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La storia

Da Twitter a X, vent’anni del social che racconta il mondo. Nel bene e nel male

Da Twitter a X, vent’anni del social che racconta il mondo. Nel bene e nel male

Dal primo tweet di Jack Dorsey nel 2006 al lavandino di Elon Musk del 2022, fino alla recente integrazione dell'intelligenza artificiale: storia di una piattaforma social che ha connesso il mondo e al tempo stesso lo ha diviso

13 minuti di lettura

“just setting up my twttr”

Sette parole. Nessuna maiuscola. Il primo tweet della storia appartiene a Jack Dorsey e non è di certo un annuncio trionfale. Si tratta, in verità, di un test tecnico. Lo stesso Dorsey, in seguito, racconterà che in quel momento non aveva la minima idea di cosa stesse mettendo in moto.

Erano le 9.50 del 21 marzo 2006.

Twitter è nato dalle ceneri di Odeo, una startup di podcasting di San Francisco che stava andando male. All’epoca Apple aveva appena annunciato il supporto ai podcast su iTunes, svuotando di senso il prodotto su cui Odeo aveva scommesso tutto. Il CEO Ev Williams - ex Google, noto per aver fondato Blogger - aveva convocato una sessione di brainstorming per trovare un'idea nuova.

Jack Dorsey, studente universitario e giovane programmatore del team, propose la sua idea: dire al mondo cosa stai facendo in tempo reale, attraverso l’invio di un SMS a un piccolo gruppo di contatti.

In pratica, un aggiornamento di stato.

Dorsey si ispirò ai dispacci dei servizi di emergenza e dei taxisti newyorkesi, che usavano radio e messaggi corti per coordinarsi.

L’origine del nome

Quell’idea prese forma, inizialmente, col nome FriendStalker.

Poi Noah Glass, uno dei co-fondatori del social, propose di battezzare la nuova piattaforma twttr. Non è un refuso. Volevano chiamarla proprio così, senza la “i”, per evocare il suono dei cinguettii (twitter, in inglese, significa proprio ‘cinguettare’) ma in una forma compressa.

Nella Silicon Valley, a metà degli anni 2000, si usava eliminare le vocali dai nomi per ottenere qualcosa di corto, possibilmente epico e - dettaglio pratico - con un dominio web ancora disponibile.

L'architettura iniziale del servizio era vincolata dai limiti tecnici della telefonia cellulare dell'epoca. Il limite di 140 caratteri, che sarebbe diventato il tratto distintivo e la condanna creativa della piattaforma per oltre un decennio, fu scelto per garantire che i messaggi potessero essere trasmessi integralmente all'interno di un singolo SMS da 160 caratteri, lasciando spazio per il nome utente.

Questa restrizione tecnica impose una brevità forzata e una sintesi estrema.

Sarebbero diventate le basi di un linguaggio tutto nuovo.

Il lancio pubblico

Il team di sviluppo, composto da Dorsey, Biz Stone, Evan Williams e Noah Glass, sperimentò inizialmente il servizio come strumento interno per i dipendenti di Odeo, affrontando costi personali significativi per le tariffe degli SMS, prima del lancio pubblico avvenuto il 15 luglio 2006.

Il passaggio da esperimento di nicchia a fenomeno culturale avvenne nel marzo 2007, durante la conferenza South by Southwest Interactive (SXSWi) ad Austin. Attraverso l'installazione strategica di grandi schermi al plasma che mostravano i tweet in tempo reale, la piattaforma riuscì a catturare l'immaginario della comunità tecnologica.

Durante l'evento, il volume di tweet giornalieri triplicò, passando da 20.000 a 60.000. Questa crescita portò alla creazione di Twitter come entità indipendente nell'aprile 2007, sostenuta da round di finanziamento sempre più ingenti che ne avrebbero alimentato l'espansione globale.

Da social a fonte di notizie

Tra il 2008 e il 2013, Twitter cambiò pelle.

Smise di essere il social su cui le persone scrivevano cosa stessero facendo. E divenne la piattaforma su cui cercare “cosa sta succedendo”. Un’alternativa, insomma, ai media tradizionali.

La sua capacità di veicolare notizie in tempo reale, spesso superando le agenzie di stampa, ne fece ben presto lo strumento prediletto di giornalisti, attivisti e leader mondiali.

