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Steve Jobs, l’esilio che gli insegnò a salvare Apple raccontato a Wave by Vento

Steve Jobs, l’esilio che gli insegnò a salvare Apple raccontato a Wave by Vento

Alle OGR di Torino una storia che riguarda i 12 anni durante i quali Steve Jobs è rimasto lontano da Apple, raccontata dal giornalista e scrittore Geoffrey Cain ricorda il momento meno celebrato della vita del padre degli iPhone

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Steve Jobs rivive alle OGR di Torinograzie al racconto di Geoffrey Cain, giornalista e scrittore americano, già corrispondente dell’Economist, e autore di Steve Jobs. L’esilio, libro dedicato agli anni trascorsi da Jobs lontano da Apple, tra il 1985 e il 1997.

Cain, sul palco di Wave by Vento (qui l’agenda completa), ricostruisce soprattutto l’esperienza di NeXT e Pixar, sostenendo che proprio fallimenti, difficoltà e nuove collaborazioni hanno contribuito a trasformare Jobs nel leader che sarebbe poi tornato a guidare Apple.

A moderare il panel Diego Piacentini, entrato in Apple Italia nel 1987 occupandosi prima delle vendite e poi della gestione del mercato europeo per poi ricoprire, nel 1997, il ruolo di general manager e vicepresidente di Apple Europe. Nel 2000 è passato ad Amazon, dove per sedici anni è stato senior Vice President International e ha guidato le attività retail fuori dagli Stati Uniti. Nel 2016 ha lasciato temporaneamente Amazon per diventare Commissario straordinario per l’Agenda digitale del governo Renzi e guidare il Team per la Trasformazione Digitale della Pubblica amministrazione fino al 2018. Dal 2019 è fondatore e Managing Director del fondo di venture capital View Different ed è Chairman e Advisor di Vento Ventures.

Nel confronto tra Cain e Piacentini emerge un paradosso tant’è che, probabilmente, senza gli errori di NeXT, non sarebbe esistito il Jobs capace di riportare Apple al centro dell’industria tecnologica.

Lo Steve Jobs che la memoria collettiva ha conservato è quello che saliva sul palco, con maglione nero, jeans, un prodotto in mano e una platea pronta ad ascoltare la sua visione del futuro. È il Jobs dell’iMac, dell’iPod e soprattutto dell’iPhone. Una fotografia iconica, certo, ma incompleta.

Steve Jobs lontano da Apple

Tra il giovane co-fondatore di Apple e l’uomo che nel gennaio 2007 presentò l’iPhone c’è un periodo di quasi dodici anni, dal 1985 al 1997, che Geoffrey Cain considera decisivo per tanto per Jobs quanto per Apple.

Dal palco di Torino e dalle parole di Cain e di Piacentini - che ha visto dall’interno il ritorno di Jobs mentre lavorava ai vertici europei di Apple - emerge anche un Jobs diverso dal profeta tecnologico costruito negli anni successivi. Un imprenditore che sbaglia prodotti, prezzi e mercati, rischia di bruciare il proprio patrimonio e, soprattutto, deve imparare qualcosa che il talento tecnologico da solo non gli aveva insegnato: scegliere.

Nel 1985 Jobs ha trent’anni. Apple gli ha progressivamente sottratto responsabilità operative dopo lo scontro con l’amministratore delegato John Sculley. Quando decide di lasciare l’azienda porta con sé cinque dipendenti e prepara una nuova società, NeXT.

La separazione è tutt’altro che pacifica. Nel settembre 1985 Apple presenta contro Jobs e l’ingegnere Richard Page una causa da oltre cinque milioni di dollari, accusando il co-fondatore di aver violato i propri obblighi verso la società e temendo che la nuova azienda utilizzasse informazioni riservate. La vicenda si è chiusa nel gennaio successivo con un accordo che prevedeva, per l’azienda di Cupertino, la possibilità di verificare i prodotti di NeXT prima della commercializzazione.

È l’inizio di quella che Cain definisce la fase dell’“esilio”, spesso eliminata dalle ricostruzioni celebrative, durante la quale Jobs non va direttamente incontro al successo e che, per anni, fa una certa fatica a vestire i panni del manager che oggi tutti ricordiamo.

NeXT fatica a trovare un mercato e la reputazione di Jobs si stava deteriorando. Cain ricorda come a metà degli anni Novanta il fondatore di Apple fosse ormai lontanissimo dall’immagine dell’imprenditore infallibile che sarebbe arrivata dopo.

NeXT, un grande computer che quasi nessuno voleva

La dimostrazione più evidente del cammino tortuoso del co-fondatore di Apple è il NeXT Computer, una macchina potente che Jobs voleva destinare alla ricerca e alle università e che, dal lato pratico, era un cubo realizzato in lega di magnesio, molto sofisticato e altrettanto costoso.

Jobs vuole costruire una macchina potentissima destinata soprattutto alle università e alla ricerca. Il computer assume la forma di un cubo nero realizzato in lega di magnesio, estremamente sofisticato per l’epoca e altrettanto costoso.

Le vendite dell’hardware non sono mai decollate e nel 1993 NeXT abbandonò la produzione dei computer per concentrarsi sul software.

