Un tredicenne arriva a scuola con due coltelli nello zaino. Passa dal bagno, si mette un casco con una telecamera collegata al telefono. Entra in classe, spruzza spray urticante sulla professoressa di lettere e la colpisce con una coltellata al fianco. A fermarlo è un compagno di classe. È successo il 18 settembre 2026 all'istituto Giovanni Verga di Roma. Gli investigatori stanno verificando un'ipotesi precisa: che il tredicenne partecipasse a una chiamata di gruppo su Telegram mentre aggrediva l'insegnante. Non è un dettaglio a margine. È lo stesso schema di marzo, a Trescore Balneario, quando un altro tredicenne aveva accoltellato una professoressa di francese filmando tutto. La telecamera, in entrambi i casi, non è un incidente di percorso: è parte del gesto. "Un tredicenne che aggredisce la propria insegnante con una telecamera sul casco e il telefono collegato a Telegram cerca anche un pubblico, oltre a una vittima. Come a Trescore Balneario, a marzo, la ripresa è parte del gesto", dice Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina, tra le realtà italiane più attive sul fronte della sicurezza dei minori online.La coincidenza è amara. Proprio mentre a Bruxelles si discute il Kids Act — il regolamento europeo pensato per proteggere i minori online — un tredicenne italiano avrebbe usato per aggredire la sua insegnante una piattaforma che, sulla carta, gli sarebbe già vietata. Nei termini di servizio Telegram fissa l'età minima a 16 anni in generale, ma la alza a 18 per chi si iscrive da Unione Europea, Regno Unito e Australia. Il ragazzo di Roma ne ha 13. "La stessa piattaforma dichiara però di non voler conoscere l'età dei propri utenti. Il divieto esisteva già, ma una soglia senza verifica e senza responsabilità per chi gestisce il servizio non protegge nessuno", osserva Zoppi. La privacy policy di Telegram dichiara infatti esplicitamente di non voler conoscere il nome reale, il genere o l'età dei propri utenti: la data di nascita resta un dato facoltativo.
Un social costruito per non guardare dentro
Chi conosce Telegram lo dice da tempo: è l'app più permissiva tra le grandi piattaforme, perché il suo stesso funzionamento la rende quasi impossibile da moderare davvero. Non c'è alcuna limitazione ai contenuti che possono essere condivisi nei gruppi e nelle chat: i termini vietano la promozione della violenza e la pornografia illegale — incluso l'abuso su minori — ma solo su canali, bot e contenuti pubblici. Tutto ciò che avviene in una chat privata o in un gruppo chiuso è, per dichiarazione della stessa azienda, territorio dei partecipanti: nessun controllo preventivo. I moderatori intervengono solo su segnalazione, e gli algoritmi automatici scansionano le sole chat cloud per spam e phishing, non per contenuti d'odio o materiale illecito nascosto in un gruppo privato. Da settembre 2024 Telegram può comunicare a un'autorità giudiziaria l'IP e il numero di telefono di un utente, ma solo su ordine valido — e sempre restando fuori i contenuti delle conversazioni private. "Quel pubblico ha un luogo. Su Telegram i gruppi arrivano a 200.000 membri, i canali non hanno limite di iscritti, chiunque può avviare una diretta e ci si contatta con un nickname, senza mostrare il numero. La promozione della violenza è vietata solo nei contenuti pubblici. Chat e gruppi privati restano, per dichiarazione della piattaforma, affare dei partecipanti, e la moderazione si muove su segnalazione", riassume Zoppi. Tradotto: un contenuto vietato in un canale pubblico può circolare indisturbato in un gruppo "chiuso" da migliaia di persone, perché lì le regole, semplicemente, non si applicano nello stesso modo. E i numeri in gioco sono tutt'altro che irrisori: le storie permettono a chiunque di avviare una diretta usando contemporaneamente fotocamera frontale e posteriore — la stessa funzione che, secondo diverse segnalazioni, viene usata da adolescenti per imitare le riprese in prima persona di sparatorie o aggressioni viste online — e i canali possono trasmettere in streaming a un numero illimitato di spettatori. Ci si contatta con un nickname, senza mostrare il numero di telefono, e i messaggi possono autodistruggersi. Poi ci sono i bot: programmi automatizzati, spesso creati da sviluppatori terzi, che su richiesta dell'utente offrono servizi e permettono di trovare file o informazioni di ogni tipo. Alcuni, attraverso l'intelligenza artificiale, sono in grado di generare immagini di nudo mai scattate partendo da una singola foto reale — un fenomeno di cui si occupano da tempo sia le forze dell'ordine che le associazioni per la tutela dei minori online.
Le denunce che lo confermano
Non è teoria. A dimostrarlo ci sono le denunce già depositate. Konsumer Italia, insieme a Fondazione Carolina, all'Osservatorio nazionale sul bullismo e disagio giovanile e all'organizzazione di volontariato Allegamente, ha segnalato alle autorità competenti due canali Telegram — oltre 70.000 iscritti in totale — con contenuti di pedopornografia, pornografia, sostanze stupefacenti e istigazione alla violenza di ogni tipo. Le associazioni hanno chiesto un intervento congiunto di Autorità Giudiziaria, Agcom, Garante della privacy e Garante per l'infanzia e l'adolescenza, invitando al tempo stesso gli utenti a una gestione più consapevole dei propri dati personali.Non è la prima volta che quei canali finiscono sotto la lente degli investigatori: erano già stati al centro di un'indagine sul revenge porn coordinata dal Servizio polizia postale e delle comunicazioni, con le Procure di Milano, Palermo, Bergamo e quella minorile di Palermo coinvolte. In quell'occasione la Polizia postale aveva diffuso alcune indicazioni pratiche per chi rischia di diventare vittima di revenge porn: evitare di conservare immagini intime su dispositivi connessi alla rete, chiedere la rimozione dei contenuti alle piattaforme, ricorrere al diritto all'oblio tramite il Garante privacy quando la rimozione non è possibile, e sporgere querela il prima possibile, perché i contenuti online si diffondono molto rapidamente.
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Cosa resta da fare
"Secondo le prime ricostruzioni il ragazzo ne aveva parlato ai compagni, senza essere preso sul serio. I ragazzi sanno quasi sempre prima degli adulti. Il mondo adulto è in ritardo per definizione, ma in mancanza di riferimenti, ascolto e presenza educativa, le nuove generazioni saranno sempre più esposte alle derive digitali", dice Zoppi. "Non è un caso che a fermarlo sia stato un coetaneo. Il resto, ora, spetta agli adulti e alle istituzioni". L'Europa lavora al Kids Act per imporre verifiche d'età più solide e obblighi di design "safe by default" per i minori. Ma il caso di Roma — così come quello di Bergamo, così come le denunce di Konsumer Italia e Fondazione Carolina — raccontano una realtà che la regolamentazione da sola non basta a colmare: una piattaforma che dichiara di non voler sapere chi sono i suoi utenti non può, per sua stessa architettura, impedire a un tredicenne di entrarci, di trovarvi un pubblico, e in casi estremi di trasformare quel pubblico in un incentivo alla violenza.