Nel 2008, James Buck, studente di giornalismo all’Università di Berkeley, si trovava in Egitto per documentare le proteste antigovernative nella città di Mahalla. Nel momento in cui la polizia lo stava arrestando, riuscì a pubblicare su Twitter un unico messaggio: “Arrested”.

L’episodio divenne uno dei primi esempi concreti del potenziale del microblogging come strumento di tutela dei diritti umani e di mobilitazione immediata. La pressione generata attraverso la piattaforma contribuì alla liberazione dello studente già il giorno successivo. Tornato in possesso del suo cellulare, Buck scrive su Twitter un nuovo messaggio: "Free".

Due tweet. Due parole. Una storia completa.

La crescita esplosiva del 2009

La piattaforma passò da circa 4-5 milioni di utenti registrati a fine 2008 a oltre 18 milioni nel corso del 2009, con picchi di crescita mensile che superavano il 1.000% rispetto all'anno precedente secondo alcune stime dell'epoca.

Tre eventi accelerarono questa espansione.

Il primo coinvolse l’attore Ashton Kutcher, che in aprile sfidò pubblicamente la CNN a chi arrivasse prima a un milione di follower. La vinse lui. La scommessa fu seguita da moltissime persone, contribuendo ad accrescere la visibilità del social.

Il secondo fu la morte di Michael Jackson, il 25 giugno 2009. Il traffico fu talmente improvviso e massiccio da mandare in down diversi servizi online contemporaneamente. Twitter divenne il luogo dove il mondo si ritrovò a elaborare la notizia in tempo reale, minuto per minuto.

Il terzo evento scatenante fu la Rivoluzione Verde iraniana, dopo le elezioni contestate di giugno 2009. Il Dipartimento di Stato americano chiese esplicitamente a Twitter di posticipare una manutenzione programmata per non interrompere le comunicazioni dei manifestanti iraniani.

Fu il momento in cui la piattaforma acquisì una dimensione geopolitica.

Il problema dei ricavi

Tutta questa crescita aveva un costo ingente. Twitter bruciava decine di milioni di dollari l'anno e non aveva ancora un modello di ricavo. Era una delle aziende più discusse del mondo e non guadagnava praticamente nulla.

Gli investitori avevano finanziato la crescita - nel settembre 2009 arrivò un round da 100 milioni di dollari con una valutazione di circa un miliardo - ma il solo venture capital non era sufficiente.

Così nell’aprile 2010 Twitter lanciò i tweet sponsorizzati: le aziende potevano pagare per far apparire un loro tweet nei feed degli utenti, etichettato come pubblicità. I primi inserzionisti furono grandi marchi americani - Starbucks, Virgin America, Best Buy - che usarono lo strumento per promozioni legate a eventi specifici o lanci di prodotto.

Twitter e la politica

La politica – in particolare quella americana – non perse tempo a colonizzare la piattaforma.

Barack Obama utilizzò Twitter durante la campagna elettorale del 2008 e nell’arco della sua presidenza, utilizzando il servizio per comunicare direttamente con i sostenitori senza il filtro dei media tradizionali.

Nel 2012, il suo tweet di annuncio della riconferma alla Casa Bianca - l’abbraccio alla moglie Michelle e la scritta “Four more years” - divenne il messaggio più condiviso dell'anno, e la testimonianza di come Twitter fosse diventato l'arena definitiva per la politica moderna.

Questa tendenza si espanse a livello globale: durante la Primavera Araba del 2011, Twitter divenne l'infrastruttura logistica per l'organizzazione dei dissidenti, portando i regimi a tentare blocchi totali dell'accesso a internet per silenziare la piattaforma.

Poi arrivò Trump, e la piattaforma divenne un megafono.

Il magnate aprì il suo account Twitter nel 2009. Per anni fu uno strumento come tanti per promuovere i suoi show televisivi e lanciare qualche provocazione. Niente che facesse presagire quello che sarebbe diventato.

La svolta arrivò con la campagna presidenziale 2015-2016.

Mentre i candidati tradizionali costruivano strutture comunicative elaborate, Trump twittava le sue opinioni a qualsiasi ora, senza filtri. Insulti ai rivali e attacchi ai media venivano affidati al social dei messaggi brevi. I giornalisti all'inizio lo trattarono come rumore. Poi capirono che era il segnale.

