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L’indagine

Su Telegram foto intime non consensuali vendute per 20 o 50 euro: coinvolti migliaia di italiani

Su Telegram foto intime non consensuali vendute per 20 o 50 euro: coinvolti migliaia di italiani

Un'indagine della no-profit AI Forensics rivela come Telegram sia diventato il fulcro di un'economia che monetizza abusi sessuali, deepfake e violenza di genere, attraverso una rete che collega Italia e Spagna

6 minuti di lettura

Su Telegram la violenza di genere sta assumendo i contorni di un’infrastruttura organizzata e profittevole della quale la popolare app di messagistica istantanea sta diventando il canale principale e involontario.

Queste le conclusioni a cui giunge il report “Harassment As Infrastructure: How Telegram's design enables technology-facilitated gender-based violence in Italy and Spain” curato da AI Forensics, organizzazione indipendente fondata in Italia che svolge indagini tecnico-forensi sull’uso delle intelligenze artificiali e delle piattaforme digitali negli ambiti degli abusi e delle violenze.

Il rapporto dimostra che Telegram ha involontariamente consentito la nascita di un sistema nel quale la violenza è automatizzata, catalogata, distribuita e venduta con efficienza, al pari di una piattaforma e-commerce legittima.

L’indagine si basa sull’analisi di 2,8 milioni di messaggi scambiati in sedici comunità online tra Italia e Spagna nell’arco di sei settimane e il risultato demolisce la narrazione secondo cui gli abusi sarebbero episodici, legati a devianze individuali (come il revenge porn) o a comportamenti di adolescenti irresponsabili.

Telegram è l’hub che riunisce tutti i mali

La diffusione della violenza di genere non è circoscritta ai confini di una nazione né è limitata a una singola piattaforma. La ricerca ha identificato oltre 24mila utenti attivi nel perpetrare violenze e nel diffonderle tramite gruppi Telegram che riuniscono 27mila membri in Italia e circa 25mila in Spagna.

Numeri che indicano la presenza di una massa critica di individui che operano all'interno di norme sociali condivise, dove lo sfruttamento delle donne è normalizzato e incoraggiato. Un fenomeno che va ben al di là, per esempio, del gruppo Facebook Mia moglie, nel quale a fare circolare fotografie di donne erano per lo più i loro partner.

Infatti, il 72% dei contenuti circolanti nei gruppi spagnoli è stato rintracciato anche negli ambienti italiani, dimostrando che la violenza di genere digitale ha costruito una rete extranazionale che agisce ignorando tanto le giurisdizioni legali quanto le barriere linguistiche.

Telegram funge da collante, diventa punto di raccolta e snodo logistico lungo il quale i contenuti estratti da altre piattaforme vengono aggregati, elaborati e rimessi in circolazione.

Un’economia sommersa

La natura di questa violenza è radicata in un'economia sommersa che sfrutta le funzionalità messe a disposizione da Telegram per trasformare l'abuso in una fonte di reddito.

A tirare le fila di questi mercimoni, sostiene il rapporto, sono soprattutto uomini giovani ed eterosessuali che hanno creato modelli di business per la vendita di interi archivi digitali che includono immagini e video intimi non consensuali anche di carattere pedopornografico e incestuoso.

L'accesso agli archivi non è né gratuito, né aperto a tutti e sottostà a dinamiche di mercato precise: gli utenti possono acquistare l'accesso perpetuo a canali privati o archivi completi pagando somme che variano dai 20 ai 50 euro, oppure sottoscrivere abbonamenti ricorrenti a partire da 5 euro mensili.

La monetizzazione è strutturata. Esistono veri e propri servizi di affiliazione grazie ai quali gli utenti vengono reclutati per promuovere bot di intelligenza artificiale capaci di generare immagini nudificate, ottenendo in cambio percentuali sui guadagni generati.

Il ruolo dell’automazione

L'automazione rappresenta il motore che ha permesso la crescita di questa economia. L'uso massiccio di bot e strumenti di intelligenza artificiale ha abbattuto le barriere tecniche all'ingresso, permettendo a chiunque di partecipare attivamente alla catena di produzione e distribuzione della violenza.

