Gli strumenti di rilevamento dell’IA sono spesso oggetto di discussione. Promettono di classificare testi e immagini prodotti da un’intelligenza artificiale con un certo grado di accuratezza, espresso in percentuale. Gli utenti copiano un documento sulle pagine web di questi servizi, oppure caricano delle foto, e una volta premuto “invio” ottengono in risposta un “verdetto”: il contenuto in questione è “umano” o “AI”.
Il problema è che, tecnicamente, non esistono strumenti capaci di individuare con certezza assoluta le tracce dell’IA.
E questo equivoco - la percezione che invece siano in grado di farlo - genera problemi talvolta più grandi dei deepfake stessi.
NewsGuard, società statunitense specializzata nel monitoraggio dell’affidabilità delle fonti online e della disinformazione, ha testato cinque tra i principali strumenti utilizzati online per “verificare” immagini potenzialmente create da un’intelligenza artificiale. L’indagine sottolinea una vulnerabilità preoccupante: tre dei cinque strumenti in questione hanno classificato come generate dall’intelligenza artificiale delle immagini che in realtà sono reali. Nel complesso, le immagini autentiche sono state giudicate artificiali nel 13,33% dei casi.
Il dato più alto riguarda ScamAI, che ha indicato come generate dall’IA sei immagini autentiche su 15, pari al 40%. ZeroGPT ha sbagliato tre volte su 15, con un tasso del 20%. AI or Not ha commesso un solo errore, pari al 6,67%. Hive e Sightengine hanno invece riconosciuto correttamente tutte le 15 immagini reali sottoposte al test.
L’effetto di questi errori può essere devastante. In ambienti informativi già polarizzati, un falso positivo può essere usato come prova apparente per sostenere che una fotografia autentica sia falsa, sfruttando la sfiducia verso i media digitali.
Guerra, immagini e disinformazione
Il test di NewsGuard si è concentrato su 15 fotografie autentiche relative alla guerra tra Stati Uniti e Iran, pubblicate da fonti considerate credibili. Le immagini sono state sottoposte a cinque strumenti: Hive, AI or Not, ZeroGPT, Sightengine e ScamAI. Tutti dichiarano di essere in grado di distinguere immagini autentiche da contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Secondo NewsGuard, il conflitto ha prodotto una forte circolazione di contenuti visivi sospetti sui social network: immagini false di bombardamenti, città distrutte e presunte simulazioni di decessi. In questo contesto, gli strumenti di rilevamento sono stati usati anche per delegittimare contenuti autentici.
Uno degli esempi citati riguarda un video reale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un caffè, pubblicato online per smentire le voci secondo cui fosse stato ucciso o gravemente ferito in un attacco missilistico iraniano.
Alcuni utenti hanno rilanciato il filmato insieme al risultato di un’analisi di Hive, secondo cui il video sarebbe stato “generato dall’IA” con una probabilità del 96,9%. Utenti anti-israeliani e filo-iraniani hanno usato quel dato per sostenere che Netanyahu fosse morto.
NewsGuard scrive che il confronto con altre immagini e video girati nello stesso luogo ha confermato l’autenticità del filmato. Hive, secondo il report, potrebbe essere stato tratto in errore da un filtro o da una leggera modifica del filmato che aveva sfocato lo sfondo. L’azienda non ha risposto a due richieste di commento.
Il caso mostra come la verifica automatica possa diventare parte della contesa informativa. Un risultato espresso in percentuale tende a comunicare certezza, anche quando lo strumento misura solo una probabilità tecnica. Per il pubblico, la differenza tra “probabile manipolazione” e “prova di falso” può diventare difficile da percepire, soprattutto nei contesti di guerra.
I problemi degli strumenti che promettono di riconoscere i deepfake
Il co-fondatore di ScamAI, Dennis Ng, ha detto a NewsGuard che i falsi positivi possono verificarsi. Secondo Ng, uno dei motivi è che gli strumenti di rilevamento richiedono in genere immagini ad alta risoluzione e con un elevato livello di dettaglio nei pixel per identificare correttamente un contenuto reale. “Possiamo certamente adattare e perfezionare i nostri modelli in base a casi d’uso specifici per contribuire a ridurre questi episodi”, ha dichiarato. Il sito di ScamAI indica che “l’accuratezza varia in base al tipo di contenuto e alla tecnica di attacco” e afferma una “accuratezza di rilevamento del 95,3%”.
