Trecentosettantacinque milioni di euro di capitale, 28 aziende in portafoglio, uffici a Roma, Boston e Singapore, oltre 150 milioni già pianificati in più di 20 startup tra Europa, Nord America e Asia. E poi: un accordo storico con la Banca Europea degli Investimenti, un nuovo deal annunciato in anteprima e due ulteriori in arrivo, e una piattaforma proprietaria basata sull'intelligenza artificiale, pensata per trasformare il modo in cui scoviamo e selezioniamo le opportunità di investimento in ambito salute. Angelini Ventures ha appena compiuto quattro anni e i numeri raccontano una storia di crescita che pochi avrebbero immaginato così rapida.
Nata nell'ottobre 2022 come braccio di venture capital di Angelini Industries, la società ha saputo trasformarsi in tempi record da progetto corporate ad attore internazionale riconosciuto nell'healthcare innovation investing. Il segnale più eloquente arriva a dicembre 2025, con la firma del primo accordo mai siglato dalla BEI con un corporate venture capital nel settore healthcare: 150 milioni di euro, 75 per parte, da investire nell'arco di sei anni in 7-10 startup europee attive in biotecnologie, medtech e digital health, in linea con il programma TechEU pensato per rafforzare la leadership tecnologica del continente.
È proprio in questo quadro che si inserisce il nuovo investimento annunciato oggi e porta a 48,5 i milioni co-investiti da dicembre 2025: MMI per un importo di 17 milioni di euro, società italoamericana, con un laboratorio produttivo a Pisa, che sviluppa tecnologia robotica per la microchirurgia e ha brevettato il sistema Symani, piattaforma robotica che combina innovazioni brevettate, come gli strumenti articolati più piccoli al mondo, insieme al più alto “scaling” dei movimenti con conseguente riduzione del tremore naturale della mano. Un’operazione che amplia ulteriormente un portafoglio già bilanciato tra biotech e healthtech, e che aggiunge un nuovo tassello alla storia di una società che non si limita a finanziare l'innovazione, ma vuole contribuire attivamente a costruirla.
A guidare tutto questo è Paolo Di Giorgio, CEO di Angelini Ventures findalla sua fondazione: ricercatore di formazione, con un dottorato in Biologia Cellulare e Molecolare ad Harvard e un MBA alla IE Business School di Madrid, è l'uomo che ha tradotto decenni di esperienza scientifica in una visione di investimento capace di guardare insieme alla solidità dei dati e all'impatto concreto sulla vita dei pazienti. Tra i progetti su cui punta con maggiore convinzione c'è l'Angelini Ventures Intelligence Hub: una piattaforma proprietaria basata sull'IA, progettata per aggregare e analizzare in tempo reale informazioni su startup, investitori e iniziative imprenditoriali in ambito salute e scienze della vita a livello globale, trasformando i dati in intelligence operativa a supporto del team e dei partner dell'ecosistema. Un approccio sempre più data driven che, nelle parole di Di Giorgio, rappresenta il futuro del VC nell’healthcare.
Lo abbiamo incontrato tra nuovi deal, un accordo storico con la BEI e una scommessa sull'intelligenza artificiale che va ben oltre gli investimenti.
Angelini Ventures oggi annuncia un nuovo investimento in MMI, azienda con radici italiane. Cosa rende questo accordo strategico per il vostro portafoglio?
"È un’azienda che rappresenta molto bene la filosofia con cui lavoriamo: non guardiamo a un solo segmento, ma all'intero spettro dell'innovazione in healthcare. MMI, che produce la sua soluzione a Pisa, è tra le realtà migliori al mondo nel campo della chirurgia robotica per la microchirurgia. Ha già un'attività commerciale avviata e sta vendendo i propri sistemi in tutto il mondo. È un esempio di eccellenza scientifica e tecnologica sviluppata in Italia, che ha saputo competere su scala globale. L’operazione rientra nell'accordo che abbiamo siglato con la Banca Europea degli Investimenti, e rafforza un portafoglio che oggi conta 28 aziende, distribuite tra Nord America, Europa e Asia."
Questo deal rientra nell'ambito dell’accordo con la BEI. Come nasce la partnership e cosa cambia per le startup che ne beneficiano?
"Le prime conversazioni risalgono a circa due anni fa. La BEI supportava già i fondi venture capital indipendenti attraverso l'European Investment Fund, ma non esisteva nulla di strutturato per i fondi di natura corporate come il nostro. C'era un vuoto, e lo abbiamo colmato insieme, lavorando per diversi mesi alla costruzione di questa facility da 150 milioni — 75 da parte loro, 75 da parte nostra — pensata per co-investire in startup europee attive in biotecnologie, medtech e digital health. La missione è rafforzare l'innovazione europea e aumentare la presenza di queste aziende sul continente. È stato il primo accordo di questo tipo mai siglato dalla BEI con un corporate venture capital in healthcare, un primato di cui siamo molto orgogliosi. A quasi un anno dalla firma, i risultati stanno andando oltre le aspettative: oltre ai due co-investimenti fatti nei mesi scorsi, in Adcytherix, società biofarmaceutica francese che sviluppa farmaci oncologici innovativi, e in Nuclidium, azienda radio-farmaceutica in fase clinica che sta sviluppando una piattaforma teranostica che utilizza isotopi del rame per applicazioni in ambito oncologico, e quello annunciato oggi, altri due sono già stati approvati e verranno comunicati a breve. Entro fine anno contiamo quindi di arrivare a 6 o 7 operazioni totali nell’ambito della partnership, un ritmo decisamente sostenuto per una facility nata da zero."
