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“Leviatano computazionale” può cancellare dalla rete e lasciarti cittadino su carta, il caso Guillou

“Leviatano computazionale” può cancellare dalla rete e lasciarti cittadino su carta, il caso Guillou

Nel libro “Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata”, padre Paolo Benanti parte dalla vicenda del giudice francese della Corte penale internazionale per raccontare un mondo in cui cittadini e Stati rischiano di diventare utenti di infrastrutture private, fino a ridursi a semplici locatari. «Se viene meno lo Stato di diritto, resta la legge del più forte, rischiando un Far West globale»

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La cancellazione dalla rete significa continuare a esistere, ma non per i sistemi che fanno funzionare il presente, tornando di colpo ad abitudini che pensavamo ormai consegnate alla storia. Roba da anni Novanta, verrebbe da dire. E invece no. Nel XXI secolo si può restare formalmente cittadini di uno Stato democratico e, nello stesso tempo, ritrovarsi sostanzialmente espulsi dallo spazio digitale da cui dipendono comunicazioni, pagamenti, mobilità e accesso ai servizi essenziali. A quel punto, essere tagliati fuori dalla rete non vuol dire banalmente perdere qualche account, ma rischiare l’esclusione dalla possibilità stessa di partecipare e avere accesso al mondo.

È quello che è successo a Nicolas Guillou, magistrato francese e giudice della Corte penale internazionale dell’Aja, al centro della vicenda ricostruita da padre Paolo Benanti nel libro “Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata”, pubblicato da Silvio Berlusconi Editore. Nel novembre 2024, come componente della Camera preliminare I, Guillou partecipa alla decisione con cui la Corte emette i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati al conflitto a Gaza. Da quel momento il caso giudiziario diventa anche un caso politico. La decisione suscita forti reazioni da parte di Israele e dei suoi alleati e, nel 2025, Guillou finisce nel mirino delle sanzioni statunitensi decise dall’amministrazione Trump, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC). Da qui comincia una vicenda kafkiana, nella quale un giudice europeo, senza essere stato condannato da un tribunale e senza lasciare il continente, si ritrova progressivamente tagliato fuori da servizi, pagamenti e strumenti indispensabili alla vita quotidiana. Perde l’accesso a WhatsApp, alle applicazioni Google, a Facebook e Instagram, vengono chiusi i suoi account Amazon, PayPal e Airbnb, le carte di pagamento diventano inutilizzabili e persino il conto bancario francese subisce limitazioni.

Il caso, però, racconta qualcosa che va oltre la vicenda personale di un magistrato e le sanzioni che lo hanno colpito. Mostra quanto sia cambiata la condizione stessa in cui esercitiamo i nostri diritti. La condizione umana contemporanea, scrive Benanti, è una condizione tecno-umana, perché identità, comunicazione, mobilità e accesso ai servizi essenziali dipendono da infrastrutture digitali che appartengono in larga parte a soggetti privati e operano oltre i confini nazionali, mentre le Costituzioni continuano a proteggere i cittadini attraverso istituzioni, giurisdizioni e contrappesi costruiti intorno allo Stato territoriale.

In questa distanza tra il luogo in cui il potere viene esercitato e quello in cui le democrazie sono attrezzate per limitarlo prende forma il Leviatano computazionale descritto da Benanti, ossia un potere distribuito tra governi, piattaforme, sistemi finanziari, cloud e algoritmi, capace di incidere sulla vita delle persone senza coincidere con nessuno dei poteri che le democrazie moderne hanno imparato a riconoscere.

La tecnodipendenza diventa così una questione politica, giuridica e persino antropologica, perché se controllare le infrastrutture significa poter stabilire chi può comunicare, pagare, muoversi o partecipare alla vita sociale, la domanda non riguarda più soltanto quanto dipendiamo dalla tecnologia, ma che cosa significhi essere cittadini e, forse, persino avere pieno accesso al mondo, quando una parte della nostra esistenza può essere accesa o spenta da qualcun altro.

Ne abbiamo parlato con l’autore del libro, padre Paolo Benanti, tra le voci più autorevoli nel dibattito sul rapporto tra tecnologia, etica e società. Con lui abbiamo affrontato le trasformazioni del potere nell’era digitale, i nuovi equilibri tra piattaforme e istituzioni, i rischi per i diritti fondamentali e la capacità delle democrazie di costruire tutele efficaci dentro l’infosfera.

Padre Benanti, il caso Guillou mostra che si può essere cittadini di uno stato democratico e perdere l’accesso a servizi essenziali. La cittadinanza basta ancora a garantire i nostri diritti?

«Quello che vediamo con la pervasività dei mezzi digitali e dell’Intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni è che abbiamo prodotto una frattura tra sovranità e territorialità. Se alcuni processi avvengono soltanto nello spazio digitale, chi controlla quello spazio acquisisce una forma di potere. Prima, per esercitare una sovranità, serviva il controllo di un territorio, mentre oggi nello spazio digitale emergono forme di potere che sfuggono a quella logica e che non siamo ancora abituati a governare».