Il CEO di ZeroGPT, Rawad Baroud, ha spiegato a NewsGuard che tecniche come ridimensionamento e compressione possono portare a classificare erroneamente contenuti reali come generati dall’IA. Baroud ha aggiunto che immagini con caratteristiche visive simili a quelle sintetiche, tra cui illuminazione insolita, forte contrasto e sfocatura, possono produrre risultati imprecisi. “Le immagini giornalistiche provenienti da zone di conflitto presentano spesso molte di queste caratteristiche”, ha affermato.
Anche il CEO di AI or Not, Anatoly Kvitnitsky, ha indicato la qualità dell’immagine come possibile fattore di errore, affermando che “nel caso di un falso positivo, la bassa qualità dell’immagine può talvolta influenzare il risultato dell’analisi”. Sul proprio sito, AI or Not dichiara un’“accuratezza di rilevamento dell’IA del 98,9%”, basata sulla valutazione di un dataset accademico pubblico contenente immagini reali e generate artificialmente.
Le percentuali di accuratezza dichiarate dalle aziende vanno lette con cautela. La performance di un modello dipende dal tipo di immagini testate, dalla qualità dei file e dal livello di manipolazione.
Un risultato elevato su un dataset controllato può ridursi in modo significativo davanti a immagini giornalistiche compresse, rilanciate sui social o acquisite in condizioni difficili.
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Le manipolazioni che sfuggono ai rilevatori di IA
NewsGuard ha condotto anche uno stress test. Le 15 immagini autentiche sono state modificate in due modi: con ritocchi leggeri, come miglioramento dell’illuminazione e sfocatura di elementi di sfondo, e con manipolazioni più sostanziali, pensate per alterarne il significato. In quest’ultima categoria rientravano modifiche come l’aggiunta di fumo, la trasformazione di bandiere o la modifica di scritte su mezzi militari.
I risultati mostrano differenze marcate. Sightengine ha riconosciuto correttamente solo cinque delle 15 immagini fortemente alterate, con un tasso del 33%. Hive ne ha riconosciute nove, pari al 73,33%. ScamAI ne ha identificate 12, con l’80%. ZeroGPT è arrivato a 14, pari al 93,33%. AI or Not ha rilevato correttamente tutte le immagini significativamente manipolate.
Nel caso dei ritocchi lievi, ScamAI ha classificato come generate dall’IA il 93% delle immagini, AI or Not l’87% e ZeroGPT l’80%. Hive e Sightengine hanno segnalato come generate artificialmente solo il 27% delle immagini lievemente modificate.
Dennis Ng, di ScamAI, ha spiegato che il modello dell’azienda classifica come manipolata dall’IA anche un’immagine reale alla quale sia stato applicato un filtro generativo. “Se il nostro modello rileva qualche tipo di filtro [IA] applicato a un’immagine reale, la classificheremo comunque come immagine manipolata dall’IA”, ha dichiarato.
La distinzione tra immagine generata, immagine ritoccata e immagine manipolata è ormai decisiva. Una fotografia reale con sfondo sfocato attraverso uno strumento di IA conserva un nucleo documentale diverso da un’immagine creata da zero o da una fotografia alterata per cambiare il significato dell’evento. Senza categorie chiare, il rischio è trattare interventi molto diversi come se fossero equivalenti.
Il ruolo ancora necessario della verifica umana
I risultati dell’indagine NewsGuard indicano che i rilevatori automatici possono essere utili come segnali preliminari, purché inseriti in un processo più ampio.
Lo stesso Rawad Baroud, CEO di ZeroGPT, ha invitato giornalisti, ricercatori e fact-checker a combinare i risultati dei modelli con verifica delle fonti, ricerca inversa delle immagini, analisi dei metadati, cronologia di pubblicazione e contesto giornalistico prima di trarre conclusioni.
Insomma appare evidente che i rilevatori di IA non possono sostituire la verifica umana.
In scenari di conflitto, dove immagini e video diventano prove politiche oltre che documenti informativi, l’autenticità va stabilita attraverso una combinazione di analisi tecnica, confronto con fonti indipendenti e ricostruzione del contesto.
L’intelligenza artificiale può aiutare questa verifica, a condizione che il suo risultato venga trattato come un indizio e non come una sentenza.