Non c’è vita oltre le Olimpiadi. Parola di inviata da record
di Emanuela AudisioUndici Giochi fanno 40 anni e 11 città. Un viaggio personale da Los Angeles a Parigi passando per Seul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene, Pechino, Londra, Rio de Janeiro, Tokyo. Dal 1984 al 2024. Tanto mondo e mondi, ricordi sparsi, anzi sprazzi, schegge che riaffiorano. Ogni volta bisogna ridosare il fiato perché lo spazio temporale è lungo e lascia effetti collaterali. Direte, tutto è cambiato. A Los Angeles i problemi erano i russi che non c’erano (boicottaggio), i debiti che la città non voleva avere per il divertimento dello sport, la nube grigia nel cielo (Franco Carraro, presidente del Coni, la vide in elicottero e la definì «uno scialle di smog»), l’Fbi che indagava sulle smagliature della sicurezza. Chiederete, e a Parigi? I russi che non ci sono, l’attenzione ai costi, la Senna inquinata (ci dovrebbero nuotare gli atleti), l’esteso riconoscimento facciale per evitare atti di terrorismo. La notte prima dei Giochi non dormi, non importa se non sei un’atleta, l’adrenalina la …
Undici Giochi fanno 40 anni e 11 città. Un viaggio personale da Los Angeles a Parigi passando per Seul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene, Pechino, Londra, Rio de Janeiro, Tokyo. Dal 1984 al 2024. Tanto mondo e mondi, ricordi sparsi, anzi sprazzi, schegge che riaffiorano. Ogni volta bisogna ridosare il fiato perché lo spazio temporale è lungo e lascia effetti collaterali. Direte, tutto è cambiato. A Los Angeles i problemi erano i russi che non c’erano (boicottaggio), i debiti che la città non voleva avere per il divertimento dello sport, la nube grigia nel cielo (Franco Carraro, presidente del Coni, la vide in elicottero e la definì «uno scialle di smog»), l’Fbi che indagava sulle smagliature della sicurezza. Chiederete, e a Parigi? I russi che non ci sono, l’attenzione ai costi, la Senna inquinata (ci dovrebbero nuotare gli atleti), l’esteso riconoscimento facciale per evitare atti di terrorismo. La notte prima dei Giochi non dormi, non importa se non sei un’atleta, l’adrenalina la senti anche tu, stavolta il confronto è planetario. Los Angeles fu la prima Olimpiade organizzata con fondi privati, Montreal ’76 aveva lasciato ai suoi cittadini debiti per 20 anni. C’era anche un’opinione pubblica contraria, a Peter Ueberroth, presidente del comitato organizzatore, avvelenarono i due cani in un raid di protesta. Gli impianti erano precari, la piscina costruita con tubi innocenti oggi sarebbe vietata, i bus erano quelli gialli delle scuole e dei fumetti di Charlie Brown. Quando Nawal El Moutawakel vinse i 400 ostacoli, prima donna islamica a mettersi al collo una medaglia e primo oro del Marocco, si poteva ancora andare al traguardo e offrirle una spalla dove piangere di felicità.
Incontravi Muhammad Alì, da solo, senza scorta, vestito bene, con scarpe di pelle (le sneakers non usavano) sulla scala mobile del Main Press Center, lui ti faceva un gioco di prestigio e da dietro l’orecchio ti usciva una monetina. Se gli gridavi: «Tricky champ» faceva finta di darti un pugno sul mento. A Rafer Johnson, ultimo tedoforo, campione del decathlon a Roma nel ’60, potevi ancora chiedere di quella notte tra il 5 e il 6 giugno ’68 quando Bob Kennedy fu assassinato all’hotel Ambassador. Era lui che aveva disarmato Sirhan Sirhan. «Misi la pistola nella tasca della giacca e me ne dimenticai, l’indomani l’Fbi suonò a casa: potevo per favore dargli l’arma?». Downtown L.A. di sera era deserta, c’erano solo gli homeless. Gianni Mura provò ad andare al ristorante Rex in Olive Street, quello dove Richard Gere porta Julia Roberts nel film Pretty Woman a mangiare lumache. «Sir, torni con giacca e cravatta». Non lo rividero. Si usavano le macchine da scrivere, all’alba si andava al Centro-Stampa a mandare i pezzi al fax.