La Casa Bianca in tempo reale

Quando Trump entrò alla Casa Bianca nel gennaio 2017, qualcosa di strutturalmente nuovo accadde nella comunicazione istituzionale americana. Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti usava un account di social media personale come canale primario delle comunicazioni del governo.

Trump attaccava i media come "fake news" e "nemici del popolo", eppure i media non riuscivano a smettere di coprire ogni suo tweet. Il meccanismo era perverso: ogni tweet di Trump era potenzialmente una notizia. Ignorarlo era impossibile per una testata che volesse coprire la politica americana. Coprirlo significava inevitabilmente amplificarlo e dargli visibilità. Le redazioni erano intrappolate in un circolo che non riuscivano a spezzare.

Nomine di ministri, annunci di politica estera, licenziamenti di funzionari, dichiarazioni di guerra commerciale con la Cina: tutto passava da @realDonaldTrump prima che arrivasse a qualsiasi canale ufficiale.

Il segretario di Stato Rex Tillerson apprese di essere stato licenziato da un tweet. Il generale H.R. McMaster idem. Era un modo di governare - o di destabilizzare la governance, a seconda del punto di vista - senza precedenti nella storia politica moderna.

L'uso intensivo di Twitter da parte di Trump ebbe conseguenze durature sulla piattaforma. Il linguaggio politico polarizzante aumentò notevolmente sia tra i membri del Congresso che tra gli utenti generici, riflettendo e amplificando la tensione politica nel paese.

Trump oscurato

Il momento di rottura arrivò il 6 gennaio 2021.

Mentre i sostenitori di Trump assaltavano il Campidoglio di Washington nel tentativo di bloccare la certificazione della vittoria di Biden, Trump twittava messaggi che suonavano come un incitamento.

Twitter sospese temporaneamente l'account. Poi lo ripristinò con alcune restrizioni. Due giorni dopo, l'8 gennaio, lo sospese permanentemente, citando il rischio di ulteriore incitamento alla violenza.

Era la prima volta che una piattaforma privata oscurava un presidente degli Stati Uniti in carica. La decisione non convinse tutti: per alcuni era un atto necessario e tardivo di responsabilità, per altri una censura politica frutto del potere delle big tech di controllare il discorso pubblico.

Anche Mark Zuckerberg sospese Trump da Facebook e Instagram. YouTube fece lo stesso. In poche ore, il presidente americano era stato rimosso dalle principali piattaforme digitali del mondo.

L'impatto sul mondo dell’informazione

L'impatto di Twitter sul giornalismo fu profondo.

Per decenni le notizie erano state il frutto di un ritmo preciso: raccogliere, verificare, scrivere, pubblicare. Il giornalista era il filtro tra l'evento e il pubblico.

Twitter portò a compimento una rivoluzione iniziata, alla fine degli anni Novanta, con l’ascesa del web: l’informazione era improvvisamente alla portata di tutti. Per improvvisarsi reporter era sufficiente uno smartphone, una connessione e, appunto, un account Twitter.

Il primo segnale chiaro arrivò nel gennaio 2009, con l'ammaraggio di emergenza sull'Hudson del volo US Airways 1549.

Prima che qualsiasi testata pubblicasse un articolo, un passeggero di un traghetto di passaggio, Janis Krums, fotografò l'aereo sull'acqua e condivise la foto su Twitter con una didascalia molto semplice e diretta: “C’è un aereo nell’Hudson. Sono sul traghetto e sto andando a recuperare le persone”. La foto fu ripresa dai media di tutto il mondo. Le redazioni la inseguirono, non la produssero.

La risposta delle redazioni fu di adottare Twitter in massa.

Nel 2009 e 2010 quasi ogni grande testata anglosassone - New York Times, Guardian, BBC - iniziò a incoraggiare i propri giornalisti ad aprire profili personali e a usarli attivamente. Non solo per distribuire i propri articoli, ma per monitorare le conversazioni e segnalare aggiornamenti in tempo reale.

Nacque una nuova figura “ibrida”: il giornalista che twitta dal campo mentre sta ancora raccogliendo il materiale per l'articolo.

Il processo di raccolta delle notizie divenne parzialmente pubblico. I lettori potevano seguire una storia mentre si sviluppava, frammento per frammento.

