da vista, e altrettante portano occhiali da sole. È quindi un oggetto con cui la gente ha già grande confidenza, e che offre valore anche quando non è “smart”: possono essere spenti e restano comunque utili, che si tratti di aiutarti a vedere meglio o di proteggerti dal sole. E se pensiamo ad alcuni dei casi d’uso più interessanti legati all’intelligenza artificiale, quelli di cui si parla molto, sia dentro Meta sia nel settore in generale, un dispositivo che indossi abitualmente, che può vedere ciò che vedi e sentire ciò che senti, capace di offrirti un’assistenza personale e costante, è semplicemente perfetto per questo scopo. Quindi sì, probabilmente nasceranno anche altri dispositivi, ma credo che gli occhiali resteranno la soluzione più efficace e quella che vedremo adottata dalla maggior parte delle persone”.
Ha mai visto il film "Her" di Spike Jonze, in cui il protagonista parla con un’intelligenza artificiale - di cui poi si innamora - attraverso un dispositivo a libretto?
“Assolutamente, sì”.
Pensa che, se Spike Jonze girasse oggi "Her”, userebbe gli occhiali invece di quel piccolo dispositivo digitale?
“Non sono certo uno sceneggiatore o un produttore creativo, quindi posso solo immaginare cosa sceglierebbe di fare. Ma se guardiamo a ciò che sta accadendo oggi con gli smart glasses, gran parte del loro utilizzo ruota intorno all’assistenza per compiti specifici. Al momento, il caso d’uso più comune dell’intelligenza artificiale negli occhiali è la ricerca a mani libere: la possibilità, cioè, di ottenere informazioni senza dover usare il telefono. Per esempio uno dei miei bambini ha sei anni e mi riempie continuamente di domande, come fanno tutti i bambini di quell’età. Spesso sono alla guida, quindi non posso cercare subito le risposte, e le sue domande sono sempre molto precise: vuole sapere quante persone entrano in un certo stadio o quanti fuoricampo ha fatto un giocatore l’anno scorso. In quei momenti, gli occhiali sono perfetti. Oppure, quando sto parlando con qualcuno e non ricordiamo il nome di un attore apparso in un certo film, gli occhiali risolvono il dubbio all’istante. Nel film di Jonze, però, il tema era un altro: parlava di una relazione emotiva con un’intelligenza artificiale, di un legame personale con qualcuno con cui condividi esperienze. Non è qualcosa che stiamo davvero vedendo emergere oggi, anche se alcune startup e assistenti digitali si stanno muovendo in quella direzione. Direi comunque che si tratta di un fenomeno diverso, con casi d’uso completamente distinti”.
Come scegliete le funzioni smart che avranno un posto sul volto delle persone?
“Abbiamo un duplice approccio. Da un lato ci sono i Ray-Ban Meta, progettati con una forte attenzione al design industriale. Dovevano pesare meno di 50 grammi e, soprattutto, dovevano essere un vero paio di occhiali, autentici. All’estremo opposto c’è invece Orion, il prototipo che abbiamo mostrato l’anno scorso. È un concentrato di tecnologia: sette sensori con fotocamere, sette chip di silicio personalizzati, tracciamento oculare, display con un ampio campo visivo. In mezzo ci sono i Meta Ray-Ban Display, che sono già in vendita”.
Vedremo mai gli Orion sul mercato?
“Se li abbiamo mostrati è perché abbiamo già superato alcune delle pietre miliari tecniche più importanti. Quindi sì, stiamo pianificando una versione commerciale”.
Insieme ai Meta Ray-Ban Display si può usare anche un bracciale. A cosa serve?
“Permetterà alle mani e al polso, attraverso l’elettromiografia, di diventare l’equivalente del mouse per un computer. Al Meta Connect, Mark [Zuckerberg, ndr] ha mostrato la nuova funzione di scrittura a mano che lanceremo entro la fine dell’anno. Permetterà di scrivere fino a circa trenta parole al minuto, più o meno come digitare con i pollici sul telefono. È perfetta per quando ti trovi in un ambiente in cui non vuoi parlare ad alta voce: puoi comunque inviare un messaggio in modo rapido e discreto, con piccoli movimenti. E questo è solo l’inizio. Crediamo che, leggendo i segnali inviati dai muscoli, si potranno fare molte altre cose. Personalmente, uso ogni giorno sia gli occhiali con display sia il braccialetto, ormai da più di un anno, e mi vengono naturali gesti sempre più rapidi e precisi. È un po’ come quando, la prima volta, hai impugnato un mouse: all’inizio è una novità assoluta, poi diventa un’estensione naturale della tua mano”.
Come fa Meta ad assicurarsi che l’intelligenza artificiale impari dagli utenti senza trasformare questa intimità in un meccanismo di estrazione dei dati?
“Credo che l’obiettivo principale sia costruire un’esperienza in cui il sistema impari davvero da te e diventi sempre più personalizzato, ma in modo rispettoso. Se ci pensi, è un po’ come la tastiera del tuo telefono: con il tempo migliora, riconosce i tuoi errori più frequenti, capisce come digiti e diventa più precisa. Allo stesso modo, i sistemi di intelligenza artificiale si adattano progressivamente al tuo stile, al tuo modo di scrivere e di esprimerti. Con l’assistente IA, o con quello integrato negli occhiali, il principio è lo stesso. Vuoi che ricordi le informazioni che ti riguardano, come un’allergia alimentare o alcune tue preferenze personali, perché questo rende l’esperienza più utile e su misura per te. Vuoi che riconosca la tua voce, che sappia distinguerti, che diventi più attento nel tempo. Il nostro impegno è proprio questo: permettere all’intelligenza artificiale di diventare più personale, non più invasiva. L’assistente ideale è quello che ti conosce abbastanza da offrirti un aiuto proattivo, ma senza mai oltrepassare i confini della fiducia. Immagina, per esempio, un sistema che sappia che sei allergico a qualcosa e ti avvisi prima di ordinare un piatto: sarebbe un gesto semplice, ma davvero significativo".
Come si conciliano gli occhiali smart con il diritto delle persone a non essere osservate?
“Abbiamo dedicato molto tempo allo sviluppo del Led che segnala lo scatto di una foto, proprio per assicurarci che fosse visibile e sufficientemente luminoso. Abbiamo scelto di farlo lampeggiare durante la registrazione video, invece di tenerlo acceso fisso, perché in questo modo risulta ancora più evidente”.
Cosa ne sarà del business di Meta, connettere le persone, se un giorno le IA che indossiamo comunicheranno al posto nostro?
“Con i dispositivi indossabili vogliamo aiutare gli utenti a creare relazioni ed esperienze più autentiche nel mondo fisico, non a sostituirle. La traduzione in tempo reale [resa possibile sugli occhiali dalla Meta IA, ndr] è un esempio concreto di tecnologia che abbatte le barriere”.
Credete ancora nel metaverso?
“Il nome dell’azienda resta Meta, e il metaverso continua a essere la direzione verso cui stiamo costruendo. Stiamo piuttosto ridefinendo cosa significhi arrivare al metaverso. In passato lo immaginavamo come uno spazio completamente immersivo, tridimensionale, in cui potersi “teletrasportare” e muovere liberamente da un mondo all’altro. Ma oggi, con i progressi dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo degli occhiali intelligenti, stiamo iniziando a pensare al metaverso in modo più ampio. Non deve per forza essere un ambiente immersivo in cui ci si isola, ma può essere una dimensione che si intreccia con la realtà quotidiana, resa più ricca e utile grazie alla tecnologia”.