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La Cina sta completando il primo data center sottomarino del mondo, tra pro e contro per l’ambiente

La Cina sta completando il primo data center sottomarino del mondo, tra pro e contro per l’ambiente

Alimentato dal vento e raffreddato dal mare, il data center subacqueo di Lin-gang vuole ridurre consumi e emissioni, ma la manutenzione complessa e i rischi per l’ecosistema marino ne mettono alla prova l’ambizione verde

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Sotto la superficie dell’acqua, al largo di Shanghai, la Cina ha completato la prima fase di un progetto complesso: spostare i server per il calcolo computazionale dal suolo alle profondità del Mar Cinese Orientale.

Un avveniristico data center è stato progettato nell’area speciale di Lin-gang, dove il governo cinese sperimenta modelli economici, normativi e infrastrutturali che poi potrebbero essere esportati nel resto del Paese.

Lin-gang nasce su un territorio bonificato dal mare, a pochi chilometri dal porto di Yangshan - uno dei più grandi al mondo - e dall’aeroporto di Pudong. È una città costruita per attrarre aziende dell’alta tecnologia, della robotica, dell’intelligenza artificiale, dei veicoli autonomi, e ora anche dei data center sottomarini.

Il governo cinese la considera un’area dove testare il capitalismo con caratteristiche cinesi in versione 2.0: meno legata all’industria pesante, più fondata su innovazione, efficienza e sostenibilità. È qui che si stanno costruendo le basi per un modello di città intelligente, con un’economia guidata dai dati, dalle reti 5G e da politiche verdi aggressive.

Come funziona il data center sott’acqua

Il nuovo data center sottomarino - costato 226 milioni di dollari - contribuisce a questa sperimentazione tecnologica. Le capsule pressurizzate che contengono le unità di calcolo riposano a circa 35 metri di profondità, dove la temperatura dell’acqua è stabile e naturalmente fredda.

Questa condizione riduce il bisogno di raffreddamento artificiale, il principale responsabile dei consumi energetici nei data center tradizionali. In superficie, le turbine eoliche offshore forniscono fino al 95% dell’energia necessaria, rendendo il complesso quasi autosufficiente.

La permanenza dei server sott’acqua, inoltre, dovrebbe garantire un Power Usage Effectiveness (PUE) - l’indice con cui si misura l’efficienza energetica di un data center - inferiore a 1,15. Un PUE di 1,0 rappresenta l’ideale teorico. I data center tradizionali operano spesso con valori tra 1,6 e 2,0, il che implica che per ogni watt usato dai server, altri 0,6-1 watt vengono spesi in supporto e raffreddamento.

La prima fase del progetto è progettata per ospitare 198 rack di server, sufficienti per contenere da 396 a 792 server. Si tratta ovviamente di un data center “mini” se paragonato a quelli sulla terraferma: una struttura media in Cina ospita fino a 3.000 rack standard, ma ne esistono di più grandi che ne possono contenerne oltre 10.000.

L’impatto ambientale: pro e contro

Il vantaggio ambientale è evidente. Non serve più sottrarre terreno urbano per costruire enormi capannoni, né consumare acqua dolce per i sistemi di raffreddamento. L’impatto acustico e visivo è minimo.

Ma la manutenzione di un’infrastruttura sottomarina è complessa e costosa. Ogni intervento tecnico richiede sommozzatori, robot e tempi di fermo non trascurabili. C’è poi il tema dell’ambiente marino: il rilascio di calore, seppur moderato, potrebbe alterare microecosistemi delicati; l’installazione stessa delle capsule e dei cavi sottomarini modifica habitat già stressati.

Inoltre, la sostituzione o l’aggiornamento dell’hardware – che nei data center terrestri avviene in pochi giorni – diventa un’operazione logistica di grande scala. Insomma questa soluzione, pur affascinante, rischi di spostare il problema piuttosto che risolverlo.

“La costruzione dei data center sottomarini è ancora in una fase iniziale”, ha detto a Wired Usa Wang Shifeng, presidente della Third Harbor Engineering, una delle aziende coinvolte nel progetto.

Il precedente: l’esperimento di Microsoft

In passato anche Microsoft ha provato a trasferire sott’acqua i suoi serve, attraverso il Project Natick, un esperimento condotto tra il 2018 e il 2020 al largo delle isole Orcadi, in Scozia.

In quell’occasione il colosso di Redmond installò un modulo cilindrico lungo dodici metri contenente 864 server, immerso a circa 35 metri di profondità. L’obiettivo era verificare se l’ambiente sottomarino potesse migliorare l’efficienza e l’affidabilità dei data center.

Il risultato superò le aspettative: nei due anni di funzionamento il sistema mostrò un tasso di guasto otto volte inferiore rispetto ai data center tradizionali, grazie all’assenza di ossigeno, all’umidità controllata e alla temperatura stabile dell’acqua.

Una volta riportato in superficie, il cilindro d’acciaio era perfettamente integro.

Project Natick non è stato trasformato in un servizio commerciale, ma ha aperto la strada all’idea che l’oceano possa diventare un’infrastruttura naturale, dove potenza di calcolo e sostenibilità si incontrano.