Questo aveva un lato entusiasmante e uno problematico. Il lato entusiasmante era la trasparenza, la vicinanza, la sensazione di essere dentro la notizia. Il lato problematico era che la pressione a twittare per primi spingeva a pubblicare prima di aver verificato.

La piattaforma acquisì una tale autorità che persino il Vaticano, con Papa Benedetto XVI nel 2012, decise di aprire un account ufficiale per partecipare alla conversazione globale.

La comunità Black Twitter

Intorno al 2008-2009, mentre Twitter cresceva tra i bianchi della west coast americana, una parte consistente della comunità afroamericana iniziò ad adottare la piattaforma in modo indipendente e con dinamiche proprie.

Il meccanismo degli hashtag come strumenti narrativi collettivi, per esempio, fu in gran parte una invenzione di Black Twitter.

Ma la dimensione più storicamente rilevante di Black Twitter fu quella politica. La comunità sviluppò una capacità di mobilitazione e di pressione che non aveva equivalenti su nessun'altra piattaforma. A partire dal caso Trayvon Martin, il diciassettenne afroamericano ucciso nel febbraio 2012 in Florida da George Zimmerman, un vigilante di quartiere.

Nei giorni e nelle settimane dopo l'uccisione, mentre i media tradizionali davano uno scarso risalto alla storia, Black Twitter tenne viva l'attenzione, amplificò le richieste di giustizia e costruì una pressione pubblica che alla fine costrinse l'apertura di un procedimento giudiziario.

Quando Zimmerman fu assolto nel luglio 2013, fu su Twitter che Alicia Garza scrisse quello che lei stessa definì "una lettera d'amore ai neri". La sua amica Patrisse Cullors riprese le parole e le trasformò in un hashtag: #BlackLivesMatter.

Quello che nacque come tweet divenne un movimento globale.

Senza la rapidità e l'amplificazione di Twitter, nomi come Michael Brown o Breonna Taylor non avrebbero probabilmente ottenuto lo stesso livello di riconoscimento internazionale, né avrebbero innescato una riflessione così profonda sulle politiche di polizia e sul razzismo sistemico.

L’era di Elon Musk

L'acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, per 44 miliardi di dollari nell'ottobre 2022, ha segnato la fine dell'era del "cinguettio" e l'inizio di una trasformazione radicale, a tratti caotica.

Il 26 ottobre 2022, l’imprenditore entrò nella sede di Twitter a San Francisco portando in mano un lavandino. La scena fu condivisa online con un gioco di parole ironico: “Let that sink in”.

Musk voleva inaugurare la nuova era del social con ironia e teatralità, e con il gusto per la provocazione che aveva già trasformato il suo account Twitter in uno dei più seguiti al mondo.

Subito dopo aver acquistato il social, Musk rimosse immediatamente i vertici aziendali, ridusse drasticamente la forza lavoro dell'80% e avviò una revisione totale delle politiche di moderazione e verifica.

Il sistema di “spunte blu”, precedentemente riservato a figure pubbliche verificate, venne trasformato in un servizio in abbonamento (X Premium): sarebbe stato più semplice accedere alla visibilità algoritmica, ma al prezzo di una inevitabile crescita sulla piattaforma di impostori e disinformazione.

Cambia il nome: Twitter diventa X

Nel luglio 2023, la piattaforma è stata ufficialmente ribattezzata X, eliminando l'iconico logo dell'uccellino blu e il nome stesso che era entrato nel dizionario Oxford come verbo.

Musk intendeva trasformare il social in una “everything app” capace di integrare pagamenti, comunicazioni crittografate, streaming video e intelligenza artificiale. Questa trasformazione, oggi, è ancora incompleta.

Quattro anni dopo il discusso cambio di brand, inoltre, molti continuano a chiamare il social Twitter.

La moderazione smantellata

Il tema centrale della narrativa di Musk - nel momento in cui ha comprato Twitter - era la libertà di parola. Aveva dichiarato di voler trasformare il social in una piazza pubblica dove tutte le voci potessero esprimersi senza le censure imposte dalla gestione precedente.

In pratica, questo si tradusse nel reintegro di account precedentemente bannati per violazione delle regole - incluso quello di Donald Trump, sospeso dopo il 6 gennaio 2021 - e nel ridimensionamento dei team di moderazione dei contenuti.

Il risultato fu un ambiente più tossico.

Le voci più estreme iniziarono a trovare meno ostacoli e più visibilità.

