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Corrado Augias presenta lo Speciale gialli del Venerdì

Corrado Augias. Luigi Narici / AGF 

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Un grande esperto racconta tutti i colori del genere. E le firme del magazine scelgono i loro libri preferiti per i brividi estivi
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Alessandro Robecchi, forse il più arguto autore di gialli del nostro panorama, aveva dato ultimamente qualche segno di stanchezza con le avventure – esilaranti – del suo Carlo Monterossi, giornalista dotato di un forte senso della giustizia e del ridicolo; anche lui coinvolto però nella “Grande Fabbrica della Merda”, come Robecchi definisce la tv. Fatto sta che nel suo ultimo romanzo ritrova il meglio della sua vena rovesciando il tavolo, facendo di due comprimari apparsi fugacemente in altre storie i protagonisti di questa avventura. Titolo giocato su uno scherzoso bisticcio: Il tallone da killer (Sellerio, 352 pagine, 16 euro). Protagonisti dicevo, il Biondo e Quello con la cravatta, artigiani meticolosi nel campo degli omicidi a pagamento, in poche parole due sicari. L’assurdo nasce dal fatto che i due assassini eseguono il loro “sporco lavoro” seguendo severe regole di correttezza professionale, le buone norme dell’imprenditore che calcola profitti e rischi, attenti alle spese di …

Alessandro Robecchi, forse il più arguto autore di gialli del nostro panorama, aveva dato ultimamente qualche segno di stanchezza con le avventure – esilaranti – del suo Carlo Monterossi, giornalista dotato di un forte senso della giustizia e del ridicolo; anche lui coinvolto però nella “Grande Fabbrica della Merda”, come Robecchi definisce la tv. Fatto sta che nel suo ultimo romanzo ritrova il meglio della sua vena rovesciando il tavolo, facendo di due comprimari apparsi fugacemente in altre storie i protagonisti di questa avventura. Titolo giocato su uno scherzoso bisticcio: Il tallone da killer (Sellerio, 352 pagine, 16 euro). Protagonisti dicevo, il Biondo e Quello con la cravatta, artigiani meticolosi nel campo degli omicidi a pagamento, in poche parole due sicari. L’assurdo nasce dal fatto che i due assassini eseguono il loro “sporco lavoro” seguendo severe regole di correttezza professionale, le buone norme dell’imprenditore che calcola profitti e rischi, attenti alle spese di gestione e alla sicurezza del lavoro.

Intendiamoci, Robecchi sa di giocare lungo una linea pericolosa, dunque tanto sono simpatici, nel loro ironico “calvinismo”, gli assassini, quanto sono odiose le vittime designate: uomini avidi, senza altra fede oltre a quella nel denaro. In questa avventura assistiamo al loro tentativo di passare dagli omicidi spiccioli a quelli che commercialmente definiremmo “di alta gamma”: vittime ricche, mandanti con ampie disponibilità, cura meticolosa dei dettagli e della sicurezza per – diciamo – gli operatori.

Quello che resta, nel nuovo racconto, è l’avversione di Robecchi verso la società dei consumi, osservata con ironia e un leggero disgusto. Il lettore può anche chiedersi se siano peggio gli assassini o la società che uccidendo contestano: la risposta è nei fatti, nella simpatia istintiva che il Biondo e l’altro suscitano con la loro, diciamo, correttezza. Robecchi scrive in modo naturalmente ironico, attento ai dettagli significativi, a quei tic del costume che danno da soli il profilo di un carattere o di una società.

Qui il discorso si allarga. I buoni racconti polizieschi, o gialli, una volta entrati nella loro maturità – diciamo verso la fine del XIX secolo – hanno sempre descritto, oltre al puro fatto, una città, un paese, un’epoca. Penso a Conan Doyle che con il suo eccentrico Sherlock Holmes ha raccontato come meglio non si poteva i vizi e i tic dell’Inghilterra vittoriana, la povertà e la criminalità legate alla rivoluzione industriale ma anche la fiducia nella scienza tipica di quel periodo.

Lo stesso possiamo dire di Raymond Chandler che ci dà un ritratto spietato della California (e di tutti gli Stati Uniti) degli anni Cinquanta del Novecento. Questo passaggio dal vecchio al nuovo mondo segna anche il cambiamento dai polizieschi di stampo inglese, nei quali prevale l’indagine di tipo intellettuale, a quelli americani, detti della Hardboiled school, dove le storie sono segnate dal ricorso alla violenza, non esclusa quella delle armi. A voler indicare alcuni titoli che hanno per così dire segnato la loro epoca direi Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle, che tra l’altro è stato utilizzato da Umberto Eco come traccia in filigrana per il suo Il nome della rosa. Per Chandler indicherei Il grande sonno, non solo per la bellezza dell’intrigo ma anche perché il racconto detto giallo subisce lì una torsione verso il noir allontanandosi sia dalla remota matrice del romanzo gotico inglese sia dai capiscuola della corrente investigativa (da Conan Doyle a Simenon).

I racconti (su pagina o su schermo) centrati su un crimine, in particolare un omicidio, ancora più in particolare quello di una donna, sono ormai diventati una delle chiavi per rappresentare in forma narrativa il nostro presente. Non è un bel segnale, ovviamente, ma così stanno le cose e non possiamo certo cambiarle deprecandole. Così, tra l’altro, il giallo ha lentamente virato verso il noir, generi contigui segnati però da profonde differenze. Per esempio: nel giallo, comunque lo si voglia declinare, arrivano alla fine la soluzione dell’enigma e la relativa punizione del colpevole, rimane una certa diversità, per così dire morale, tra buoni e cattivi nonostante siano comparsi di recente, anche nella narrativa italiana, investigatori di pessima condotta o assassini molto simpatici come nel Robecchi di cui sopra. Il vero noir comunque ignora sia queste diversità sia l’ironia, mescola i piani morali, può non arrivare a un autentico scioglimento finale ovvero chiudersi con una finta soluzione che lascia le cose ingarbugliate com’erano all’inizio.

Puro realismo, sappiamo quante volte questo avviene nella realtà delle indagini. Il successo ha determinato la proliferazione del genere rivelando autori dove mai si sarebbe sospettato di trovarli, per esempio nella pacifica Svizzera. Il più celebre giallista svizzero è Joël Dicker, nato a Ginevra nel 1985. Noto soprattutto per il best-seller La verità sul caso Harry Quebert, che ha venduto milioni di copie e da cui è stata tratta una serie tv. Prima di lui un altro importante giallista svizzero, ma di lingua tedesca, è stato Friedrich Dürrenmatt, noto per i suoi romanzi emblematici e drammatici, dove arriva a demolire la struttura stessa del racconto poliziesco. Così in La promessa, forse il suo capolavoro, da cui è tratto il film con Jack Nicholson. Con le movenze di un giallo di forte suspense, l’autore s’interroga sulla figura dell’investigatore capace, sulla carta, di risolvere qualsiasi enigma. Purtroppo non è così: “La nostra ragione”, dice, “rischiara il mondo non più dello stretto necessario”.

Tra le tante varianti del giallo, il solo vero elemento unificante alla fine potrebbe essere quello della suspense, pagine che corrono veloci perché il lettore vuol sapere come-va-a-finire. La diffusione e la ramificazione di questi generi, traboccati dalla pagina scritta agli schermi del cinema e della tv, dipendono oltre che da società nelle quali la criminalità ha ormai un posto di rilievo, anche dal fatto che in un’epoca dominata dalle immagini strutture narrative di questo tipo sono tra le poche che ancora resistono alla travolgente marcia dei tempi.

Sul Venerdì del 25 luglio 2025

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