Dal domani, in cinque negozi giapponesi, per comprare un pacchetto di carte dei Pokémon bisognerà mostrare la faccia a una telecamera. Non in senso figurato.
The Pokémon Company ha annunciato il 24 luglio scorso, sul sito ufficiale del gioco di carte, l'introduzione di un sistema di riconoscimento facciale all'ingresso dei suoi Pokémon Card Store.
La faccia come biglietto d’ingresso
La regola è semplice: un ingresso al giorno per persona, un solo biglietto numerato per accedere alla vendita. Il sistema fotografa il volto di chiunque abbia almeno l'età delle elementari, all'entrata e al ritiro del biglietto. Se riconosce qualcuno al secondo tentativo nella stessa giornata, fa scattare un allarme sullo schermo e l'ingresso viene rifiutato.
Chi non acconsente alla scansione non entra. I bambini in età prescolare sono esentati, purché accompagnati da un adulto.
I cinque punti vendita sono negozi temporanei nei centri commerciali Aeon di Natori, Higashiura, Hiroshima e Chikushino, più uno al PARCO di Chōfu, alla periferia di Tokyo. Resteranno aperti fino al 16 agosto per il lancio della nuova espansione: "Storm Emeralda".
Il regolamento pubblicato dall'azienda ha il tono di un protocollo di sicurezza aeroportuale applicato a un negozio di giocattoli. Chi esce un attimo per andare in bagno deve avvisare lo staff, altrimenti non rientra. Chi esce senza aver pagato nulla non rientra comunque. L'azienda dichiara di raccogliere due dati, l'immagine del volto e il numero di ingressi, e promette di cancellarli "trascorso un certo periodo". Quanto sia lungo questo periodo, il comunicato non lo dice.
L’escalation contro i rivenditori
Il riconoscimento facciale è solo l'ultima mossa di un'escalation che va avanti da mesi.
A maggio la stessa azienda aveva annunciato che da agosto servirà la My Number Card, la carta d'identità elettronica emessa dal governo giapponese, per autenticare gli account con cui si partecipa alle lotterie di vendita online e ai tornei ufficiali. Il chip della carta viene letto dallo smartphone tramite un servizio terzo, senza che il numero identificativo venga conservato.
C’è chi ha definito la misura "distopica" e degna di uno stato di polizia, osservando che in buona parte del mondo l'idea di esibire un documento governativo per comprare del cartone stampato sarebbe impensabile.
The Pokémon Company la racconta in un altro modo: garantire opportunità eque a tutti i clienti.
Che intorno a questi cartoncini girino soldi veri, del resto, la televisione americana lo aveva capito con largo anticipo. Nel dodicesimo episodio della seconda stagione dei Soprano, nel lontano 2000, si discute di un colpo che ha per oggetto le carte dei Pokémon, storpiate in "pokeyman" con l'accento del New Jersey. All'epoca era una battuta sulla febbre che aveva contagiato i cortili delle elementari e che pareva passeggera, più di vent’anni dopo siamo ancora qua.
Il problema che oggi affligge quell'industria ha un nome giapponese, tenbaiya, i rivenditori professionali. Comprano in blocco ogni nuova uscita, in negozio e online, con squadre di persone in fila e reti di account, e rivendono a prezzo maggiorato su piattaforme di seconda mano.
Il fenomeno è esploso con il boom del collezionismo durante la pandemia e non si è più fermato. Secondo la Japan Toy Association il mercato dei giochi di carte collezionabili in Giappone ha raggiunto nel 2025 i 338 miliardi di yen, circa 2,3 miliardi di dollari. Cifre che hanno attirato anche la politica: il 23 luglio si è riunito per la prima volta un gruppo parlamentare del Partito Liberal Democratico dedicato al settore, con un'agenda che comprende acquisti in blocco, carte contraffatte e il possibile uso delle carte più rare per riciclare denaro.
Quando il parlamento di un Paese del G7 convoca un tavolo sulle figurine, la parola "hobby" comincia a stare stretta.
Dal bagarinaggio dei concerti ai prodotti da scaffale
Per capire perché proprio il Giappone, e perché proprio la faccia, serve un passo indietro. Il Paese usa la biometria contro il bagarinaggio da quasi dieci anni.