Quattro anni, 400% di crescita nel team, uffici su tre continenti. Come ci siete arrivati?
"La sfida più grande, all'inizio, è stata costruire credibilità in un campo dove la credibilità si guadagna nel tempo e con i risultati. Quando nasci come corporate venture capital, devi dimostrare, all'esterno e all'interno, di essere un attore serio, indipendente, capace di competere con i migliori fondi internazionali. Quello che ci ha permesso di accelerare è stato un approccio molto razionale e graduale: abbiamo sempre cercato la persona giusta nel momento giusto, privilegiando competenze che si integrassero e si compensassero all'interno del gruppo. Oggi siamo 25 persone in 13 location diverse, con oltre 15 nazionalità rappresentate. Ma il dato che racconta meglio chi siamo è un altro: nel nostro leadership team, il gruppo che prende le decisioni, ci sono tre donne e due uomini. In molte aziende si dice "siamo 50 e 50", poi vai a guardare i vertici e sono tutti uomini. Da noi la parità non è uno slogan: è strutturale (60% donne, 40% uomini) ed è anche nei numeri che contano davvero."
Avete già raggiunto la prima exit: Noctrix Health, acquisita da ResMed per 340 milioni di dollari in soli 30 mesi dall'investimento. Cosa insegna questa operazione?
"Insegna che le scommesse giuste, fatte al momento giusto, possono dare risultati straordinari anche in tempi inaspettati. Noctrix ha sviluppato un sistema di elettrostimolazione, il primo ad aver ottenuto l'approvazione della FDA, per il trattamento della sindrome delle gambe senza riposo nelle forme più gravi, quelle in cui i farmaci non sono più sufficienti. Una condizione molto più diffusa e debilitante di quanto si pensi, e di cui si parla ancora troppo poco. Fin dall'inizio eravamo molto impressionati dai dati clinici e dalla qualità del team. Il lancio commerciale ha avuto un successo immediato, con un impatto estremamente positivo sui pazienti. E ResMed, che era già tra gli investitori, ha deciso di acquisire l'azienda. Normalmente un fondo nuovo vede la prima exit dopo cinque anni — nel mondo delle life science i tempi sono lunghi per definizione. Noi ci siamo riusciti in due anni e mezzo. È una conferma che riusciamo a fare scelte vincenti. Ma è anche solo l'inizio: ce ne devono essere molte altre."
Una piattaforma basata sull’IA per rivoluzionare il vostro processo di investimento. A che punto siete e cosa cambia nel vostro lavoro quotidiano?
"È un progetto nato quasi insieme ad Angelini Ventures. Una delle prime persone che abbiamo assunto è stata una data scientist: una scelta insolita per un fondo che inizia le sue attività, ma per noi era strategica. Ci siamo trovati proprio all'alba della grande ondata dell'intelligenza artificiale e abbiamo deciso di abbracciarla il più possibile. Oggi abbiamo un team di cinque persone dedicato esclusivamente a data analysis e IA, circa un quinto dell'intera azienda. Utilizziamo l'intelligenza artificiale su molti fronti: per l'analisi preliminare delle aziende che valutiamo, per fare il match tra queste aziende e i nostri advisor ed esperti esterni, e per costruire mappe di intelligence su intere aree terapeutiche. Un esempio concreto: stiamo lavorando su un grande progetto dedicato alle malattie rare. Sono circa 7.000 patologie diverse. L'IA ci permette di analizzarle tutte, categorizzarle, raggrupparle per caratteristiche comuni — epidemiologia, aspetti clinici, terapie già disponibili, nuove traiettorie scientifiche, e di anticipare dove si stanno aprendo nuove opportunità di innovazione. È un cambio di paradigma nel modo in cui si fa scouting e si prendono decisioni di investimento."
Lei nasce come ricercatore. Quando ha capito che la sua strada sarebbe diventata quella degli investimenti?
