CHE IL CANE sia il migliore amico dell'uomo, a prescindere da più o meno ricorrenti considerazioni sulla pericolosità di alcune razze (e di alcuni padroni, aggiungerei io) è cosa assodata: resta da dimostrare se l'uomo sia a sua volta il migliore amico del proprio cane.
E' una domanda che mi pongo sempre quando vedo girare sul nastro di riconsegna dei bagagli, tra valigie zaini e borsoni, anche la gabbia contenente un "simpatico quadrupede" reduce da una trasvolata intercontinentale. Da un po' di anni a questa parte le compagnie aeree tendono a limitare (se non a proibire del tutto) la presenza di animali domestici in cabina passeggeri.
Alla base di questa scelta ci sono preoccupazioni igieniche e di comfort, il timore di eventuali reazioni allergiche da parte di altri passeggeri e la difficoltà di gestione di due animali diversi, magari troppo vicini tra di loro, che rischiano di passare la notte ad abbaiare impedendo il riposo di tutti, senza contare l'impossibilità di accogliere in cabina cani di grossa taglia.
Ora, è vero che le gabbie sono perfettamente attrezzate ma la povera bestia, costretta ore ed ore in uno spazio minimo, in un ambiente buio, estraneo e pieno di rumori strani, con valori di pressione e umidità ai quali non è abituata (la temperatura no, quella ci pensiamo noi a regolarla a dovere) non vive certo la migliore delle esperienze.
E infatti dentro a quelle gabbie si vede di tutto: c'è il cane che, totalmente prostrato, giace come morto in mezzo ai suoi stessi escrementi e quello che si scaglia ringhiando e sbavando contro le sbarre che lo chiudono, il cucciolo che ulula disperatamente e quello che cerca di spingere il muso fuori ad elemosinare conforto e carezze da chiunque veda.
Un mio collega, che di cani ne ha tre, sostiene che bisognerebbe far viaggiare in stiva anche il padrone (in fondo le condizioni per la sopravvivenza ci sono tutte), per fargli capire quale tortura il suo "amico" sia costretto a sopportare.
Io non mi sento certo di sottoscrivere questa soluzione estrema, ma se il cane fosse mio ci penserei due volte prima di sottoporlo a un trauma del genere.
E' una domanda che mi pongo sempre quando vedo girare sul nastro di riconsegna dei bagagli, tra valigie zaini e borsoni, anche la gabbia contenente un "simpatico quadrupede" reduce da una trasvolata intercontinentale. Da un po' di anni a questa parte le compagnie aeree tendono a limitare (se non a proibire del tutto) la presenza di animali domestici in cabina passeggeri.
Alla base di questa scelta ci sono preoccupazioni igieniche e di comfort, il timore di eventuali reazioni allergiche da parte di altri passeggeri e la difficoltà di gestione di due animali diversi, magari troppo vicini tra di loro, che rischiano di passare la notte ad abbaiare impedendo il riposo di tutti, senza contare l'impossibilità di accogliere in cabina cani di grossa taglia.
Ora, è vero che le gabbie sono perfettamente attrezzate ma la povera bestia, costretta ore ed ore in uno spazio minimo, in un ambiente buio, estraneo e pieno di rumori strani, con valori di pressione e umidità ai quali non è abituata (la temperatura no, quella ci pensiamo noi a regolarla a dovere) non vive certo la migliore delle esperienze.
E infatti dentro a quelle gabbie si vede di tutto: c'è il cane che, totalmente prostrato, giace come morto in mezzo ai suoi stessi escrementi e quello che si scaglia ringhiando e sbavando contro le sbarre che lo chiudono, il cucciolo che ulula disperatamente e quello che cerca di spingere il muso fuori ad elemosinare conforto e carezze da chiunque veda.
Un mio collega, che di cani ne ha tre, sostiene che bisognerebbe far viaggiare in stiva anche il padrone (in fondo le condizioni per la sopravvivenza ci sono tutte), per fargli capire quale tortura il suo "amico" sia costretto a sopportare.
Io non mi sento certo di sottoscrivere questa soluzione estrema, ma se il cane fosse mio ci penserei due volte prima di sottoporlo a un trauma del genere.