Allenando l'occhio, si scorgono in lontananza gruppi di yak, pecore, cavalli; rare costruzioni in terra, piatte per non disperdere il calore. La strada è una pista sterrata, quasi sempre dritta, percorsa ogni tanto da piccole carovane di cammelli e da carretti trainati da asinelli, con famiglie accovacciate dietro. Segue in sostanza il percorso dell'antica Via della Seta, che risaliva dalla Persia fino all'odierno Pakistan. Poi esce il sole, che fa scordare per un po' la durezza delle condizioni di vita, e appaiono scorci di vallata felice: praterie bagnate dalle acque che filtrano dai ghiacciai, animali che pascolano sulle alture, catene parallele di montagne che incorniciano spettacolarmente il quadro.
Questi paesaggi sono così da secoli, Marco Polo - sulla via verso il Catai - li ha visti: "Arrivati in alto e tanto si sale che si dice essere quello il luogo più alto del mondo, si apre un pianoro fra due montagne con un vasto lago dal quale esce un bellissimo fiume. Vi sono i migliori pascoli del mondo". Prima dodici giornate di "aria rarefatta della montagna e freddo intenso", poi "quaranta giornate attraverso montagne pendici e vallate, passando fiumi, superando deserti".
Dopo aver attraversato l'altopiano del Pamir, i Polo discendono la valle del Karakorum e arrivano in quello che è l'odierno Xinjiang, la regione più occidentale e vasta della Cina.
Terra di transito e di molti arrivi, invasioni, emigrazioni, dominazioni: cinesi e russe, fra le ultime; turche e mongole, prima; di identità culturali, nazionalità, appartenenze etniche rimaste al di qua o al di là di una frontiera per le capriole della Storia: Tagiki (di origine europea), Kazaki, Kirghisi, Uighuri, Uzbeki, tutti finiti nel calderone delle oltre 50 etnie di cui è composto il puzzle cinese.
Oggi, lasciandosi alle spalle il passo Khunjerab (a 4.730 metri) che segna il confine tra Pakistan e Cina, si percorre la Karakorum Highway e si giunge prima a Tashkorgan, capoluogo dell'area tagika e posto di frontiera cinese. E da lì, passando accanto alle acque topazio del Lago Karakul (a 3.700 metri di altitudine) dentro le quali si specchia il "padre di tutte le montagne di ghiaccio" (il Muztagata, 7.546 metri), finalmente a Kashgar, la Cascar del Milione i cui abitanti "vivono di mercanzia e di arti". Città-oasi entrata nella leggenda, perché a Kashgar, da tempo immemore, si tiene ogni domenica il più grande mercato dell'Asia centrale: "da questa contrada partono numerosi mercanti che vanno in giro per il mondo con i loro traffici".
La modernità corre veloce anche qui, oasi conosciuta da almeno duemila anni, teatro anche dalla fine dell'Ottocento alla Seconda Guerra mondiale della rivalità fra Russi e Inglesi attraverso i rispettivi consolati.
La città è ormai quasi tutta nuova, cinesizzata: vecchie mura abbattute, viali squadrati, palazzoni, traffico, molta immigrazione di Han (l'etnia maggioritaria), la statua di Mao più grande del Paese.
Il mercato centrale attira sempre migliaia di persone dai diversi angoli della regione (chi dice 50 mila, chi 100 mila); ma ha perso sapore, trasferito in lindi capannoni, anche se qualche luogo resta speciale (come i negozi della seta e delle tende, trionfo di volumi e colori). Il mercato degli animali è il luogo da vedere, per assistere alle contrattazioni serrate per la compravendita di mucche, capre, pecore, cavalli e asini (gli animali più apprezzati per la loro affidabilità), con passaggi di mano di considerevoli mazzette di banconote, sceneggiate per contrattare il prezzo che spesso si concludono solo grazie all'intervento di un mediatore neutrale, verifiche di peso e dentatura, prove di docilità, contorno di banchetti alimentari, tra cui quelli dei celebri spaghetti di Kashgar, tra i migliori dell'intera Cina.