Lei parla di un “Leviatano computazionale”. Siamo davanti a una nuova forma di potere sovrano, fuori dai tradizionali contrappesi democratici?

«Il potere si sta spostando sempre di più verso chi controlla il software e le infrastrutture digitali. Pensiamo alle chiavi: prima mi davano la proprietà e il controllo sulla porta di casa o sull’automobile, oggi possono essere contenute nello smartphone. Ma lo smartphone introduce una frattura tra l’hardware, che acquisto e possiedo, e il software, che utilizzo soltanto in licenza. La diffusione del software come strumento di controllo della realtà ci ha così trasformati progressivamente da proprietari in licenziatari. Se il diritto alla proprietà è stato uno dei grandi segni della modernità, oggi in qualche modo siamo tornati a essere tutti locatari».

E che cosa succede quando a diventare utente di questi sistemi è lo Stato stesso?

«Questo cambiamento non riguarda soltanto gli individui, perché anche lo Stato può diventare un utente di questi sistemi. Lo stesso Stato che dovrebbe essere garante della legalità può ritrovarsi a sua volta sottoposto ai termini di servizio stabiliti da un soggetto privato».

Dietro questa trasformazione del potere c’è soltanto l’evoluzione tecnologica oppure anche una precisa visione politica e culturale?

«Sono convinto che ci sia anche una componente ideologica. Se il neoliberismo sosteneva che alcune funzioni dovessero passare dallo Stato alle compagnie private, oggi il cyberlibertarismo arriva a immaginare che istituzioni, identità e moneta possano essere affidate a servizi digitali che non sono Stati. Peter Thiel, ad esempio, è una delle figure che hanno espresso con maggiore chiarezza questa visione, fino a immaginare che la tecnologia possa consentire di ottenere ciò che sarebbe difficile conquistare attraverso i tradizionali meccanismi democratici. Quindi non abbiamo soltanto una tecnologia che si è mangiata il mondo, ma anche un’ideologia che spinge consapevolmente in questa direzione».

In questo nuovo equilibrio di poteri, l’Europa è il soggetto più fragile?

«In Europa, abbiamo soprattutto una fragilità nel riuscire a tradurre tutto questo in una linea politica comune all’interno del continente. Gli strumenti ci sono. Quando guardiamo all’AI Act e al Digital Services Act, e agli effetti che stanno avendo anche sulle Big Tech, vediamo che abbiamo una capacità di intervento molto ampia».

Che cosa manca allora all’Europa per esercitare questo potere?

«Quello che forse ci manca in questo momento è un maggiore accordo politico e la capacità di utilizzare fino in fondo questi strumenti. Non dobbiamo dimenticare che l’Europa rappresenta una parte molto importante del fatturato annuale di questi soggetti».

Nel libro propone la figura dell’Homo digitalis peregrinus. Su quale fondamento possiamo costruire una tutela dei diritti anche nello spazio digitale?

«Con questo libro cerco di guardare al passato per capire se esistano strumenti utili anche per il presente. Il diritto romano, con lo ius gentium, aveva già individuato una forma di tutela minima fondata su un principio che poi è diventato centrale nella nostra cultura giuridica, quello della dignità umana. Una persona non può essere titolare di diritti nello spazio fisico e smettere di esserlo quando entra nello spazio digitale. Per questo dobbiamo tornare ai fondamenti della nostra società e portarli anche dentro la dimensione tecnologica».

Se non ci riuscissimo?

«Il rischio non è soltanto quello di vedere cambiare gli equilibri di potere, ma di arrivare a dissolvere il concetto stesso di comunità e di comunità politica. A quel punto rimarrebbe soltanto il Far West. Se viene meno lo stato di diritto, resta una sola legge, quella del più forte. E dubito che vogliamo arrivare a un Far West globale».

Lei richiama Hannah Arendt e il “governo di nessuno”, dove il potere agisce ma la responsabilità si disperde. AI Act e Digital Services Act possono riportarlo dentro lo Stato di diritto?

«Proprio perché l’AI Act e il Digital Services Act sono fondati sullo Stato di diritto e sui principi che caratterizzano lo spazio europeo, fanno un’operazione fondamentale individuando figure chiamate a rispondere e riportando così il digitale dentro uno spazio civile, sottraendolo alla logica del Far West. È in questo senso che possiamo parlare di una forma di urbanizzazione del mezzo tecnologico».

Il caso Guillou segna un punto di non ritorno nel rapporto tra cittadini, tecnologia e diritti?

«È soprattutto uno svelamento, il momento in cui non possiamo più fare finta di non vedere che cosa sia il digitale, quale natura abbia e quale dimensione di potere porti con sé. Da qui in avanti il problema non sarà soltanto che cosa saremo capaci di sviluppare, ma a quale prezzo. Mi auguro che non sia necessario perdere alcune delle cose fondamentali che abbiamo per capirne il valore soltanto dopo».