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I leader dell’IA fanno marcia indietro sul futuro del lavoro

I leader dell’IA fanno marcia indietro sul futuro del lavoro

Dopo avere evocato scenari di sostituzione di massa, i leader di OpenAI, Anthropic e Microsoft AI scelgono toni più cauti e correggono le loro previsioni sul futuro dell’occupazione, mentre cresce il malumore verso la tecnologia

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Nel giro di poche settimane alcuni tra i leader delle aziende più influenti dell’intelligenza artificiale hanno corretto il tono delle loro previsioni sul futuro del lavoro.

Le voci sono quelle di Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, di Dario Amodei, fondatore e capo di Anthropic, e di Mustafa Suleyman, responsabile dell’IA di Microsoft.

Altman e Amodei sono anche comparsi sulla copertina di Time dedicata alle persone dell’anno 2025, presentati come parte del gruppo degli “architetti dell’IA”: i protagonisti di una tecnologia destinata a ridisegnare economia e società.

Negli ultimi due anni, dalla Silicon Valley è arrivato un avvertimento: l’intelligenza artificiale, grazie a capacità sempre più avanzate e a sistemi in grado di agire con maggiore autonomia, svolgerà una quota crescente di attività oggi affidate alle persone.

Amodei, Altman e Suleyman hanno costruito su queste basi previsioni alquanto drastiche, arrivando ad affermare che la metà dei lavori junior e intere mansioni dei colletti bianchi sarebbero presto scomparsi sotto la spinta incessante dell’IA.

Ora, però, gli stessi dirigenti descrivono uno scenario più sfumato. L’IA resta una forza di trasformazione profonda, con effetti ancora difficili da misurare. Il linguaggio della sostituzione cede spazio a quello dell’affiancamento.

L’ammissione di Altman: “Ho un po’ sbagliato”

A guidare questa revisione è stato Altman. Alla fine di maggio, durante un evento della Commonwealth Bank a Sydney, il capo di OpenAI ha ammesso di essersi “un po’ sbagliato” sul futuro del lavoro nell’epoca degli algoritmi. E ha aggiunto che è improbabile si verifichi “un’apocalisse del lavoro”.

“Sono felice di aver avuto torto”, ha detto Altman, spiegando che l’impatto dell’IA sui lavori junior è stato finora meno pesante di quanto temesse.

Il CEO di OpenAI ha raccontato anche un esperimento personale per far capire gli attuali limiti della tecnologia nella sostituzione delle competenze umane: dopo aver provato a delegare all’IA le risposte su Slack e via email, è tornato a scriverle direttamente.

Per Altman esiste ancora una distanza tra capacità tecnica e uso reale. Un sistema IA può essere in grado di produrre una risposta rapida e corretta. In molti casi, però, la comunicazione interna a un’azienda implica fiducia e tono personale. Sono elementi difficili da delegare del tutto, anche quando l’automazione funziona.

Il chiarimento di Amodei

Riguardo l’IA e il lavoro, Amodei era stato il più severo.

Nel 2025 aveva previsto che l’IA potesse cancellare fino al 50% delle posizioni d’ingresso tra i colletti bianchi nell’arco di cinque anni, con un possibile aumento della disoccupazione - negli Stati Uniti - fino al 10-20%.

Le aree più esposte, secondo quella previsione, sarebbero state tecnologia, finanza, diritto e consulenza.

Quando Emily Chang di Bloomberg, la scorsa settimana, gli ha chiesto conto di quelle parole, diventate uno dei riferimenti più citati nel dibattito sul futuro dell’occupazione, Amodei ha criticato il modo in cui i social riducono dichiarazioni complesse come la sua a frammenti di pochi secondi.

“I social media, che detesto come categoria, prendono spezzoni di tre secondi di un anno fa”, ha detto, rivendicando di aver scritto in modo più articolato sui rischi dell’IA.

Nelle uscite più recenti, Amodei ha fornito una lettura meno inquietante del cambiamento in atto. Se l’IA automatizza il 90% di un lavoro, sostiene, il restante 10% può diventare il nuovo nucleo dell’attività umana.

In questa prospettiva, l’automazione può aumentare la produttività invece di tradursi automaticamente in licenziamenti. Il rischio occupazionale resta, soprattutto nel breve periodo, anche se dipende molto dal modo in cui aziende e istituzioni gestiranno la transizione.

