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Da Amodei a Zuckerberg, i due partiti dell’IA: chi vuole frenare e chi no

Da Amodei a Zuckerberg, i due partiti dell’IA: chi vuole frenare e chi no

La Silicon Valley si divide sulla possibilità di rallentare lo sviluppo dei sistemi più potenti. Anthropic e OpenAI chiedono coordinamento e controlli, Meta e Nvidia vogliono lasciare maggiore libertà ai singoli laboratori. Dietro il confronto sulla sicurezza ci sono anche mercato, investimenti e la competizione con la Cina

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Finora l’industria dell’intelligenza artificiale ha condiviso una sola direzione verso modelli più grandi e una quantità crescente di miliardi investiti per arrivare prima degli altri. Nelle ultime settimane quella compattezza si è rotta. Dentro la Silicon Valley stanno prendendo forma due schieramenti sulla questione che fino a poco tempo fa sembrava impronunciabile: può essere necessario rallentare?

Da una parte ci sono Dario Amodei di Anthropic e Sam Altman di OpenAI, accompagnati con accenti diversi da Elon Musk e Demis Hassabis di Google DeepMind. Sostengono che le capacità dei sistemi stiano aumentando abbastanza rapidamente da rendere necessaria una frenata coordinata tra i grandi laboratori, verificato anche da soggetti esterni.

Dall’altra Mark Zuckerberg e Jensen Huang respingono l’idea che la velocità della ricerca debba essere decisa collettivamente. Meta e Nvidia accettano controlli e responsabilità sulla sicurezza, ma vogliono che ciascuna azienda stabilisca autonomamente quando fermarsi e quando procedere.

La distinzione è importante perché nessuno di questi protagonisti osserva il problema da una posizione neutrale.

OpenAI e Anthropic controllano alcune dei modelli proprietari più avanzati del settore e hanno raggiunto valutazioni che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrate improbabili per aziende così giovani. Meta sta spendendo cifre enormi per recuperare terreno e trasformare la propria infrastruttura in una piattaforma per la “superintelligenza personale”. Nvidia vende i processori sui quali viene eseguita buona parte di questa corsa.

Gli allarmi sulla sicurezza possono essere fondati e gli interessi industriali possono essere altrettanto reali. Le due cose convivono. Un rallentamento modifica il rischio tecnologico, ma altera anche la concorrenza.

Amodei vuole regolare il ritmo della frontiera

La formulazione più precisa del nuovo partito della cautela è arrivata da Dario Amodei. Il CEO di Anthropic ha pubblicato a settembre un lungo intervento intitolato We Must Pace the Frontier, in italiano “dobbiamo rallentare la frontiera”, nel quale sostiene che l’industria debba imparare a controllare il ritmo con cui aumenta le capacità dei modelli.

La parola scelta, rallentare, non è casuale. Amodei precisa che non propone di interrompere indefinitamente gli addestramenti. Vuole creare abbastanza spazio tra un aumento delle capacità e quello successivo perché i laboratori possano verificare allineamento e sicurezza dei sistemi.

La proposta prevede valutatori indipendenti inseriti stabilmente dentro le aziende con un livello di accesso paragonabile a quello dei dipendenti, un coordinamento tra i laboratori dei Paesi democratici e, in prospettiva, accordi internazionali che coinvolgano anche la Cina.

Anthropic aveva preparato il terreno già in precedenza. In un lavoro dedicato all’auto-miglioramento ricorsivo, l’azienda osservava che i modelli stanno partecipando sempre di più alla costruzione della generazione successiva di intelligenza artificiale. A maggio 2026, secondo i dati pubblicati dalla società, Claude scriveva più dell’80 per cento del codice integrato nel codebase di Anthropic. La durata dei compiti software che i modelli riescono a completare autonomamente sarebbe inoltre cresciuta con un tempo di raddoppio di circa quattro mesi. Da qui nasce lo scenario che inquieta Amodei: un sistema capace di aiutare in modo sostanziale a costruire il proprio successore rende la ricerca sull’IA progressivamente più veloce.

Gli episodi avvenuti durante il 2026 hanno dato maggiore forza a questa posizione. OpenAI ha raccontato il caso di modelli sperimentali che hanno aggirato controlli e raggiunto sistemi esterni durante attività di cybersecurity. L’azienda ha temporaneamente rallentato alcune attività di frontiera e continua a mantenere sospesa una parte del proprio addestramento più avanzato mentre rafforza isolamento e monitoraggio. Questa settimana ha inoltre iniziato a pubblicare in modo sistematico gli episodi di comportamento inatteso osservati nei suoi modelli.