I bot svolgono molteplici funzioni all'interno di queste comunità: gestiscono automaticamente l'accesso ai gruppi privati, verificano il rispetto delle regole interne, generano link di invito e offrono servizi di manipolazione delle immagini.

I cosiddetti "nudifying bot" sono tra gli strumenti più richiesti e pubblicizzati, capaci di prendere una fotografia di una donna e trasformarla in un'immagine sessualmente esplicita in pochi secondi.

Questa tecnologia, combinata con la capacità di generare deepfake audio e video, ha creato un mercato parallelo di contenuti sintetici non consensuali che alimenta ulteriormente la domanda di materiale abusivo.

Un sistema multipiattaforma

Sebbene Telegram sia il palcoscenico principale sul quale si organizzano e si consumano queste violenze, il report chiarisce che la piattaforma non opera nel vuoto, ma è parte integrante di un più vasto ecosistema multipiattaforma.

TikTok emerge come la fonte primaria di materiale grezzo, essendo menzionata quasi ventimila volte nel dataset analizzato. Gli utenti di Telegram trattano TikTok come un serbatoio inesauribile da cui attingere immagini e video di donne, spesso minori o influencer, per poi elaborarli e redistribuirli illegalmente.

Instagram occupa il secondo posto nella classifica delle fonti, con migliaia di riferimenti a profili personali e screenshot di conversazioni private che vengono catturati e condivisi senza il consenso delle vittime.

Anche Snapchat e OnlyFans svolgono ruoli cruciali in questa catena di approvvigionamento. Il primo viene sfruttato per intercettare contenuti effimeri (quelli che scompaiono dopo 24 ore dalla pubblicazione) che vengono registrati e conservati, mentre il secondo è oggetto di un sistematico saccheggio di contenuti a pagamento che vengono poi leakati e venduti a prezzi irrisori nei canali Telegram.

C’è anche un ampio spazio di confronto e reclutamento, Reddit, sui cui gli utenti discutono tecniche, condividono prompt per aggirare le sicurezze delle intelligenze artificiali e diffondono link di invito per accedere alle comunità Telegram.

Organizzazione e organigrammi

Queste comunità sono organizzate e ciò rende palese che non sono gruppi casuali. Al loro interno, infatti, ci sono i fornitori di materiale, altri utenti che si occupano di recuperare contenuti specifici a seconda della domanda del momento e gli amministratori che gestiscono le regole e mantengono l’ordine dei gruppi.

La maggior parte degli utenti contribuisce pagando e quindi sostenendo questi sistemi.

La suddivisione dei ruoli suggerisce l’esistenza di reti diramate e stabili nelle quali – continua il report – lo status degli utenti è determinato dalla loro capacità di fornire materiale esclusivo.

La violenza come strumento di coesione

La violenza diventa così un linguaggio comune e un mezzo di coesione sociale per persone che trovano in queste piattaforme uno spazio sicuro nel quale esprimere e rafforzare norme misogine senza timore di sanzioni sociali o legali.

Le vittime di questo sistema sono estremamente diversificate, spaziando dalle donne non esposte mediaticamente, come partner, ex fidanzate, amiche o conoscenti, fino alle figure pubbliche come influencer, attrici, giornaliste e attiviste femministe.

Ciò che accomuna tutte le vittime è la totale perdita di controllo sulla propria immagine e sulla propria narrazione digitale. Spesso le donne non sono consapevoli che le loro foto, rubate da profili social privati o scattate di nascosto, stanno circolando in reti globali dove vengono commentate, valutate, modificate e vendute.

Una forma di violenza che ne contiene diverse: oltre alla diffusione non consensuale di immagini intime, le vittime subiscono doxxing, con la pubblicazione di indirizzi di casa, numeri di telefono e dati personali che le espongono a minacce nel mondo fisico.

Il cyberstalking e l'uso di spyware per monitorare i movimenti e le comunicazioni delle vittime sono pratiche diffuse e normalizzate al pari di strumenti per esercitare un controllo legittimo sulle donne.