A partire da Kashgar la Via della Seta si sdoppia. A nord va verso Urumqi, capitale e metropoli della regione, l'area di Turfan, le vallate dove grazie agli antichi sistemi di irrigazione sotterranei si coltivano grandi quantità di uva, il margine settentrionale del deserto del Taklamakan, lo spaventoso deserto il cui nome ("se entri non esci") dà immediata misura delle difficoltà cui va incontro chi vuole affrontarlo. A sud il tratto meridionale della Via della Seta tocca Yarkand e Hotan, le Jarcan e Cotan citate nel Milione, "dove c'è abbondanza di ogni cosa, specialmente di cotone", dove oggi vi sono diverse fabbriche che assicurano l'intero ciclo della lavorazione artigianale della seta: dalla bollitura dei bozzoli alla filatura grazie ad arcolai di legno fino alla tessitura con telai tradizionali.
Anche a Hotan si tiene un mercato celebrato, forse troppo ormai; anche lì bisognerebbe permettersi qualche digressione, staccarsi dall'asse conosciuto ed esplorare villaggi vicini, città-oasi più remote, come Zawa ad esempio, il cui mercato sembra uscito da un'epoca pre-occidentale. Un'altra deviazione possibile porta a nord di Hotan, tra le prime dune del Taklamakan, alle tombe nella sabbia dell'Imam Hazim e di alcuni suoi discepoli, luogo di pellegrinaggio per "i saraceni" locali già citati da Marco sette secoli fa.
Il "gran deserto" comincia più a est: il Gobi "tutto montagne, sabbioni, vallate dove non si trova nulla da mangiare", "così vasto che ci vuole un anno per attraversarlo tutto" o "dove è più stretto ci vuole un mese" (attraverso il passaggio oggi noto come corridoio di Hexi che venne utilizzato dai Polo). Oltre c'è finalmente la terra sotto il controllo diretto di Kublai Khan, nipote e successore di Gengis Khan (fondatore del più vasto impero della storia), imperatore dal 1260, che ha portò avanti la cinesizzazione del suo regno trasferendo la capitale dalla mongola Caracoron a Khanbaliq (l'odierna Beijing) e adottando per la sua dinastia dal 1271 il nome cinese Yuan. In realtà sono due le Cine di Marco Polo: il Catai, la Cina settentrionale già conquistata dai mongoli, e il Mangi, la Cina meridionale - a sud del Fiume Giallo - di cui il Gran Khan sta completando l'occupazione.
All'estremità finale dell'Hexi Corridor c'è Dunhuang, nella regione del Gansu, un tempo stazione di sosta per carovane, ora punto di partenza per le Mingsha Shan, le "sabbie che cantano" (un corridoio di dune ampio 20 chilometri ai margini dell'oasi) a proposito delle quali Marco racconta "una cosa meravigliosa" che capita a volte a chi si avventura nel deserto: "all'improvviso si sente chiamare dagli spiriti, ingannato dalle voci si disorienta e si perde senza scampo". Marco riferisce che "si sentono per aria le voci degli spiriti e sembra di udire strepiti d'arme e rulli di tamburi o suonare strumenti musicali"; in realtà a produrre un suono particolare sono le particelle di sabbia che rotolano sospinte dal vento.
Il luogo, splendido, è una delle attrazioni principali della regione, ma è diventato una sorta di luna park: cammelli che fanno su e giù dalla cima delle dune, fuoristrada e moto per arrampicarsi, passerelle di legno per arrivare più facilmente in cima, dune surfing lungo percorsi segnalati da bandierine rosse, trenini-sightseeing, tiri a segno con palloncini, parapendii per i più coraggiosi. Meglio visitare il sito all'alba o al tramonto.
L'altra grande attrattiva di Dunhuang è l'insieme di sculture in terracotta e pitture murali delle grotte di Mogao, ricavate a partire dal IV d.C. in una parete di roccia lungo il letto di un fiume; esempio superbo di arte ispirata al buddhismo importato dall'India, con statue alte fino a 35 metri, portato alla luce nel 1900 da un monaco locale, Wang Yuan-Lu, che scoprì per caso la "biblioteca" del luogo con oltre 50 mila documenti.
Il buddhismo era penetrato nel Regno di Mezzo attraverso la Via della Seta. Man mano che si sposta verso est, Marco annota sempre più la presenza di "idolatri", come definisce i buddhisti, e delle loro rappresentazioni: "alcuni di questi idoli sono lunghi dieci passi e sono di legno, argilla, rivestiti d'oro e ben lavorati.