Le Momoiro Clover Z, gruppo idol tra i più popolari, hanno introdotto ai loro concerti il riconoscimento facciale di NEC già a metà anni Dieci, per impedire la rivendita dei biglietti nominali. Nel 2016 sono arrivati gli Arashi, la band più difficile da vedere dal vivo di tutto il pop giapponese, con la foto obbligatoria da inviare all'atto dell'acquisto.
Nel 2019 una legge ha vietato la rivendita di biglietti sopra il prezzo di copertina. Il salto concettuale di oggi sta tutto qui: quelle misure proteggevano un biglietto nominale per un evento. Ora la stessa infrastruttura viene applicata a un prodotto da scaffale, anonimo per definizione.
Il fenomeno, peraltro, ha smesso da tempo di riguardare solo il Giappone e solo le carte. Che li si voglia chiamare “scalper” o bagarini, ovunque un prodotto arrivi sul mercato in quantità limitata, tra edizioni speciali, collaborazioni, liste d'attesa e drop a sorpresa, compare qualcuno pronto a comprarlo solo per rivenderlo.
È successo con le sneakers, dove le uscite contingentate di Nike e Adidas hanno alimentato un'industria di bot e piattaforme come StockX, che hanno trasformato la rivendita in una borsa valori con tanto di grafici e quotazioni. Succede con gli orologi, dove per anni certi modelli Rolex o gli Swatch sono rimasti introvabili in boutique e disponibili il giorno dopo sul mercato grigio a prezzo maggiorato.
Ed è successo anche con le console durante la carestia di PlayStation 5, con le schede grafiche ai tempi del mining, con i biglietti di Taylor Swift, con le action figure in esclusiva per le fiere, alcune miniature di Warhammer 40.000, con le variant cover dei fumetti e le edizioni numerate dei libri, fino ai pupazzi Labubu che nel 2025 hanno replicato l'intero copione in scala ridotta.
La meccanica non cambia mai: la scarsità programmata genera il desiderio, e il desiderio un mercato secondario che spesso muove più soldi di quello ufficiale. D’altronde ai marchi la scarsità conviene, perché tiene alto il valore percepito, e la guerra ai bagarini rischia sempre di restare una guerra combattuta a metà.
Sicurezza e accettazione sociale
C'è poi la formula usata nel comunicato, "prevenzione dei crimini", che in Giappone risuona in un modo particolare.
Attorno alle carte girano furti nei negozi e nelle abitazioni, e la cronaca recente registra episodi anche fuori dal Paese, come il commesso di un GameStop della Florida che a luglio ha sparato e ucciso un ladro in fuga con cinque scatole di carte. A marzo, poi, una dipendente del Pokémon Center di Ikebukuro è stata uccisa da uno stalker, il suo ex compagno. Un caso che con i bagarini non c'entra nulla, ma che ha tenuto chiuso per mesi il negozio più famoso del marchio e ha cambiato la percezione della sicurezza in tutta la catena. Quando l'azienda parla di ambienti d'acquisto "sicuri e protetti", parla anche di questo.
La reazione dei fan giapponesi, per ora, è favorevole. Sotto i post che riportano la notizia i commenti chiedono semmai di estendere il sistema ai Pokémon Center permanenti. All'estero prevale lo scetticismo, con la sensazione che consegnare i propri dati biometrici per un pacchetto di figurine sia uno scambio sbilanciato.
È la stessa frattura culturale già vista sui tornelli biometrici dei concerti: quello che a Tokyo sembra buon senso, altrove sembra sorveglianza. La domanda vera riguarda il dopo: se il sistema funziona, è difficile immaginare che resti confinato alle carte, visto quanti altri settori combattono lo stesso nemico.
Il paradosso finale
Resta un paradosso che nessuno scanner può risolvere: The Pokémon Company stampa carte a ritmi record, ha promesso più volte aumenti di produzione, eppure gli scaffali continuano a svuotarsi in poche ore.
La soluzione più semplice al bagarinaggio, produrre abbastanza carte per tutti, per ora resta quella meno praticata. In compenso, da questa settimana, in cinque centri commerciali giapponesi un bambino deve farsi schedare il volto per comprare un pacchetto da poche centinaia di yen.
I Pokémon vanno catturati tutti. Anche i clienti, a quanto pare.