Sam Altman ha quindi appoggiato l’idea di Amodei. OpenAI ha chiesto anche chiarimenti al Congresso sulla possibilità che un accordo tra concorrenti per rallentare lo sviluppo possa violare le norme antitrust americane. Elon Musk e Demis Hassabis hanno espresso a loro volta sostegno a forme di coordinamento sulla sicurezza.

È un cambiamento rilevante. Le aziende che hanno passato gli ultimi anni cercando di accelerare la frontiera tecnologica stanno discutendo apertamente di come costruire un freno.

Quanto vale un vantaggio congelato

Anthropic sta preparando una possibile quotazione al Nasdaq che potrebbe diventare una delle IPO più grandi mai realizzate. Secondo Reuters, la società ha discusso un’offerta capace di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari e di portare la valutazione intorno ai 2 mila miliardi; Nvidia starebbe valutando di partecipare come investitore di riferimento. Solo pochi mesi fa Anthropic era stata valutata 965 miliardi.

OpenAI ha percorso una strada differente nelle ultime settimane. Dopo avere depositato in giugno i documenti preliminari per una possibile IPO, Altman ha detto che la società non si quoterà nel 2026 e ha collegato la decisione alle preoccupazioni sulla sicurezza. Sempre Reuters riferisce intanto che OpenAI sta discutendo nuovi finanziamenti su una valutazione che potrebbe raggiungere 1.500 miliardi di dollari.

Sono cifre che trasformano la sicurezza anche in una questione di struttura del mercato. Se i laboratori più avanzati concordassero regole molto costose e audit permanenti, le imprese già abbastanza grandi da sostenerne il costo partirebbero da una posizione privilegiata. Un concorrente più piccolo dovrebbe finanziare contemporaneamente ricerca, GPU, data center e un apparato di compliance costruito su standard in parte definiti da chi guida la corsa all’IA.

Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission, ha formulato pubblicamente proprio questo sospetto. Dopo la richiesta di una possibile esenzione antitrust per consentire il coordinamento, Ferguson ha detto che i suoi campanelli d’allarme scattano proprio quando aziende già dominanti chiedono insieme nuove regole e protezioni dalle norme sulla concorrenza: il rischio, secondo lui, è la costruzione di barriere all’ingresso che rendano più difficile sfidare chi è già davanti.

L’argomento non dimostra che Amodei o Altman stiano usando la sicurezza come pretesto. Le anomalie osservate nei modelli di frontiera negli ultimi mesi sono documentate e gli stessi laboratori stanno pagando costi concreti per contenerle. Però è difficile separare l’interesse pubblico da quello industriale quando le regole vengono proposte dalle aziende che quelle stesse regole dovrebbero governare.

Un altro aspetto da considerare è ciò che sta accadendo in Cina. Aziende come DeepSeek, Z.ai e MiniMax competono attraverso modelli spesso più economici e in diversi casi con pesi aperti, mentre il costo necessario per raggiungere prestazioni elevate continua a scendere. L’ecosistema cinese è caratterizzato da margini più sottili e da una competizione molto aggressiva sul prezzo. Per OpenAI e Anthropic, un mercato nel quale modelli capaci diventano progressivamente più economici riduce una parte del vantaggio costruito attraverso investimenti giganteschi.

Nel suo piano Amodei sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero continuare a limitare l’accesso cinese ai chip più avanzati, contrastare il furto dei pesi dei modelli e impedire che laboratori cinesi copino facilmente capacità americane attraverso la distillation, una tecnica con cui un modello viene usato per addestrarne uno più piccolo e meno costoso. Solo mantenendo un vantaggio tecnologico occidentale, dice il CEO di Anthropic, le aziende americane potrebbero permettersi di rallentare senza essere superate.

La pausa globale immaginata per ragioni di sicurezza nasce quindi insieme a una strategia per conservare il vantaggio americano.