È la logica del cosiddetto paradosso di Jevons, formulato nell’Ottocento dall’economista inglese William Stanley Jevons.

L’osservazione originaria riguardava il carbone: quando le macchine a vapore diventarono più efficienti, il consumo di carbone aumentò invece di diminuire.

Applicato al lavoro cognitivo, il ragionamento è questo: se il costo di una singola operazione scende, la domanda complessiva di quelle operazioni può crescere. Servizi legali, analisi finanziarie o consulenze più economiche potrebbero quindi generare nuovi mercati.

La precisazione di Suleyman

Anche Mustafa Suleyman ha ridimensionato una sua uscita allarmistica. In una discussa intervista rilasciata al Financial Times, a febbraio scorso, il responsabile dell’IA di Microsoft aveva detto che la maggior parte delle attività svolte dai colletti bianchi - lavoratori d’ufficio come avvocati, contabili, responsabili di progetto e specialisti di marketing - sarebbe stata automatizzata dall’IA “entro 12-18 mesi”.

In una recente conversazione con The Verge, invece, Suleyman ha precisato che il riferimento era alle singole mansioni, anziché ai posti di lavoro nel loro insieme.

“Ho detto ‘attività’. Questo non significa lavori”, ha spiegato. “Lavori e ruoli sono categorie più ampie, mentre le attività ne sono le componenti”.

Secondo Suleyman, questa distinzione - che finora però non era mai stata fatta - cambia il senso della sua previsione: l’IA potrà automatizzare molte operazioni svolte davanti a un computer, come scrivere email, preparare presentazioni o gestire comunicazioni interne. Questo renderà il lavoro più rapido ed efficiente, soprattutto nelle attività ripetitive e dispendiose in termini di tempo.

“Scrivere un’email, parlare con un collega, preparare una presentazione PowerPoint: queste sotto-attività saranno sempre più digitalizzate e automatizzate, e potremo generarne un numero crescente”, ha detto. “Ma questo non significa necessariamente che il ruolo scompaia. Significa che il lavoro potrà essere svolto in modo più rapido ed efficiente”.

Suleyman, che nel 2010 ha cofondato DeepMind insieme a Shane Legg e Demis Hassabis, un avanzato laboratorio di ricerca sull’IA acquisito nel 2014 da Google, ha spostato così il discorso dalla cancellazione delle professioni alla trasformazione delle mansioni.

Le attività più standardizzate possono essere assorbite dai sistemi automatici. Le responsabilità più ampie e le decisioni ad alto impatto restano invece legate all’intervento umano.

L’insofferenza che monta dal basso

A spingere i leader dell’IA verso un linguaggio più prudente potrebbe aver contribuito anche il fastidio crescente nei confronti della tecnologia.

Un sondaggio Gallup condotto la scorsa primavera ha registrato un calo di 14 punti dell’entusiasmo della Gen Z verso l’IA rispetto al 2025, sceso al 22%. Nello stesso periodo, la rabbia è salita di 9 punti, fino al 31%. Tra i giovani che usano questi strumenti con frequenza, molti li guardano con maggiore diffidenza. Quasi la metà ritiene che, nel mondo del lavoro, i rischi superino i benefici.

Il malumore riguarda anche i lavoratori più adulti. Secondo il Global Talent Barometer di ManpowerGroup, oltre quattro lavoratori su dieci temono che l’automazione possa sostituire il loro impiego entro due anni. Il dato è in aumento rispetto all’anno precedente e segnala una tensione che attraversa settori diversi.

A questa preoccupazione si aggiunge una resistenza più concreta. Negli Stati Uniti, diversi progetti per nuovi data center sono stati bloccati o rinviati sotto la pressione delle comunità locali. Il fenomeno ha iniziato a preoccupare anche gli analisti finanziari. Morgan Stanley, tra gli altri, ha segnalato che l’opposizione pubblica può diventare un freno all’espansione dell’infrastruttura necessaria all’IA.

Per le aziende che vendono prodotti destinati a entrare nella vita quotidiana di milioni di persone, presentare l’IA come una minaccia rischia di trasformarsi in un autogol.