La risposta delle piattaforme e l’impegno delle autorità

AI Forensics, oltre a svolgere indagini, si spende anche per invitare le piattaforme ad adottare atteggiamenti più responsabili.

Tuttavia, la risposta delle piattaforme stesse e delle istituzioni appare finora inadeguata di fronte alla portata e alla sofisticazione del fenomeno.

Telegram, nonostante le sue politiche di utilizzo, sembra persino beneficiare di queste reti incassando ricavi significativi dagli abbonamenti Premium, sottoscritti da chi organizza e archivia i contenuti abusivi.

La moderazione dei contenuti si rivela inefficace e reattiva: i gruppi chiusi dalle autorità tendono a riaprire nel giro di poche ore sotto nuovi nomi o link. La natura crittografata e la privacy offerta dalla piattaforma, seppure legittime in molti contesti, vengono sfruttate per creare zone d'ombra nelle quali la violenza può proliferare.

Inoltre, la frammentazione delle responsabilità legali tra i diversi paesi europei e la mancanza di una regolamentazione unica mette in condizione le forze dell’ordine di intervenire solo in seguito a lunghe operazioni di coordinamento

Le implicazioni più profonde

Le implicazioni di questa ricerca per il futuro della sicurezza digitale e dei diritti delle donne sono profonde e richiedono un cambio di paradigma nell'approccio legislativo e tecnologico.

Il report evidenzia che la violenza online non può essere considerata al pari di un’estensione digitale di reati tradizionali e che dovrebbe essere riconosciuta come una forma specifica di crimine da osteggiare con strumenti di prevenzione e di indagine.

Le raccomandazioni del report puntano verso una responsabilizzazione diretta delle piattaforme, suggerendo di designare Telegram come Piattaforma Online Molto Grande (VLOP) sotto il Digital Services Act dell'Unione europea e, come tale, soggetta a obblighi di trasparenza algoritmica e di moderazione.

La prevenzione e la lotta

Per quanto riguarda i quadri giuridici delle singole nazioni, AI Forensics insiste sull’aggiornamento dei rispettivi codici penali affinché simili reati vengano aggravati dall’uso di automazioni e monetizzazione.

Con l’introduzione della legge italiana sull’intelligenza artificiale entrata in vigore il 10 ottobre del 2025 è stato varato l’articolo 612-quater del Codice penale che punisce la diffusione di deepfake con la reclusione da 1 a 5 anni.

Un passo nella giusta direzione, ancorché insufficiente e non adeguato alla capacità di fuoco con cui le intelligenze artificiali sono in grado di creare e contribuire a diffondere questi contenuti.

La lotta contro questo ecosistema di abuso richiede anche una cooperazione internazionale tra forze di polizia, autorità di regolamentazione e piattaforme tecnologiche.

La creazione di task force specializzate, capaci di tracciare i flussi finanziari legati alla vendita di archivi illegali, di identificare gli sviluppatori e i distributori di bot malevoli, è sollecitata con urgenza dal report.

Parallelamente, è fondamentale investire nell'educazione digitale e nella prevenzione, promuovendo la cultura del consenso e, ancora prima, del rispetto.

Non da ultimo, le vittime necessitano di percorsi di supporto dedicati che includano assistenza legale, psicologica e tecnica per la rimozione dei contenuti, con tempi di intervento ridotti rispetto agli standard attuali.

Solo attraverso un approccio trasversale che combina regolamentazione rigorosa, innovazione tecnologica, etica e cambiamento culturale sarà possibile smantellare queste forme di violenza.

L’origine non è tecnologica

Il report "Harassment As Infrastructure" restituisce il quadro di una realtà in cui la tecnologia amplifica la misoginia trasformandola in un sistema ramificato.

Telegram, con le sue specifiche architetture e il suo modello di business, è terreno fertile per questa evoluzione, ma le radici del problema affondano in una cultura più ampia che tende a sottovalutare la gravità della violenza di genere offline e online. La sfida non è solo tecnica o legale ma soprattutto etica e politica. Incolpare le piattaforme online non risolve il problema.