L’onda democratica che ha attraversato gli Stati Uniti in occasione delle elezioni di midterm ha molte spiegazioni.
L’aumento del costo della vita, la guerra con l’Iran, il malcontento verso Donald Trump e le accuse di corruzione hanno dominato la campagna e compaiono tra le ragioni principali indicate nelle prime analisi del voto.
I Democratici hanno conquistato Camera e Senato e sono riusciti a vincere anche in territori che due anni fa avevano dato a Trump margini a doppia cifra.
Dentro questo risultato nazionale si intravede però un secondo voto, molto più legato ai territori.
Milioni di americani hanno visto comparire negli ultimianni enormi data center vicino alle loro case e ai loro terreni agricoli. E hanno appreso, con preoccupazione, che l’amministrazione Trump sostiene l’espansione di questi grandi centri di calcolo, necessari ad alimentare i complessi calcoli dell’intelligenza artificiale, anche con incentivi fiscali alle Big Tech che sviluppano gli algoritmi e stanno investendo miliardi nella costruzione di infrastrutture per i loro sistemi avanzati.
Un referendum dentro le midterm
La corsa all’intelligenza artificiale ha trasformato i data center da infrastruttura quasi invisibile di Internet a presenza industriale ingombrante e temuta: consumano grandi quantità di energia, in alcuni casi molta acqua per il raffreddamento dei computer che ospitano e fanno levitare le bollette. Queste grandi strutture in cui vengono collegati potenti computer incidono sui prezzi dell’energia e necessitano di interventi di potenziamento delle reti elettriche, i cui costi vengono in parte trasferiti ai consumatori.
Negli ultimi tempi il malcontento verso queste strutture è cresciuto e in occasione delle consultazioni di midterm si è riversato alle urne.
I data center hanno offerto agli oppositori di Trump [e non solo, come vedremo in seguito] uno scontro politicamente efficace: Big Tech contro comunità locali con scarso potere decisionale. In alcuni dei risultati più sorprendenti delle midterm, questi temi sono comparsi esplicitamente nella campagna dei candidati democratici.
L’Ohio è un caso emblematico.
L’Ohio ha votato direttamente contro i data center
Tra gli stati americani, l'Ohio è diventato uno dei principali territori di espansione delle infrastrutture digitali americane. L’Office of the Ohio Consumers’ Counsel conta più di 200 data center operativi, il quinto numero più alto tra gli Stati americani, e stima fino a 40 miliardi di dollari di nuovi investimenti entro il 2030.
La stessa autorità ricorda che le strutture producono molti posti di lavoro durante la costruzione e relativamente pochi impieghi permanenti, mentre la crescita della domanda elettrica può aumentare i costi della rete.
In numerose località sono nate iniziative popolari per limitare la costruzione di nuovi impianti. Il risultato si è materializzato proprio in concomitanza del voto che ha rovesciato il Congresso.
Negli Stati Uniti, quando si tengono le elezioni di metà mandato, gli elettori possono essere chiamati a votare contemporaneamente per i candidati alle cariche federali e statali e su una serie di referendum locali, chiamati ballot measures.
Il 3 novembre, in 18 comunità dell'Ohio, gli elettori sono stati chiamati a esprimersi su 21 quesiti riguardanti la costruzione di nuovi data center. L’esito della votazione mostra che almeno 14 comunità hanno approvato divieti o restrizioni.
A Granville l’82,4% ha votato a favore di misure restrittive. A Sunbury il 78,6%. A Defiance il 64,7%. A Trenton il divieto è passato con circa l’80%, mentre a Perry oltre l’87% degli elettori ha chiesto garanzie finanziarie agli sviluppatori prima della concessione di incentivi fiscali.
I risultati sono difficili da confondere con un voto di protesta marginale.
Proprio mentre gli elettori respingevano i progetti a livello locale, l’Ohio eleggeva nuovamente al Senato il democratico Sherrod Brown che ha sconfitto Jon Husted in uno Stato dove la politica repubblicana è diventata dominante dal 2016 e dove Trump aveva vinto nel 2024 con più di dieci punti di vantaggio.