E l’algoritmo iniziò a premiare sempre di più contenuti che pervasi da rabbia e indignazione, indipendentemente dalla loro accuratezza o dal loro effetto sul clima del dibattito.

Le organizzazioni che monitorano la disinformazione e l'hate speech documentarono nei mesi successivi un aumento significativo di contenuti razzisti, antisemiti e di molestie sulla piattaforma. Musk contestò queste analisi. Il dibattito sul deterioramento della qualità del discorso su X non si è mai chiuso del tutto.

I conflitti di interesse di Musk

Quando Elon Musk acquisì Twitter era già la persona più ricca del mondo e il proprietario di un impero industriale che includeva Tesla, SpaceX, Neuralink e The Boring Company.

Nessuno degli imprenditori che avevano posseduto media o piattaforme prima di lui aveva portato con sé un portafoglio di interessi così vasto e così direttamente dipendente dalle decisioni governative. SpaceX ha contratti miliardari con la NASA e il Dipartimento della Difesa americano. Tesla dipende anche da sussidi federali e da regolamentazioni ambientali. Neuralink è soggetta all'approvazione della FDA. The Boring Company necessita delle autorizzazioni di amministrazioni locali.

Possedere la piattaforma dove si formava buona parte del discorso politico americano - e usarla attivamente per sostenere candidati e posizioni politiche - creava una sovrapposizione di interessi che non aveva precedenti nella storia del capitalismo americano contemporaneo.

Muske non è stato e mai sarà un arbitro neutrale su X: è un partecipante attivo, con posizioni politiche dichiarate, più di duecento milioni di follower e la capacità tecnica - comprovata - di amplificare o sopprimere contenuti.

Quando Musk commenta notizie, attacca giornalisti, sostiene politici o deride avversari, lo fa dalla posizione simultanea di utente, editore e proprietario dell'infrastruttura.

La macchina elettorale

Il coinvolgimento di Musk nelle elezioni presidenziali americane del 2024 fu un esempio emblematico di questo conflitto di interessi. Musk sostenne pubblicamente Donald Trump, partecipò ai suoi comizi, donò centinaia di milioni di dollari alla campagna e ai comitati politici collegati.

Nel frattempo, X era la piattaforma su cui quella campagna si svolgeva.

L'algoritmo di raccomandazione - le cui scelte determinavano quali contenuti amplificare e quali seppellire - era controllato da un'azienda il cui proprietario aveva un interesse personale dichiarato nell'esito elettorale.

Uno degli episodi più discussi fu la questione della visibilità dei contenuti su X durante il periodo elettorale. Ricercatori e giornalisti documentarono come i contenuti critici verso Trump o favorevoli ai democratici sembravano ricevere meno amplificazione algoritmica rispetto a quelli di segno opposto.

Ma l’influenza di Musk - che possiede l’account più seguito su X - non si è mai limitato alla sola politica.

Nel novembre 2023, l’imprenditore scrisse “hai detto la verità” sotto un post che promuoveva teorie antisemite sul controllo ebraico dei media e sull'immigrazione.

La reazione fu immediata: grandi inserzionisti - Apple, Disney, IBM, Warner Bros - sospesero la pubblicità su X. La Anti-Defamation League e numerose organizzazioni ebraiche condannarono il commento.

L'interferenza nella politica europea

Nel 2025, Musk si inserì attivamente con il suo account X nelle politiche di diversi paesi europei - Germania, Regno Unito, Italia - sostenendo pubblicamente partiti di estrema destra, attaccando leader di governo, amplificando sulla sua piattaforma narrazioni politiche specifiche.

Sostenne apertamente AfD nelle settimane prima delle elezioni federali in Germania, arrivando a ospitare su X un evento in diretta con la leader del partito Alice Weidel. Espresse ammirazione per Giorgia Meloni. Attaccò il primo ministro inglese Keir Starmer con accuse durissime legate alla gestione storica dei casi di abusi sessuali di gruppo nelle città inglesi.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aprì indagini formali su X per presunte violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea sulla moderazione dei contenuti. Era la prima volta che una piattaforma americana veniva sottoposta a un procedimento regolatorio di quella portata in Europa.

Nell'aprile 2024 l’Ue emise una multa record di 120 milioni di euro a X per aver violato gli obblighi di trasparenza imposti dal DSA, in relazione alla mancata presentazione di rapporti dettagliati sulle proprie pratiche di moderazione del contenuto e sull'impatto ambientale dei propri server, requisiti chiave della normativa.

