SI SFILA lo smartwatch Joshua Walden. Mostra i sensori sotto la cassa. "Questi tracciano i cicli del sonno, permettono di migliorare le proprie abitudini". È di Basis, la società che Intel ha acquisito lo scorso anno per cento milioni di dollari. "Ma è solo la superficie, l'anticipazione di quello che vedremo", dice il manager. Perché entro il 2020 nel mondo circoleranno 50 miliardi di oggetti connessi. E in un momento in cui le vendite di Pc crollano, per Chipzilla, come viene definito il leader globale nei processori, il futuro è lì: "Vogliamo che quegli oggetti abbiano tutti un chip Intel". Ecco la missione di Walden, che il nuovo amministratore delegato Brian Krzanich ha messo al vertice del New Technology Group. Evitare che la società perda il treno dell'Internet delle Cose, dopo aver mancato quello di smartphone e tablet. Con una cultura nuova, aperta all'innovazione dal basso. Così la scorsa settimana Walden era alla Maker Faire di Roma, per presentare una nuova scheda hardware low cost, Genuino 101, sviluppata insieme a Arduino e pensata per studenti e maker: "È da loro, non dalle grandi aziende, che nasceranno le applicazioni del futuro".
Quali sono le novità della Genuino 101?
"Questa scheda integra il nostro nuovo modulo Curie, che oltre ad avere una potenza di 32 bit, contro gli 8 del vecchio Genuino 1, ha una serie di sensori integrati, come un giroscopio a sei assi e il bluetooth. Un sacco di funzionalità che rendiamo disponibili a un prezzo economico, 27 euro, e che avranno applicazione soprattutto nel mondo dell'educazione. Genuino diventerà il supporto del nostro programma Technologies in the Classroom, con cui formiamo gli insegnanti che poi possono a loro volta educare gli studenti. Una tecnologia del genere può essere integrata da alunni e maker in oggetti indossabili, borse, occhiali, macchine e prototipi di ogni tipo".
Su un prodotto del genere i margini di Intel sono bassissimi. Cosa ci guadagnate?
"Di sicuro in riconoscibilità del nostro marchio. Oggi si associa Intel ai server e i computer ad alta performance, molto meno ai sistemi embedded. Eppure stiamo sviluppando processori su supporti sempre più piccoli. Questo progetto serve a estendere la nostra competenza a un nuovo settore, quello degli oggetti connessi. Saranno 50 miliardi da qui a cinque anni e vogliamo che la maggior parte di loro avesse all'interno tecnologie Intel. I maker possono sperimentare con una Genuino e poi magari, quando devono trasformare la loro invenzione in un prodotto, passare alla più potente scheda Edison".
Da tempo si profetizza l'esplosione dell'Internet delle cose. Ma a che punto è questa rivoluzione oggi, nella nostra vita di tutti i giorni?
"L'Internet delle cose è in giro già da parecchio tempo, solo che prima quegli oggetti si chiamavano sistemi embedded. Eppure, se guardiamo agli orologi, ai termostati intelligenti, credo che stiamo solo grattando la superficie del possibile. Ci sono dei problemi che ne ostacolano lo sviluppo: l'assenza di standard tecnologici, specie per la sicurezza. Se tutto è connesso voglio che la mia privacy sia protetta, noi stiamo lavorando con altre società per definire questi standard. Intanto sviluppiamo i nostri prodotti, come questo orologio con cui posso monitorare i cicli del sonno. È abbastanza? Dipende da che problema vogliamo risolvere".
Appunto, quale sarà la killer app dell'Internet delle cose, la funzionalità che ci spingerà tutti a comprarli?
"È difficile da dire. Anche quando uscirono i cellulari molti pensarono "chi li comprerà mai?". E così anche gli smartphone. Io credo che per l'Internet delle cose ci saranno molte applicazioni, dalle città, agli edifici connessi, alle reti energetiche intelligenti. Ma penso anche che difficilmente si tratterà di una sola applicazione a livello globale, molte saranno innovazioni utili a risolvere specifici problemi locali. Chi avrebbe pensato per esempio che si sarebbe potuta usare una stampante 3D per creare protesi per persone amputate? Problemi come questo sono ovunque".