Durante la campagna i Democratici dell’Ohio avevano trasformato i data center in un attacco personale contro Husted. Alcuni cartelloni mostravano un impianto accompagnato dalla frase: “Vedete quel data center? Lo ha fatto Jon Husted”.
Brown ha proposto di eliminare agevolazioni fiscali per il settore e di far sostenere agli operatori i costi delle infrastrutture elettriche necessarie. Husted ha difeso gli incentivi e i benefici economici degli investimenti, salvo poi sostenere a sua volta misure restrittive quando l’opposizione locale è diventata politicamente evidente.
Attribuire la vittoria di Brown ai data center sarebbe eccessivo. L’Ohio ha partecipato a uno spostamento nazionale contro i Repubblicani e il costo della vita è rimasto un tema molto sentito. La sovrapposizione tra referendum locali, campagna elettorale e risultato del Senato mostra però che la rivolta contro le infrastrutture per l’IA ha raggiunto un impatto politico che il settore tecnologico ha probabilmente sottovalutato.
Un altro risultato dello stesso Stato rende la lettura ancora più interessante. Amy Acton ha conquistato il governatorato per i Democratici, però anche il repubblicano Vivek Ramaswamy aveva proposto una moratoria sui nuovi data center. L’opposizione all’espansione non coincide quindi con l’elettorato democratico.
In Ohio ha attraversato i due partiti, e i Democratici hanno beneficiato di quella protesta soprattutto dove riuscivano ad attribuire ai Repubblicani la responsabilità dell’espansione precedente.
Il vantaggio dei Democratici è arrivato prima del voto
Una ricerca di Data Center Watch aiuta a spiegare le diverse strategie politiche riguardo il risentimento popolare verso i data center.
Il progetto ha esaminato le posizioni pubbliche di 950 candidati democratici e repubblicani in 470 competizioni per Camera e Senato. Il 32,4% dei Democratici analizzati aveva sostenuto una moratoria a livello federale, statale o locale. Tra i Repubblicani la quota era del 3,4%. Posizioni favorevoli a regolamentazioni meno drastiche erano invece diffuse in entrambi gli schieramenti: 52,8% tra i Democratici e 43,7% tra i Repubblicani.
La differenza diventava più piccola nelle elezioni per governatore, dove il contatto con autorizzazioni, reti elettriche e conflitti territoriali è più diretto. Data Center Watch ha trovato sostegno per divieti o moratorie nel 58% dei candidati democratici e nel 30% dei repubblicani. In otto Stati, compreso l’Ohio, entrambi i principali candidati avevano assunto posizioni favorevoli a qualche forma di pausa o restrizione.
Questa distribuzione spiega una parte del vantaggio democratico. Il sentimento contrario ai data center era bipartisan. Tuttavia la sua applicazione politica era più spesso associata ai Democratici.
Quando bollette e consumo del territorio sono diventati temi elettorali, candidati che avevano già criticato il settore potevano presentarsi come coerenti. Diversi Repubblicani sono arrivati alla stessa posizione, invece, solo durante il 2026, dopo anni in cui i governi statali avevano corteggiato gli investimenti delle grandi società tecnologiche.
Il governatore del Texas ha cominciato a frenare troppo tardi
Il caso più evidente di voltafaccia arriva dal Texas. Gina Hinojosa ha battuto Greg Abbott ed è diventata la prima governatrice democratica dello Stato dai tempi di Ann Richards, interrompendo più di trent’anni di controllo repubblicano sulla carica.
La sua campagna ha insistito su costo della vita, scuola pubblica, corruzione e, appunto, data center.
Hinojosa aveva chiesto una moratoria immediata sui nuovi impianti fino all’approvazione di nuove protezioni legislative. Voleva restituire maggior potere alle amministrazioni locali, eliminare parte degli incentivi, aumentare la trasparenza sull’uso di acqua ed energia e proteggere i consumatori dai costi della nuova infrastruttura elettrica.
Durante la campagna descriveva l’espansione come una corsa all’oro nella quale le comunità texane avevano troppo poco potere rispetto ai colossi tecnologici che sviluppano questa tecnologia.