"È stato un percorso graduale, non una svolta improvvisa. Ho sempre avuto una passione profonda per la scienza, fin da bambino sognavo di fare lo scienziato. Dopo la laurea in biotecnologie ho avuto la fortuna di lavorare con un mentore straordinario, Riccardo Cortese, che mi ha aperto le porte di Harvard. Lì ho fatto il dottorato sulle malattie neurodegenerative e le cellule staminali: siamo stati tra i primi al mondo a dimostrare l'efficacia di quel sistema per studiare queste malattie in vitro, un lavoro che ebbe un'eco enorme sia nel mondo scientifico che in quello mediatico. Poi il Salk Institute, poi Novartis a Basilea, dove mi sono occupato di sviluppo del farmaco. Ed è lì che è nata la domanda vera: come si trasforma un'idea scientifica in un'azienda? Ho fatto un MBA alla IE Business School di Madrid proprio per rispondere a quella domanda. Quella combinazione, dottorato e MBA, mi ha portato in Angelini Pharma, prima come responsabile della ricerca e sviluppo, poi con un ruolo sempre più orientato alle partnership e agli investimenti. Dal 2020 abbiamo cominciato a fare i primi deal. Nel 2022, Sergio Marullo di Condojanni, CEO di Angelini Industries, mi ha chiesto di costruire un vero fondo di VC. Ed è nato Angelini Ventures, frutto di una visione imprenditoriale strategica e di una scelta convinta del CEO e della famiglia Angelini."
Nel suo lavoro da investitore, quanto pesa ancora lo scienziato che è stato?
"Moltissimo, e non potrebbe essere altrimenti. Quando valuti un'azienda biotech devi capire davvero di cosa si parla: come sono stati disegnati gli esperimenti, se i dati preclinici e clinici sono solidi, cosa significano realmente. Quella competenza non si improvvisa. Nel nostro team, più della metà degli investitori ha un dottorato o un'esperienza diretta nel mondo della ricerca. Chi viene esclusivamente da un percorso finanziario o manageriale fa più fatica a penetrare il core business di un'azienda biotech, a leggere i dati con occhio critico. Lo scienziato che sei stato non te lo togli mai di dosso, e in questo lavoro è un vantaggio enorme. Detto ciò, la ricerca da sola non basta: bisogna aver attraversato anche l'industria farmaceutica, compreso la complessità operativa di un'azienda. È la combinazione di queste esperienze che forma un buon venture capitalist in healthcare. Combinazione, oggi, sempre meno rara."
Sam Altman e Dario Amodei hanno detto che l'IA sconfiggerà la maggior parte delle malattie entro una generazione. Cosa ne pensa?
"Mi sembra una prospettiva ragionevole, e lo dico da scienziato, non da ottimista per partito preso. Se mi avessero chiesto "in cinque anni", avrei risposto che è improbabile. Ma una generazione è un orizzonte temporale molto diverso. I progressi che stiamo vedendo nel campo biomedico grazie all'intelligenza artificiale sono significativi e si stanno accelerando. Certo, nel settore farmaceutico i tempi sono strutturalmente più lunghi rispetto ad altri campi: la biologia è complessa, la clinica richiede anni, la regolamentazione ha le sue ragioni. Ma la direzione è quella giusta. L'idea che l'IA possa avere un ruolo fondamentale nello sviluppo di farmaci futuri, nell'identificazione di nuove terapie, nel ridisegnare il modo in cui comprendiamo e affrontiamo le malattie, è concreta, è realistica. Siamo all'inizio, ma l'inizio è già molto promettente."
Cosa direbbe a un giovane ricercatore italiano che vuole fare il salto verso il biotech o il VC?
"Prima di tutto: dipende da cosa vuoi davvero. Ho conosciuto persone felici di una carriera accademica pura, e va bene così. Ma se l'ambizione è quella di andare oltre la ricerca, di avere un impatto più ampio, allora il consiglio è costruirsi un percorso deliberato, non lasciarlo al caso. Lavorare su progetti con una traslabilità concreta, che abbiano cioè un potenziale applicativo reale. Costruire un network in modo intelligente e preparato: non presentarsi dicendo "sto cercando lavoro e mi interessa il settore", ma arrivare con una conoscenza specifica, con domande precise, con un punto di vista. Quella preparazione cambia tutto, cambia la qualità della conversazione, cambia come vieni percepito. E poi: investite sull'intelligenza artificiale. Non come moda, ma come competenza strutturale. Chi sarà meglio posizionato su questo fronte avrà un vantaggio competitivo reale, in qualsiasi settore scelga di lavorare."
Per chiudere: cosa augura a sé stesso alla guida di Angelini Ventures?
"Ho la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo. Nel breve periodo, voglio vedere queste aziende avere successo anche dal punto di vista finanziario: exit, IPO, acquisizioni. È ciò che garantisce la sostenibilità del progetto. Ma la soddisfazione più grande, quella davvero impagabile, è un'altra: vedere un'innovazione in cui abbiamo creduto e investito raggiungere il mercato e cambiare la vita di un paziente. Ognuno di noi ha persone care che affrontano malattie difficili. Sapere che il tuo lavoro può contribuire, anche indirettamente, a trovare una risposta, quella è la misura di ciò che facciamo."