Università, maker, startup: oggi l'innovazione è sempre più imprevedibile e distribuita. Come fa un gigante come Intel a non farsela scappare?
"È a questo che serve il New Technology Group, l'unità che dirigo. Intel faceva molto lavoro di innovazione, ma all'interno di diversi gruppi non coordinati tra loro, ora le risorse e la direzione sono concentrate. Sotto di me ho Intel Labs, la ricerca su tecnologie che arriveranno sul mercato tra più di cinque anni, come il computing neuromorfico, che simula il funzionamento del cervello, il computing quantistico, l'intelligenza artificiale, il 5G, il perceptual computing, che connette sensori di tipo umano ai calcolatori. Poi ci sono anche la sezione sui nuovi device e quella per i maker, non meno importanti, perché quei 50 miliardi di oggetti connessi non verranno realizzati dalle grandi società che conosciamo oggi, ma dal basso, da quei milioni di persone che hanno idee creative e a cui vogliamo dare la possibilità di metterle in pratica".
Intanto le vendite di computer e relativi chip, ancora il business principale di Intel sono in caduta libera. È finita l'epoca del personal computer?
"Molti hanno predetto la fine del Pc, magari rimpiazzato dal tablet. Fatto sta che ora anche la vendita di tavolette declina, io per esempio la uso per fruire contenuti, video, libri, ma non per lavoro. D'altro canto il calo delle vendite di computer sta rallentando e quello rimane comunque un mercato ricchissimo. Abbiamo appena lanciato la sesta generazione di processori, più potenti e più efficienti. Stiamo innovando la forma dei pc, per esempio con i Sticks, le pennette che si possono inserire nei televisori o in altri oggetti. La linea di confine tra personal computer e Internet delle è sempre meno netta: sempre di processori si tratta".
A proposito. Molti, compreso il vostro amministratore delegato, dicono che la Legge di Moore, secondo cui la potenza dei microprocessori raddoppia ogni due anni, starebbe rallentando. È d'accordo?
"Non credo. Io lavoro in Intel da 33 anni, mi occupavo proprio dello sviluppo tecnologico, e almeno per tre volte ho sentito dare per morta quella legge. Ma poi abbiamo sempre trovato dei modi per farla proseguire, per esempio passando dai transistor bidimensionali a quelli tridimensionali. Entro il prossimo anno cominceremo a sviluppare i chip da 10 nanometri, abbiamo già le capacità per quelli da 7 nanometri. Abbiamo solo detto che i tempi di sviluppo si stanno allungando rispetto alle generazioni precedenti di chip, da un anno e mezzo a due. Ma la legge di Moore non riguarda solo le prestazioni, ma tutta la piattaforma tecnologica legata i processori. E da questo punto di vista è ancora valida".
Quali sono le novità della Genuino 101?
"Questa scheda integra il nostro nuovo modulo Curie, che oltre ad avere una potenza di 32 bit, contro gli 8 del vecchio Genuino 1, ha una serie di sensori integrati, come un giroscopio a sei assi e il bluetooth. Un sacco di funzionalità che rendiamo disponibili a un prezzo economico, 27 euro, e che avranno applicazione soprattutto nel mondo dell'educazione. Genuino diventerà il supporto del nostro programma Technologies in the Classroom, con cui formiamo gli insegnanti che poi possono a loro volta educare gli studenti. Una tecnologia del genere può essere integrata da alunni e maker in oggetti indossabili, borse, occhiali, macchine e prototipi di ogni tipo".
Su un prodotto del genere i margini di Intel sono bassissimi. Cosa ci guadagnate?
"Di sicuro in riconoscibilità del nostro marchio. Oggi si associa Intel ai server e i computer ad alta performance, molto meno ai sistemi embedded. Eppure stiamo sviluppando processori su supporti sempre più piccoli. Questo progetto serve a estendere la nostra competenza a un nuovo settore, quello degli oggetti connessi. Saranno 50 miliardi da qui a cinque anni e vogliamo che la maggior parte di loro avesse all'interno tecnologie Intel. I maker possono sperimentare con una Genuino e poi magari, quando devono trasformare la loro invenzione in un prodotto, passare alla più potente scheda Edison".
