La transizione europea rischia di creare nuove dipendenze proprio in una fase in cui si cerca di ridurre la vulnerabilità energetica. Per evitarlo, l’Europa deve affiancare all’elettrico tecnologie già disponibili e capaci di valorizzare la base industriale dei territori.
È la tesi dello studio sui biocarburanti da materie prime rinnovabili realizzato da Teha Group insieme a Eni e presentato al Forum di Cernobbio.
Al centro dell’analisi ci sono Hvo, l’olio vegetale idrogenato, e Saf, il carburante sostenibile per l’aviazione: soluzioni che possono contribuire da subito a ridurre le emissioni dei trasporti, soprattutto nei comparti più difficili da elettrificare, oltre a diversificare gli approvvigionamenti e preservare capacità produttive e competenze europee.
«Una delle principali sfide per l’Europa è coniugare la transizione energetica con la competitività industriale e la sostenibilità economica e sociale», sottolinea Stefano Ballista, ceo di Enilive. «I biocarburanti – aggiunge –, sono una soluzione immediatamente disponibile perché possono essere distribuiti attraverso le infrastrutture esistenti e utilizzati in gran parte delle motorizzazioni diesel oggi in circolazione».
Oltre 170 milioni di veicoli diesel Euro 5-V ed Euro 6-VI sono già compatibili, previa validazione del costruttore, con carburanti da materie prime rinnovabili come l’Hvo, utilizzabile in purezza senza modificare motori e infrastrutture. Anche nel trasporto marittimo l’Hvo può essere impiegato puro, mentre nell’aviazione il Saf può essere miscelato fino al 50% con il jet-fuel convenzionale.
La partita è anche industriale. Teha stima che i 26,4 miliardi di euro di investimenti cumulati nella capacità di bioraffinazione operativa, in costruzione o annunciata entro il 2030, possano generare 66 miliardi di euro di Pil e sostenere fino a 33.600 posti di lavoro nell’Ue, con un moltiplicatore economico di 2,5 volte l’investimento. Le raffinerie Eni di Porto Marghera e Gela, trasformate in bioraffinerie nel 2014 e nel 2019, mostrano come gli impianti tradizionali possano essere adattati alla produzione di biocarburanti.
Lo studio affronta anche il nodo delle materie prime: accanto a oli esausti, grassi animali e residui agroalimentari, le bioraffinerie possono utilizzare oli ottenuti da colture intermedie in rotazione con quelle alimentari e da coltivazioni su terreni degradati. Il potenziale globale è stimato in circa cinque volte il fabbisogno europeo, senza sottrarre terreni alla produzione alimentare.