Cloud repatriation è una parola che si sta guadagnando un certo spazio e che rappresenta il processo con cui un’azienda sposta applicazioni o dati dal cloud pubblico di nuovo verso infrastrutture private, on-premises o verso hosting dedicato.
È un fenomeno stratificato che non significa ciò che fa intendere a una prima lettura, ossia che le organizzazioni riportano al proprio interno dati e software precedentemente affidati al cloud.
C’è però un cambiamento in atto e se, per anni applicazioni, database e capacità di calcolo lasciavano i server aziendali per trasferirsi in giganteschi data center, oggi una parte di quel traffico ha iniziato a percorrere la strada inversa. Le aziende riportano applicazioni e dati verso server propri, private cloud e data center specializzati, scegliendo di volta in volta dove conviene eseguire ciascun servizio.
I motivi, come vedremo, sono diversi e includono i costi, le IA, le prestazioni e la sovranità dei dati. Elementi che, a seconda delle realtà aziendali, contribuiscono in diversa misura a trasformare il modello cloud first in un sistema ibrido. C’è però anche un paradosso perché la cloud repatriation non coincide con un abbandono letterale della nuvola.
I numeri del 2026 mostrano una tendenza significativa del rimpatrio dal cloud e, parallelamente, una crescita del mercato del cloud pubblico. Due situazioni antitetiche che, tuttavia, non si escludono a vicenda.
Cloud repatriation, un workload su quattro si sposta verso altre infrastrutture
Il dato più utile per misurare il fenomeno arriva dal report State of the Cloud 2026 di Flexera, indagine condotta su 753 professionisti e responsabili delle strategie cloud in tutto il mondo. Nel 2025 le organizzazioni intervistate hanno dichiarato di avere riportato fuori dal cloud pubblico il 21% dei workload, l’insieme delle applicazioni, dei dati e delle risorse necessari per eseguire una specifica attività o processo aziendale. Il medesimo dato, nel 2026, ha raggiunto il 23%, aumentando quindi di due punti percentuali.
Il dato Flexera indica quindi che, per ogni cento carichi precedentemente trasferiti nel cloud, circa 23 hanno successivamente cambiato destinazione. La stessa ricerca mostra quale modello li sta sostituendo. Il 73% delle organizzazioni utilizza ormai un cloud ibrido, cioè un sistema che combina cloud pubblico e infrastrutture private. Un'impresa può così mantenere su risorse cloud un servizio che richiede capacità variabile, eseguire un database stabile su server dedicati e conservare dati particolarmente sensibili all'interno di un private cloud, ossia riservato a una sola azienda con server e risorse dedicati gestiti internamente oppure da un fornitore.
Metà delle grandi imprese ha già spostato qualcosa
Un'indagine ancora più recente indica dimensioni maggiori quando l'analisi si concentra sulle grandi aziende. Il Private Cloud Outlook 2026 di Broadcom, realizzato su 1.800 responsabili IT senior di imprese con almeno mille dipendenti in otto Paesi, rileva che il 50% ha già riportato almeno alcuni workload dal public cloud verso un private cloud e, non di meno, l'83% di queste sta valutando ulteriori trasferimenti.
Il confronto con l'anno precedente rende il movimento ancora più evidente, tant’è che la quota di grandi imprese che aveva già effettuato almeno una repatriation era del 35%. In dodici mesi l'indicatore è quindi cresciuto di circa 15 punti percentuali.
La provenienza del dato richiede cautela. Broadcom possiede VMware e opera direttamente nel mercato delle infrastrutture private. La tendenza trova comunque riscontro nelle rilevazioni di Flexera e Uptime Institute, condotte con metodologie e campioni differenti.
Uptime Institute offre inoltre una misura particolarmente utile per distinguere la repatriation da una vera uscita dal cloud. Nella sua Capacity Trends and Cloud Survey 2024, pubblicata nel 2025, il 36% delle organizzazioni che avevano spostato applicazioni verso altre infrastrutture ha dichiarato una riduzione dell'utilizzo del public cloud e, di queste, il 22% ha giudicato la riduzione significativa. Il 3% aveva cessato completamente di utilizzare servizi public cloud.
La fotografia che emerge è quindi quella di una redistribuzione dei carichi informatici. L'uscita completa riguarda una piccola quota del campione, mentre lo spostamento selettivo di applicazioni è diventato una pratica molto più diffusa.
Il primo problema è il costo
La causa principale della cloud repatriation riguarda il costo. Il cloud pubblico ha costruito il proprio successo su un vantaggio enorme, ovvero permettere a un'azienda di acquistare capacità informatica quando serve, aumentarla rapidamente durante un picco di domanda e ridurla quando il traffico scende.
L'equazione cambia quando un'applicazione utilizza una quantità elevata e prevedibile di risorse ventiquattr'ore al giorno per anni. In questa situazione l'impresa paga continuativamente processori, memoria, spazio di archiviazione, database, trasferimento dei dati e altri servizi. Possedere o affittare server dedicati, in simili scenari, garantisce costi complessivi più abbordabili.
Uptime Institute rileva questa dinamica con particolare chiarezza e ci ritorneremo in seguito: il 64% delle organizzazioni che hanno spostato applicazioni fuori dal public cloud cita una spesa superiore alle aspettative come ragione della scelta. Il 33% indica prestazioni inferiori alle attese e il 28% esigenze legate a leggi e conformità normativa.