Statue gigantesche sono sdraiate a terra e circondate da statuette di piccoli idoli".
Accanto a un'ansa del Fiume Giallo, 75 chilometri a sud di Langzhou, in passato una delle città più importanti lungo la Via della Seta, si possono ammirare le sculture e gli affreschi di Bingling Si, realizzati a partire dal IV secolo d.C. lungo la parete di una gola, antico luogo di passaggio dei viaggiatori e di pellegrinaggio dei devoti, ieri come oggi. Langzhou, città superindustrializzata di quattro milioni di abitanti cresciuta tra due catene di montagne lungo le rive del Fiume Giallo fino a raggiungere un'estensione di 70 chilometri, è anche la base per raggiungere Labreng, uno dei sei maggiori monasteri dell'ordine dei Berretti Gialli, costruito nel 1709 in una vallata a quasi 3000 metri sulle rive del fiume Xia He, il più importante monastero tibetano dopo quello di Lhasa.
Finalmente, nel 1275, dopo circa quattro anni di viaggio i tre Polo arrivano a Shangdu, la residenza estiva del Gran Khan, (la Xanadu del poema di Coleridge), città un tempo magnifica, oggi totalmente in rovina dove non rimane che qualche rudere dell'antico palazzo. Inizia il rapporto privilegiato che unisce Marco al Gran Khan e, a quanto riferisce il giovane veneziano, la sua trasformazione da mercante a informatore-funzionario-ambasciatore al servizio di Kublai che lo invia più volte in missione nei suoi territori e poi ascolta i suoi racconti nella corte di Khanbaliq ("la dimora del Khan").
Della capitale d'inverno del tempo dei mongoli, metropoli di oltre un milione di abitanti (almeno dieci volte la Venezia dell'epoca), è rimasto poco nella Beijing di oggi: gli hutong, i vicoli stretti della città vecchia ricavati dai passaggi costruiti all'epoca della dominazione mongola dopo che l'esercito di Gengis Khan aveva raso al suolo la città; il Parco del Mare del Nord, dove probabilmente sorgeva il palazzo imperiale del Gran Khan, attorniato da una triplice cerchia di mura e da giardini, laghetti e colline (del palazzo di Kublai resta solo una grande giara di giada verde); il ponte di Marco Polo, "un molto bel ponte di pietra, ed è tutto di marmo", 8 metri di larghezza ("che vi puote andare ben dieci cavalieri allato l'uno all'altro"), 266 di lunghezza, 485 leoni ("leoni di marmo molto begli e grandi e ben fatti"), il più antico della città, costruito nel 1189.
Altre tracce del passaggio del mercante-viaggiatore si ritrovano in due città della costa orientale, terra di vie d'acqua naturali e di canali artificiali.
La prima è Suzhou, "nobilissima e grande città", tra le più antiche del bacino dello Yangtze, che avrà certo ricordato a Marco la sua Venezia per i "seimila ponti di pietra sotto i quali possono passare una o due galee". A Suzhou c'è anche un ponte chiamato Marco Polo, dalla grande arcata singola, dove finiscono i tour in barca lungo i canali della città; e un ponte considerato tra i più belli della Cina: quello della Cintura Preziosa, con 53 archi e una coppia di leoni a guardia di ciascun ingresso.
La seconda è l'attuale Hangzhou, la Chinsai del Milione, già capitale dei Sung della Cina meridionale conquistata dai mongoli nel 1276, dove Marco - secondo il suo racconto - esercitò la funzione di governatore per tre anni: città con "un milione e seicentomila case, tra le quali molti ricchi palazzi"; "dodicimila ponti di pietra"; un "lago che ha un perimetro di ben 30 miglia", solcato, ancora oggi, da "numerosissime barche grandi e piccole per andare a passeggio e darsi piacere"; "donne delicatissime, quasi angeliche" e "cortigiane che sono in così gran numero da non poterle contare".
Iperboli? Millanterie? Sul letto di morte, a chi gli chiedeva di dire infine la verità sulle tante meraviglie descritte, Marco rispose di non aver raccontato che la metà di quanto aveva realmente visto.