La sua rivale Abbott ha percepito il rischio politico rappresentato dai data center troppo tardi. A inizio agosto scorso ha sospeso le approvazioni dei data center in attesa di una verifica dei progetti che chiedevano l’allacciamento alla rete elettrica. A settembre ha esteso la pausa ai nuovi permessi ambientali.
Anche qui il data center era inserito dentro una questione più grande, cioè quanto costa vivere. Un’infrastruttura IA di grandi dimensioni può essere rilevante proprio perché può essere ricondotta alla bolletta elettrica, come abbiamo visto. Questo collegamento ha permesso a Hinojosa di parlare dell’intelligenza artificiale senza trasformare la campagna in un dibattito astratto sulla tecnologia.
Le isole di calore dei data center
Pennsylvania e South Carolina, altri due casi da studiare
Nel nord-est della Pennsylvania, Donald Trump aveva vinto nel 2024 l’8° distretto e il repubblicano Rob Bresnahan aveva conquistato il seggio alla Camera.
Martedì la democratica Paige Cognetti lo ha sconfitto. Il distretto comprende Archbald e altre aree dove si concentra un numero elevato di proposte per nuovi data center.
Cognetti ha chiesto di cancellare l’esenzione dalle imposte su vendite e utilizzo concessa alle aziende e ha utilizzato spot che collegavano il rivale Bresnahan all’industria tecnologica.
In Pennsylvania il dibattito sui data center si è infiammato al punto che anche diversi candidati repubblicani hanno iniziato a chiedere maggiore controllo locale. Una rilevazione effettuata prima del voto di metà mandato ha osservato che il 74% degli elettori statali era contrario alla costruzione di un data center nella propria comunità.
Nel South Carolina, un territorio tipicamente repubblicano, Trump ha conquistato lo Stato nel 2024 con un vantaggio di 18 punti. Il 3 novembre Annie Andrews è diventata la prima democratica in 28 anni a vincere un seggio al Senato nello Stato, battendo Darline Graham.
Andrews ha sfruttato il sostegno da 1,5 milioni di dollari ricevuto da Graham da un nuovo super PAC favorevole ai data center. Per i media americani l’esito del voto è però collegato anche alla debolezza di Trump, alla guerra e alle preoccupazioni economiche.
Proprio questa sovrapposizione di temi aiuta a collocare l’influenza dei data center sul voto.
Negli scontri politici molto combattuti, un problema locale capace di mobilitare elettori sia repubblicani sia democratici può aggiungere qualche punto a una corrente nazionale già favorevole all’opposizione. E fare la differenza. In uno Stato vinto da Trump con 18 punti due anni prima, anche un contributo marginale assume dimensioni politiche notevoli.
Quanto hanno pesato i data center prima del voto
Un exit poll riportato da Stateline indicava che il 56% degli elettori ha definito l’intelligenza artificiale e i data center un fattore “cruciale” o “importante” nella scelta per il Congresso.
Un sondaggio UMass Amherst, anche questo realizzato prima delle elezioni, aveva trovato soltanto l’11% degli americani favorevole a un data center di IA nella propria comunità e il 65% contrario. Persino tra i Repubblicani l’opposizione raggiungeva il 52%. Gallup aveva evidenziato un risultato ancora più netto la primavera scorsa: sette americani su dieci contrari a una struttura vicino a casa.
Le midterm del 2026 mostrano quindi due movimenti sovrapposti. L’onda blu nasce da un rigetto nazionale dell’amministrazione Trump, alimentato soprattutto dai prezzi e dalla guerra. Ma la rivolta contro i data center ha fornito ai Democratici un cavallo di battaglia capace di arrivare dentro territori conservatori, perché partiva da interessi quotidiani che hanno un impatto sulle scelte politiche: la bolletta, l’acqua, il terreno accanto a casa, i favoritismi verso aziende tecnologiche valgono miliardi di dollari e detengono un potere percepito come sconfinato.
Per questi colossi tech, il risultato del 3 novembre introduce un limite che i miliardi investiti in chip e modelli non possono aggirare così facilmente.