Da tempo si profetizza l'esplosione dell'Internet delle cose. Ma a che punto è questa rivoluzione oggi, nella nostra vita di tutti i giorni?
"L'Internet delle cose è in giro già da parecchio tempo, solo che prima quegli oggetti si chiamavano sistemi embedded. Eppure, se guardiamo agli orologi, ai termostati intelligenti, credo che stiamo solo grattando la superficie del possibile. Ci sono dei problemi che ne ostacolano lo sviluppo: l'assenza di standard tecnologici, specie per la sicurezza. Se tutto è connesso voglio che la mia privacy sia protetta, noi stiamo lavorando con altre società per definire questi standard. Intanto sviluppiamo i nostri prodotti, come questo orologio con cui posso monitorare i cicli del sonno. È abbastanza? Dipende da che problema vogliamo risolvere".
Appunto, quale sarà la killer app dell'Internet delle cose, la funzionalità che ci spingerà tutti a comprarli?
"È difficile da dire. Anche quando uscirono i cellulari molti pensarono "chi li comprerà mai?". E così anche gli smartphone. Io credo che per l'Internet delle cose ci saranno molte applicazioni, dalle città, agli edifici connessi, alle reti energetiche intelligenti. Ma penso anche che difficilmente si tratterà di una sola applicazione a livello globale, molte saranno innovazioni utili a risolvere specifici problemi locali. Chi avrebbe pensato per esempio che si sarebbe potuta usare una stampante 3D per creare protesi per persone amputate? Problemi come questo sono ovunque".
Università, maker, startup: oggi l'innovazione è sempre più imprevedibile e distribuita. Come fa un gigante come Intel a non farsela scappare?
"È a questo che serve il New Technology Group, l'unità che dirigo. Intel faceva molto lavoro di innovazione, ma all'interno di diversi gruppi non coordinati tra loro, ora le risorse e la direzione sono concentrate. Sotto di me ho Intel Labs, la ricerca su tecnologie che arriveranno sul mercato tra più di cinque anni, come il computing neuromorfico, che simula il funzionamento del cervello, il computing quantistico, l'intelligenza artificiale, il 5G, il perceptual computing, che connette sensori di tipo umano ai calcolatori. Poi ci sono anche la sezione sui nuovi device e quella per i maker, non meno importanti, perché quei 50 miliardi di oggetti connessi non verranno realizzati dalle grandi società che conosciamo oggi, ma dal basso, da quei milioni di persone che hanno idee creative e a cui vogliamo dare la possibilità di metterle in pratica".
Intanto le vendite di computer e relativi chip, ancora il business principale di Intel sono in caduta libera. È finita l'epoca del personal computer?
"Molti hanno predetto la fine del Pc, magari rimpiazzato dal tablet. Fatto sta che ora anche la vendita di tavolette declina, io per esempio la uso per fruire contenuti, video, libri, ma non per lavoro. D'altro canto il calo delle vendite di computer sta rallentando e quello rimane comunque un mercato ricchissimo. Abbiamo appena lanciato la sesta generazione di processori, più potenti e più efficienti. Stiamo innovando la forma dei pc, per esempio con i Sticks, le pennette che si possono inserire nei televisori o in altri oggetti. La linea di confine tra personal computer e Internet delle è sempre meno netta: sempre di processori si tratta".
A proposito. Molti, compreso il vostro amministratore delegato, dicono che la Legge di Moore, secondo cui la potenza dei microprocessori raddoppia ogni due anni, starebbe rallentando. È d'accordo?
"Non credo. Io lavoro in Intel da 33 anni, mi occupavo proprio dello sviluppo tecnologico, e almeno per tre volte ho sentito dare per morta quella legge. Ma poi abbiamo sempre trovato dei modi per farla proseguire, per esempio passando dai transistor bidimensionali a quelli tridimensionali. Entro il prossimo anno cominceremo a sviluppare i chip da 10 nanometri, abbiamo già le capacità per quelli da 7 nanometri. Abbiamo solo detto che i tempi di sviluppo si stanno allungando rispetto alle generazioni precedenti di chip, da un anno e mezzo a due. Ma la legge di Moore non riguarda solo le prestazioni, ma tutta la piattaforma tecnologica legata i processori. E da questo punto di vista è ancora valida".