Cain ha sintetizzato l’accaduto dicendo che avere una grande tecnologia e una grande visione non basta, è necessario riuscire a collegarle alle persone che hanno bisogno di quegli strumenti.

L’hardware fallisce, il software sopravvive

Il paradosso di NeXT è che proprio l’aspetto commercialmente più fragile del progetto finisce per mettere in ombra quello destinato a lasciare l’impronta più profonda.

Dietro il computer a forma di cubo c’è infatti NeXTSTEP, un sistema operativo e un ambiente di sviluppo tecnologicamente avanzati per l’epoca. Quando, negli anni Novanta, Apple si trova di fronte alla necessità di sostituire il sistema operativo macOS ormai in difficoltà sul piano tecnologico, la piattaforma sviluppata da NeXT emerge come una delle possibili vie d’uscita.

Apple ha acquisito NeXT alla fine del 1996 e Jobs è rientrato successivamente nell’azienda che aveva lasciato undici anni prima. Il computer che non era riuscito a conquistare il mercato universitario è diventato parte delle fondamenta tecnologiche necessarie ad Apple per costruire il proprio futuro.

Imparare a dire No

Con il suo ritorno in Apple, Jobs ha portato con sé inediti criteri di selezione. Piacentini ha ricordato che Jobs ha ridotto le attività aziendali, preferendo lo sviluppo di un numero limitato di prodotti. Così sono stati eliminati stampanti, server e altri progetti.

Per Cain, questo cambiamento misura la trasformazione avvenuta negli anni dell’esilio. Il giovane Jobs cercava di fare tutto al massimo livello possibile, mentre il Jobs tornato ad Apple aveva imparato che una strategia consiste anche nell’eliminare ciò che potrebbe essere interessante ma distoglie risorse da ciò che è essenziale.

La parola d’ordine è diventata “focus” nel suo significato più tagliente, quello di dire No quasi a tutto per potere concentrare persone, capitale e attenzione su poche cose.

Al contrario di quanto si possa credere, il ritorno di Jobs non è stato indolore. La ristrutturazione ha comportato migliaia di licenziamenti, la sostituzione di molte figure apicale e la cancellazione di prodotti sui quali gruppi di dipendenti hanno lavorato per anni.

Pixar e la seconda vita di Jobs

Cain si è immerso anche nel secondo laboratorio della trasformazione di Jobs, la Pixar.

Mentre NeXT continua a faticare, Pixar cambiava traiettoria fino all’uscita di “Toy Story” nel novembre 1995, il primo lungometraggio interamente realizzato in animazione computerizzata che ha anticipato di poco l’IPO della stessa Pixar, passata alla storia come la più grande del 1995 e che ha fatto di Jobs un neomiliardario.

Al di là del successo economico-finanziario, Jobs ha guadagnato dall’esperienza con la Pixar anche la certezza che una buona organizzazione aziendale deve sapere coniugare tecnologia, creatività e talento umano.

L’intelligenza artificiale (senza riscrivere il passato)

Nel dialogo di Torino compare anche un tema inevitabile nel 2026, l’intelligenza artificiale. Cain racconta che già negli anni di NeXT Jobs immaginava computer capaci di aiutare studenti e ricercatori nelle scoperte scientifiche. È però importante evitare una lettura retrospettiva troppo comoda, come peraltro sottolineato dallo scrittore.

Infatti, Jobs non stava anticipando i grandi modelli linguistici, gli agenti o l’attuale IA generativa. Quell’universo tecnologico dipende da sviluppi scientifici arrivati molti anni dopo. La sua intuizione riguardava piuttosto l’idea di un computer che amplificasse le capacità intellettuali dell’utente e rendesse disponibili strumenti molto potenti a una singola persona.

Il fallimento come infrastruttura del successo

Nel 2005, durante il celebre discorso ai laureati di Stanford, Jobs ha detto che essere stato allontanato da Apple era stata la cosa migliore che gli fosse potuta accadere, spiegando che il peso del successo era stato sostituito dalla leggerezza di sentirsi nuovamente un principiante.

Essere un principiante, ha spiegato Jobs, è coinciso con il costruire un computer bellissimo che il mercato non voleva, peraltro sbagliandone il prezzo.

È coinciso anche con il vedere NeXT costretta ad abbandonare l’hardware, essere citato in giudizio dalla propria ex azienda e assistere al deterioramento della propria reputazione. Tornando in Apple, Jobs ha portato con sé esperienze formanti e 12 anni densi di errori.

È questa, più che la retorica del genio visionario, la parte interessante della storia. Il Jobs che costruirà la seconda Apple rimane ossessivo, autoritario, radicale nelle proprie decisioni e spesso convinto delle proprie intuizioni. Ha però imparato una disciplina che nel 1985 possedeva molto meno, ossia distinguere ciò che è tecnologicamente possibile da ciò che merita davvero di essere costruito.

Steve Jobs, chiosa Cain, non è tornato in Apple perché durante gli anni lontano dall’azienda aveva finalmente dimostrato di avere sempre avuto ragione, ha fatto ritorno portandosi dietro tutto ciò su cui aveva avuto torto.