Quattro anni dopo a Seul gli studenti coreani protestavano nelle piazze per la democrazia. Il regime militare temeva anche attacchi dell’altra metà del paese, la Corea del Nord. Il villaggio dei giornalisti era circondato da filo spinato, nessuno nelle palazzine poteva ricevere visite, capitò di chiudere con violenza la finestra in faccia a un uomo che in tuta nera e a testa in giù cercava dall’esterno di infilarsi nel bagno. Tu chiamala sportellata. Urlammo in due. Nessuno aveva avvisato che era in programma un’esercitazione anti-sommossa delle forze speciali coreane. Ben Johnson vinse i 100 metri in 9”79, record del mondo, nella finale più drogata di sempre (sei su otto). Due notti dopo ci fu una telefonata olimpica assurda e indimenticabile. Il collega della France Presse era agitato, solo sussurri, ma all’antidoping qualcuno era risultato positivo, un nome importante, mancava però la certezza. Chiese: perché non provi? Alle 3 di notte il professor Gustavo Tuccimei, che faceva parte della commissione medica del Cio, rispose alla chiamata. Erano anni che al telefono smentiva ogni insinuazione sui campioni ed esordiva sbuffando con: «Signorina, lei vede troppi film di fantascienza». Professore, scusi l’ora. «Dica». Parlano di un positivo. «Sì». Come sì. «È vero». Sarebbe uno famoso. «Sì». Ma famoso, famoso. «Sì». Un campione. «Sì». Esageriamo, lei smentisce e ci diamo la buonanotte: Ben Johnson? «Sì». Non c’era bisogno di altra conferma. La caccia a Johnson era aperta, prima all’albergo dove il suo coach era registrato sotto falso nome, poi al villaggio olimpico dove lo sprinter canadese uscì coprendosi la testa dagli sputi. Ah, ci fu l’esordio del computer portatile, più che altro un frigorifero che mangiava i pezzi.
Barcellona calda e mediterranea con i Giochi cambiò volto, si riaffacciò al mare e a una spiaggia balneabile, ma allo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán quel lifting urbanistico non piaceva, tanto meno la torre di comunicazione di Norman Foster sul Tibidabo. A pranzo a Casa Leopoldo nella Ciutat Vella ti spiegava il gioco di Johan Cruijff, allenatore del Barcellona, il franchismo, lo stile barocco, i vini del Penedes e come quelle maledette Olimpiadi avessero cancellato quartieri malfamati e memorie operaie (i B&B non erano ancora all’orizzonte).
Però fu bello vedere una ragazza bianca di 26 anni e una nera di 21 anni correre i 10 mila metri alle Olimpiadi per la loro prima volta. Sudafrica ed Etiopia erano state fuori dai Giochi, il primo da 32 anni per la politica dell’apartheid e la seconda da 12, per guerra civile e carestia. Elana Meyer (argento) e Derartu Tulu (oro) corsero insieme il giro d’onore, nessuno capiva la lingua dell’altra, ma all’abbraccio di speranza non servivano parole. Scene isteriche sulle Ramblas davanti all’albergo del Dream Team, dove erano sbarcati i giganti del basket Nba per la prima volta ai Giochi. Magic Johnson e Michael Jordan uscivano dal portone principale, ma bastava piazzarsi sul retro, Larry Bird usava quello.
Nell’Atlanta di Via col Vento (che però fu girato negli studios a Hollywood), della Coca-Cola e della Cnn, brutta e scarsa l’organizzazione dei Giochi. Gli autisti venivano da fuori, non conoscevano la città e si perdevano, uno fermò il bus in mezzo a un bosco e rassegnato aprì le porte: «Mi sono perso». Il 27 luglio al Centennial Park suonava il complesso Heart Attack, concerto pubblico. Botto, botti, sangue, urla, puzza di bruciato. 111 feriti, due morti. È un attentato made in Usa, fatto in casa, la bomba è artigianale e il colpevole è un all-american boy, Eric Rudolph, il terrorista della porta accanto, uno di Supremazia Bianca. «Come state ragazzi?», dall’Italia chiama Aligi Pontani, caposervizio dello sport, per sapere delle nostre condizioni.
Sydney è a metà settembre, fa freddo. Cerimonia d’inaugurazione con i Cinque Cerchi che prendono fuoco, ad accenderli la velocista australiana Cathy Freeman che però rischia di fare la fine di Giovanna D’Arco. Corriamo per avere una sua dichiarazione, è la prima tedofora aborigena, ma a lei interessa solo lo scampato pericolo. «La scala automatica che doveva portarmi fuori dall’anello di fuoco si è inceppata, iniziava a fare molto caldo, grazie a chi l’ha azionata manualmente». Il collega Corrado Sannucci che purtroppo se n’è andato nel 2009 segue l’impresa del mito del canottaggio, l’inglese Steve Redgrave, al suo quinto oro consecutivo. L’atleta ha scoperto di essere diabetico e per gareggiare ha bisogno di 5 iniezioni al giorno.
Nel 2004 si recupera il torto fatto ad Atene, visto che i Giochi del Centenario sono andati ad Atlanta. La città fa tutto di corsa, ha la lingua di fuori, noi pure dal caldo, ma dopo 108 anni le Olimpiadi tornano a casa. Respirare l’odore della storia fa sempre bene: meglio il tramonto sull’Acropoli che sul centro commerciale. Ivano Brugnetti vince la 20 km di marcia, si allena a Sesto San Giovanni, allora la Milano delle fabbriche. Il suo allenatore (ora direttore tecnico azzurro dell’atletica) Antonio La Torre, figlio di operai, è stato disegnatore di impianti elettrici e sindacalista all’Ansaldo. Chiediamo alla mamma dell’Ivano, Antonietta, napoletana di Villaricca, che lo segue sul percorso, se abbia fatto sport e lei ci fulmina: «Come no, lo faccio tuttora, lavo i panni dalla mattina alla sera». Una ragazzina di 16 anni tiene il broncio perché è arrivata solo seconda nei 200 stile libero. Passa per una presuntuosa e antipatica. È Federica Pellegrini. Diventerà La Divina.