Flexera arriva a un risultato complementare. Nel 2026 le organizzazioni intervistate stimano come sprecato il 29% della spesa per Infrastructure as a Service e Platform as a Service, due categorie che comprendono rispettivamente capacità informatica affittata attraverso il cloud e piattaforme gestite per sviluppare ed eseguire applicazioni. Il dato sullo spreco è tornato a crescere dopo cinque anni di discesa.
Il 68% delle organizzazioni considera infatti l'ottimizzazione dei costi cloud una delle principali priorità del 2026 (Flexera).
Dove finiscono server e applicazioni
Il ritorno dal public cloud assume forme molto diverse dal vecchio centro elaborazione dati aziendale. E questo rimanda al punto di vista di Uptime Institute citato sopra secondo il quale la cloud repatriation è sopravvalutata perché, per rimarcare il paradosso in auge, le organizzazioni non lasciano del tutto il cloud ma ne declinano la formula.
Infatti, tra queste emerge il già citato private cloud. Le risorse sono dedicate a una singola organizzazione, accompagnate da automazione, gestione centralizzata e distribuzione rapida delle applicazioni. L'esperienza per gli sviluppatori assomiglia a quella offerta dai grandi cloud pubblici, mentre l'impresa mantiene un controllo maggiore sull'infrastruttura. Un'altra soluzione è la colocation, formula nella quale l'azienda possiede i propri server e li colloca nei data center di operatori specializzati, acquistando spazio, alimentazione elettrica, raffreddamento e connettività. Il modello che riunisce questi mondi è l'hybrid cloud, grazie al quale un'applicazione può utilizzare risorse cloud pubbliche (come, per esempio, quelle gestite da Amazon, Microsoft oppure Google) e dialogare con database o sistemi ospitati in un private cloud oppure in un data center aziendale. Il 73% rilevato da Flexera indica quanto questo modello sia ormai diffuso.
L'intelligenza artificiale cambia ancora i conti
L'IA sta accelerando questa trasformazione perché addestramento e utilizzo dei modelli richiedono enormi quantità di capacità di calcolo, memoria e dati.
Broadcom rivela che il 56% delle imprese intervistate utilizza o prevede di utilizzare il private cloud per l'inferenza dell'IA in produzione, ovvero la fase nella quale un modello già addestrato riceve una richiesta e produce una risposta.
Nello stesso campione, la quota relativa all'uso previsto del public cloud per queste attività è passata dal 56% al 41% in un anno. Tra le aziende impegnate nella repatriation, il 43% sta spostando attività legate ad addestramento dei modelli, grandi modelli linguistici e inferenza.
Il motivo è legato anche all'utilizzo delle GPU, i processori specializzati sui quali vengono eseguiti molti sistemi di IA. Affittare migliaia di GPU per affrontare un picco temporaneo offre grande flessibilità. Utilizzare quelle stesse GPU a pieno regime per anni apre la strada a un confronto economico con l'acquisto di hardware proprio oppure con infrastrutture dedicate.
La domanda di cloud e capacità di calcolo resta comunque enorme. Un'analisi dei bilanci delle Big Tech mostra che cloud e IA continuano ad attirare investimenti e clienti
In Europa entra in gioco la sovranità dei dati
Nel Vecchio continente al costo delle infrastrutture cloud si aggiunge la questione del controllo fisico e giuridico dei dati e delle infrastrutture stesse. Stando a Broadcom, quattro responsabili IT su cinque considerano la geopolitica un fattore capace di influenzare le rispettive strategie tecnologiche. Di questi, il 54% indica sovranità e residenza dei dati come elemento rilevante nelle decisioni infrastrutturali.
Sovranità dei dati significa sapere in quale Paese vengono conservate le informazioni, quale legislazione si applica e quali soggetti possiedono il controllo operativo dell'infrastruttura. Il tema assume particolare peso per pubbliche amministrazioni, sanità, banche, difesa e aziende che gestiscono proprietà intellettuale o grandi quantità di informazioni riservate.
Il cloud continua a crescere
La repatriation racconta quindi una trasformazione del cloud, più che un suo progressivo abbandono. Gartner prevede che la spesa mondiale per i servizi di public cloud raggiunga circa 1.030 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita del 20,9% rispetto all'anno precedente. IA generativa, agenti intelligenti e modernizzazione delle applicazioni continuano ad alimentare la domanda, (Gartner).
Flexera osserva lo stesso movimento direttamente nei workload tra le fila delle aziende con almeno mille dipendenti, dove la quota di carichi eseguiti sul cloud pubblico è salita dal 52% al 54% in un anno.
La stessa azienda può quindi spostare nuovi servizi verso il cloud pubblico e riportare contemporaneamente altri sistemi verso infrastrutture private. La decisione dipende dalle caratteristiche di ogni applicazione.
Dal cloud first al posto giusto per ogni applicazione
È questo il vero cambio di paradigma. La stagione del cloud first, durante la quale la nuvola rappresentava la destinazione privilegiata per quasi ogni nuovo progetto informatico, sta lasciando spazio al workload placement, disciplina organizzativa che mira a scegliere l'infrastruttura più adatta a ogni carico di lavoro.
Il public cloud conserva il vantaggio dell'elasticità, della disponibilità immediata di risorse e dell'accesso a centinaia di servizi avanzati. Il private cloud offre controllo, prevedibilità e possibilità di utilizzare infrastrutture dedicate. La colocation permette di possedere i server affidandone alimentazione, raffreddamento e connettività a operatori specializzati. Le architetture ibride consentono di combinare questi elementi.
Le aziende stanno imparando a scegliere. Dopo la corsa a portare tutto nella nuvola, la nuova domanda è diventata più concreta e vuole individuare il migliore equilibrio tra costo, prestazioni, controllo e sicurezza.