L’hantavirus è sotto i riflettori internazionali dopo l’individuazione di un focolaio a bordo della nave da crociera MV Hondius. Sebbene nella maggior parte dei casi il virus venga trasmesso attraverso il contatto con roditori infetti, il ceppo Andes virus rilevato soprattutto tra Argentina e Cile, rappresenta un’eccezione di rilievo perché può diffondersi mediante contatto ravvicinato tra esseri umani.
Pure confermando che il rischio di infezione rimane molto basso, lo scorso 11 maggio il ministero della Salute italiano ha diramato una circolare alla volta delle Regioni, delle Aziende sanitarie locali (Asl), degli ospedali e di altre strutture sanitarie nella quale, tra le altre, figurano anche indicazioni per il monitoraggio dei contatti considerati a rischio.
Una decisione che ha una logica, considerando che il periodo di incubazione dell’hantavirus può durare fino a sei settimane e il contact tracing può assumere un ruolo salvifico.
Che cos’è il contact tracing
Il contact tracing richiama alla memoria la recente pandemia da Codiv-19 e quando è stato impiegato per identificare le persone entrate in contatto con soggetti positivi al fine di sottoporle ai test di rito e interrompere le diverse catene di contagio prima che generassero a loro volta ulteriori focolai.
È stato usato sia mediante operatori sanitari sia in modalità digitale, attraverso app per dispositivi mobili, dei sistemi di analisi dei dati supportati dal protocollo Bluetooth.
Nel caso specifico, i passeggeri a bordo della nave MV Hondius provengono da oltre 20 Paesi diversi e riuscire a tracciarli tutti può non essere immediato, anche perché alcuni erano già sbarcati prima che il focolaio venisse individuato.
Si è quindi reso necessario uno scambio di dati rapido e preciso tra governi e autorità sanitarie diverse. Una situazione fino a oggi gestibile perché non si tratta di monitorare milioni di contatti umani in tempo reale ma di ricostruire esposizioni ambientali e movimenti geografici di un numero contenuto di persone, circa 150.
Tutto ciò rende il contact tracing un tema più prossimo alla sensoristica e all’analisi dei dati territoriali che alla modalità di notifiche push sugli smartphone tipiche del Covid-19. Più che di tracciare contatti tra persone, si tratta di monitorare i rapporti tra individui e spazi contaminati, come conferma uno studio pubblicato a giugno del 2023.
Se emergono più infezioni in una determinata area rurale, in una struttura logistica o a bordo di una nave, i sistemi di tracciamento possono incrociare dati Gps, mappe che mostrano dati geolocalizzati (Gis), cronologia degli spostamenti e informazioni ambientali per individuare focolai.
Un approccio già adottato per sorvegliare attività epidemiologiche mediante piattaforme che permettono di esaminare dati genetici dei virus, mappe geografiche e reti di esposizione per ricostruire le catene di trasmissione. Un esempio è HantaNet, software dell’Agenzia nazionale americana della salute pubblica (CDC) usato per visualizzare ed esaminare i genomi degli hantavirus.
Un sistema di tracciamento che poco ha a che vedere con quello usato durante la pandemia e che, mediante sensori ambientali dislocati sul territorio, può registrare la permanenza di individui in zone considerate critiche.
In uno scenario simile a quello della nave MV Hondius, i passeggeri sono stati individuati dalle autorità sanitarie tramite le rispettive carte di imbarco, sono poi stati contattati per monitorarli e, laddove necessario, isolarli.
Tutto sarebbe stato più facile e immediato se, tramite sensoristica e analisi dei dati, il focolaio fosse stato intercettato prima che i passeggeri continuassero i rispettivi viaggi, disperdendosi in diverse aree del mondo.