L'integrazione dell'intelligenza artificiale

Milioni di conversazioni umane avvenute in tempo reale su Twitter, e poi X - breaking news, rivoluzioni, lutti collettivi, umorismo, rabbia, dibattiti politici - rappresentano un dataset di valore incalcolabile nell'era dei modelli linguistici.

Nessun'altra azienda tecnologica possiede un flusso così denso di linguaggio naturale ancorato al momento presente. Elon Musk lo sa bene, e Grok - il chatbot sviluppato dalla sua società xAI e progressivamente integrato nell'interfaccia di X - è stata la risposta a quella consapevolezza.

Lanciato in forma beta nel novembre 2023 per i soli abbonati Premium+, e poi aperto gratuitamente a tutti su X e su una app dedicata, Grok si è presentato al mondo come un chatbot dalla personalità deliberatamente diversa dai concorrenti.

Dove ChatGpt e Calude sono cauti, Grok si dichiara “massimamente orientato alla verità”. Il modello di riferimento è la Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams: irriverente, enciclopedico, con una sottile vena nichilista. Le linee guida di Grok, insomma, riflettono fedelmente lo sguardo sul mondo del suo creatore.

Rispetto ai competitor, Grok ha una marcia in più: può rispondere su fatti accaduti in tempo reale sfruttando le informazioni che vengono condivise su X. Ma c'è ancora oggi una tensione irrisolta al cuore di tutto questo.

La stessa piattaforma che fornisce a Grok il suo vantaggio competitivo - il flusso grezzo, non moderato, della conversazione umana in tempo reale - è anche la sua fonte di contaminazione e, potenzialmente, di disinformazione.

Nel luglio 2025, per esempio, Grok ha generato contenuti antisemiti, costringendo xAI - la società di Musk che lo ha sviluppato - a scusarsi pubblicamente. Non è stato un incidente isolato, ma la conseguenza logica di un modello che si nutre di un ecosistema informativo dove la moderazione è stata deliberatamente ridotta al minimo.

Vent’anni dopo, il paradosso di X

Nonostante le critiche feroci, i problemi finanziari, la perdita di prestigio culturale tra alcune élite intellettuali e la concorrenza di nuove piattaforme, X rimane nel 2026 un attore fondamentale nel panorama dei media digitali.

La sua rilevanza non è misurabile esclusivamente attraverso le metriche tradizionali dei social media - come la crescita della base utenti o il tempo speso sull'app - ma risiede principalmente nella sua funzione di “catalizzatore della realtà”. Nella sua capacità di dettare l’agenda politica e mediatica.

Vent’anni dopo la sua creazione, X rimane influente perché è il luogo dove continuano a comunicare le persone che contano.

Nonostante l'ascesa di TikTok o di Instagram, la politica, i dibattiti sull’attualità e il giornalismo investigativo continuano a svolgersi su X.

Quando un leader mondiale deve fare un annuncio, o quando un amministratore delegato deve rispondere a una crisi di mercato, X rimane la prima scelta per la comunicazione immediata e non filtrata.

D'altro canto, il social di Musk ha perso la sua funzione di “piazza del villaggio” universale. La polarizzazione incoraggiata dai cambiamenti algoritmici ha portato a una frammentazione del discorso pubblico.

Molti utenti che cercavano un dibattito più sano e protetto si sono spostati su Bluesky o Threads. La decisione di alcune grandi testate giornalistiche - come il New York Times - di abbandonare la piattaforma ha ulteriormente eroso la sua credibilità come fonte primaria di verità oggettiva.

Il paradosso finale è che Musk ha comprato Twitter in nome della libertà di parola, per costruire - diceva - la piattaforma più aperta e inclusiva che fosse mai esistita.

Quello che invece ha ottenuto è un luogo più omogeneo, più radicale nei suoi contenuti dominanti e meno capace di ospitare il tipo di conversazione trasversale che aveva reso Twitter, nei suoi anni migliori, qualcosa di unico.

Eppure che venga amato o odiato, X rimane l'archivio più dettagliato e immediato delle nostre contraddizioni collettive, un monumento digitale alla nostra incessante ricerca di connessione e alla nostra altrettanto incessante capacità di conflitto.