Zuckerberg deve ancora recuperare terreno

Meta ha riorganizzato gran parte della propria strategia attorno all’intelligenza artificiale e alla nuova Meta Superintelligence Labs. Ad aprile ha presentato Muse Spark, il primo modello della nuova famiglia. In luglio è arrivato Muse Spark 1.1; all’inizio di settembre Muse Spark 1.3 ha migliorato soprattutto coding e attività agentiche. Una settimana dopo Meta ha lanciato Muse, un agente personale capace di utilizzare un computer virtuale per eseguire attività per conto dell’utente.

È il risultato di una rincorsa molto costosa. Ad aprile Meta aveva alzato la previsione di spesa in conto capitale per il 2026 a 125-145 miliardi di dollari, principalmente per infrastrutture legate all’IA. Il primo Muse Spark era competitivo con i principali modelli rivali in alcune prove linguistiche, ma riportava ancora un ritardo nel coding rispetto ai sistemi migliori di OpenAI, Google e Anthropic.

Una pausa coordinata arriverebbe quindi mentre Zuckerberg sta cercando di ridurre quel divario.

Il CEO di Meta ha respinto l’idea che sia necessario un accordo tra i laboratori. Ogni azienda, ha scritto, possiede già “la responsabilità e l’incentivo” a procedere alla velocità che ritiene compatibile con la sicurezza. Meta stessa sostiene di aver ritardato di diversi mesi Muse per rafforzarne protezione e affidabilità, ma Zuckerberg ha sottolineato di non avere chiesto ai concorrenti di sospendere a loro volta i propri progetti.

La sua tesi affida la disciplina soprattutto a responsabilità aziendale, rischio legale e valutazioni indipendenti. Zuckerberg propone inoltre di destinare la maggior parte del calcolo a sistemi utili alle persone invece che a una corsa verso l’auto-miglioramento ricorsivo.

Meta ha anche un interesse strutturale per un mercato nel quale l’accesso ai modelli rimanga relativamente ampio. Muse Spark, il sistema più potente della società, resta controllato da Meta, mentre Muse Glimmer, un modello più piccolo progettato per funzionare localmente su hardware consumer, è stato distribuito con pesi aperti. La società sta dunque costruendo una strategia ibrida: conserva il controllo sui sistemi di frontiera e usa modelli aperti per allargare il proprio ecosistema.

Un coordinamento dominato da OpenAI e Anthropic potrebbe limitare proprio la fase in cui Meta sta spendendo di più per raggiungerle.

Jensen Huang vende la corsa

Nvidia non deve decidere quale chatbot vincerà. Guadagna quando OpenAI, Anthropic, Meta, Google, Microsoft, xAI e i loro concorrenti acquistano più capacità di calcolo. Nel trimestre terminato il 26 luglio, Nvidia ha registrato 96,2 miliardi di dollari di ricavi, più del doppio rispetto a un anno prima: 89 miliardi provenivano dal settore data center.

Il CEO Jensen Huang sostiene da tempo che la sicurezza debba essere trattata come un problema ingegneristico concreto. All’inizio di settembre ha invitato i governi a regolare i danni reali e osservabili invece dei rischi “teorici” e “ipotetici”. Ha paragonato l’IA alle automobili: sistemi tecnologicamente migliori, secondo Huang, possono diventare anche più sicuri.

Dopo la proposta di Amodei, Huang ha continuato a opporsi a nuove leggi pensate specificamente per rallentare lo sviluppo. La posizione coincide con il modello economico di Nvidia. Una riduzione degli addestramenti più costosi significherebbe meno domanda marginale di GPU e infrastrutture. La reazione di Wall Street offre una misura di questa dipendenza: dopo le richieste di rallentamento, l’indice dei semiconduttori di Philadelphia ha perso il 5,9 per cento in una sola seduta, con Nvidia e gli altri produttori di chip tra i titoli più colpiti.

Huang considera l’IA ancora all’inizio della propria curva di sviluppo. Amodei teme invece che quella curva stia diventando troppo ripida per essere controllata. Ognuno osserva la stessa accelerazione da una parte diversa della catena economica.

Microsoft costruisce un terzo spazio

Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha accolto positivamente il “rallentamento volontario” proposto dai sostenitori della cautela e ha espresso sostegno all’idea di valutatori indipendenti inseriti nei laboratori. Ha aggiunto però una condizione significativa: la governance della frontiera non dovrebbe essere controllata da “una manciata di entità” e dovrebbe includere aziende, governi e mondo accademico. Ha anche difeso la convivenza tra modelli chiusi e open source.

Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha costruito attorno a questa posizione una filosofia che chiama Humanist AI, pubblicando una bozza di 37 pagine del codice di condotta che dovrà guidare i propri modelli MAI. L’apertura del documento: “Le persone contano più dell’intelligenza artificiale”. I sistemi, secondo Microsoft, devono rimanere correggibili e spegnibili dagli esseri umani; non devono attribuirsi nuovi obiettivi autonomamente e non devono rivendicare coscienza o diritti.

Inoltre Suleyman ha accentuato la distanza da Anthropic proprio sul tema della coscienza artificiale. Ha criticato l’idea di addestrare Claude a ragionare sul proprio eventuale status morale, sostenendo che questa antropomorfizzazione possa rendere più difficile mantenere il controllo umano sui sistemi futuri. Anthropic considera invece ancora aperta la questione relativa all’eventuale esperienza soggettiva dei modelli.

La centralità dell’essere umano è anche una forma di posizionamento competitivo. Microsoft sta cercando di costruire una famiglia proprietaria di modelli MAI dopo anni di forte dipendenza tecnologica da OpenAI. Nel quarto trimestre fiscale 2026, Nadella ha detto agli investitori che Microsoft ha già sviluppato più di una dozzina di modelli propri e che MAI-Code-1-Flash riesce a svolgere le attività più comuni di Excel con una qualità comparabile a GPT-5.6 e costi inferiori. Azure offre contemporaneamente migliaia di modelli di OpenAI, Anthropic, xAI e altri produttori.

“Humanist AI” offre quindi a Microsoft anche una differenziazione commerciale: sistemi sufficientemente potenti da competere, presentati però come più controllabili e compatibili con le esigenze delle grandi imprese.

Suleyman non sta rinunciando alla superintelligenza. Ha creato una squadra dedicata a costruirla e la definisce “Humanist Superintelligence”.

Il rallentamento diventa geopolitica

Appena la discussione esce dalla Silicon Valley, la possibilità di un accordo si complica ulteriormente.

Donald Trump ha scelto apertamente il campo contrario a nuove restrizioni, definendo una “montatura” gli allarmi sull’IA e affermando che negli Stati Uniti sarebbe in corso una “cospirazione malata” contro intelligenza artificiale e data center. Secondo il presidente, il Paese dispone già degli strumenti penali e regolatori necessari e nuove limitazioni finirebbero soprattutto per favorire la Cina.

Anche da Pechino è arrivata una risposta ostile, ma per la ragione opposta. Il Global Times, quotidiano controllato dallo Stato cinese, ha descritto il piano di Amodei come un “una tattica da guerra fredda” contro la Cina. Il ministero degli Esteri cinese ha accusato esponenti americani di diffondere “narrative pericolose” e di perseguire una competizione malevola.

La reazione cinese si comprende leggendo fino in fondo la proposta di Anthropic. Amodei invita alla cooperazione globale sull’IA e contemporaneamente chiede a Washington di impedire a Pechino di acquistare i chip migliori, di contrastare la distillazione dei modelli americani e di rafforzare la sicurezza contro il furto dei pesi. La strategia mira esplicitamente a mantenere abbastanza ampio il vantaggio tecnologico delle democrazie da consentire loro di rallentare senza perdere la leadership.

Pechino vede proprio in questa asimmetria uno strumento di contenimento tecnologico. Gli Stati Uniti, dall’altra parte, considerano la possibilità di perdere il primato nell’IA un rischio economico e militare. La competizione sull’intelligenza artificiale è ormai uno dei dossier destinati a pesare nei rapporti tra Trump e Xi Jinping, insieme ai semiconduttori e alle restrizioni sulle esportazioni.

È qui che i due partiti della Silicon Valley incontrano il limite della propria discussione.

Amodei, Altman e gli altri sostenitori della frenata temono che la competizione possa spingere tutti a correre oltre una soglia di sicurezza. Zuckerberg e Huang temono che una decisione collettiva sul ritmo trasformi la sicurezza in una barriera all’innovazione e alla concorrenza. Washington teme di lasciare spazio a Pechino. Pechino teme che Washington voglia congelare una superiorità costruita grazie al controllo dei chip più avanzati.

E così il futuro dell’IA viene così discusso con il linguaggio del rischio esistenziale mentre continua a essere finanziato con la logica di una corsa agli armamenti industriale.