Pechino inizia a giocare l’8-08-08 alle 8. Con 2.008 percussionisti. Altro che Lanterne Rosse, è un Oriente moderno. Sarà, ma manca solo il corno rosso, l’8 porta bene. Sui bus della transportation il freddo dell’aria condizionata è da Everest. Si può abbassare? No, la temperatura la regola il governo. La Cina è vicina, il congelamento pure. Lo sprinter giamaicano Usain Bolt è pazzesco, tre ori con record. Sappiamo che adora il pollo fritto, lo aspettiamo fuori dal villaggio sotto le rosticcerie con le insegne Chicken Wings.
Her majesty, sì. Ma Londra si alza in piedi per applaudire il sudafricano Oscar Pistorius che in piedi da solo non può stare. È biamputato, lo chiamano Blade Runner, perché alle Olimpiadi (e non solo alle Paralimpiadi) corre il giro di pista con protesi in carbonio. Per riuscirci ha affrontato una lunga lotta in tribunale. Prima di entrare in conferenza stampa si ferma a salutare. Abbiamo nuotato insieme in Sudafrica nella sua piscina e poi cucinato a casa sua. Il suo nuovo sponsor lo richiama all’ordine: «Oscar, non perdere tempo». Il marciatore Alex Schwazer è positivo al controllo antidoping. Si capisce che è una cosa seria perché nessun dirigente dell’atletica italiana risponde più al telefono.
Rio è la prima volta del Sudamerica. Letteratura, samba e Corcovado, ma il Parco Olimpico è lontano dalla città e il quartiere di Barra da Tijuca non è tra i più sicuri. Carlos Arthur Nuzman, n.1 del comitato olimpico brasiliano, non è simpatico, né raccomandabile (verrà condannato a 30 anni con l’accusa di corruzione, organizzazione criminale, riciclaggio di denaro, evasione fiscale). L’intervista con l’ormai americana Nadia Comaneci inizia in maniera informale: bravo tuo figlio Dylan Paul a sfilare come volontario nella cerimonia. «Era un segreto, come lo sai?». Dammi 10. È il voto che prese al suo esordio a Montreal ’76, il primo dieci nella storia della ginnastica. Apriamo le mani, ci fanno una foto.
Tokyo 2020 si disputa nel 2021 per la pandemia. Niente spettatori. Il Giappone non ci vuole, non siamo benvenuti, solo untori. Un operatore sanitario all’aeroporto: «Prego, si accomodi in bagno». La toilette merita una foto da Perfect Days. Controlli su controlli, anche sull’app, tamponi un giorno sì e uno no, mascherina, segnalazione della temperatura di mattina e di sera (guai a tossire), pile di documenti, quarantena, divieto di usare taxi, metro, di frequentare ristoranti e negozi. Scortese il cartello sull’ascensore: vietato agli stranieri. Solo per locali. Nemmeno fossimo in Mississippi Burning. Nella domenica del doppio oro azzurro Tamberi-Jacobs siamo nel tunnel dello stadio di fronte a loro, è notte fonda, ma consegniamo il foglio-gara per gli autografi agli addetti che disinfettano le penne. A distanza, ma contagiati dalla gioia. Pensiamo tutti la stessa cosa: quando mai ricapiterà? C’è anche una ragazza che assomiglia a un volto conosciuto, lavora per la Bbc, sbirciamo l’accredito, è Sofia Bettiza, figlia di Laura Laurenzi, a lungo inviata di Repubblica.
Così si arriva a Parigi, la personalissima numero 11, e di nuovo alle vigilie senza sonno. Niente da fare, non ci si abitua alle Olimpiadi, non c’è modo: hanno una sabbia antica, ci affondi i piedi, con la voglia (assurda) di lasciare un’impronta. Lo sintetizzò con una battuta l’americano Donald Bragg, oro nell’asta a Roma ’60: «Quando mi dicono che c’è qualcosa nella vita oltre alle Olimpiadi, rispondo: davvero?». Parigi è un progetto ambizioso dove lo sport esce dallo stadio per fondersi nella storia. E diventare gesto di tutti. Una grandeur green, analcolica, con molte limitazioni (per questioni di sicurezza). Tutti a giocare sotto la Tour e sulla Senna. Sarà meglio rispolverare La Vie En Rose o il film La Haine? Ah nella mensa olimpica sono state vietate le patate fritte. Fanno male. Vabbè, dai, andiamo lo stesso.