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UOMO D'ACQUA DOLCE

Albanese, un ritorno
comico amaro

di PAOLO ZEFFERI

C'è un diretto progenitore che guida i gesti, le nevrosi, i tic e le manie del protagonista di Uomo d'acqua dolce, film che segna l'esordio alla regia di Antonio Albanese. E' quell'Epifanio che il pubblico televisivo - ma anche quello teatrale - ben conosce, e che qui sviluppa lati inediti della sua personalità, diventando protagonista di una storia che ha il sapore del paradosso. Antonio, questo il nome del personaggio, vive una vicenda al limite dell'assurdo: esce di casa per assecondare una voglia della moglie in attesa, arriva al supermarket, si prende una botta in testa e perde la memoria. Tornerà dopo cinque anni, con la moglie che ha accanto a se un altro uomo, e proverà a ricominciare - anche se lei non ne vorrà proprio sapere - come se niente fosse accaduto. In tutto ciò si inserisce lo spirito di Antonio, voce fuori dal coro della "normalità" quotidiana, spirito libero e a suo modo anticonformista: uno che non assomiglia a nessuno, e che reagisce alle assurdità del mondo con i suoi movimenti atipici, con le sue assurde camminate. Le capacità recitative di Albanese erano già note, messe in evidenza tra l'altro dal suo recente esordio cinematografico in Vesna va veloce. Qui Albanese affronta il doppio ruolo di regista e protagonista, mostrando già una buona dose di mestiere e un bel po' di buone idee. Il problema è che Uomo d'acqua dolce, con questo titolo tenero e malinconico, non è costruito - come si potrebbe credere - soltanto intorno a una vicenda minima e minimalista: è un film che la sceneggiatura, scritta a quattro mani con Vincenzo Cerami, porta rapidamente sul terreno del simbolo, della metafora, della parabola. E questo gioco raccontare la favola e insieme la sua morale non sempre risulta efficace. Ma si tratta, a conti fatti, solo di un peccato veniale. "Ciao, miao, bao". Occhiali spessi, di quelli che cadono sul naso, cappotto e sciarpa, anche se fuori fa caldo. "Molto ma molto..., ciao, miao, bao". Dove vive Epifanio? Che lavoro fa, se lavora? Tenero, leggero, surreale, a tratti quasi poetico, il personaggio di Antonio Albanese arrivò sul palcoscenico televisivo di "Su la testa" mostrando il suo carattere rarefatto, la sua assenza di gravità, la sua vita fuori dal tempo. Poche battute, molti silenzi, tante piccole manie: Epifanio, capace di catapultarsi come se niente fosse dalla tenda di Paolo Rossi al ruolo di presentatore-spalla a Mai dire gol. Ogni settimana sembrava piombato lì per caso: disattento, distratto, fuori tempo. In una parola irresistibile. Ma non è solo Epifanio ad aver accompagnato al successo - dopo una lunga gavetta teatrale - Antonio Albanese. Uno dei suoi primi personaggi è Alex Drastico: giubbotto di pelle, modi brutali, linguaggio crudo ed essenziale. Lucidissimo, soprattutto nelle invettive: mitica la maledizione "Che tu possa diventare muto. Ma non per sempre. Che tu riesca a ritrovare periodicamente la parola per brevi momenti, in cui spari delle cazzate tremende". Grande protagonista delle sortite teatrali di Albanese ormai al successo dopo il suo arrivo in tv, Alex viene messo un po' in ombra a Mai dire gol, dove invece emergono due altri personaggi destinati a eguale se non maggiore fortuna. Il più divertente è Frengo: a lui l'incarico di riferire sulle imprese del Foggia. Collegamenti da una discoteca, frenetici balletti sulle note di "I feel good", resoconti di partite con primo, secondo e terzo tempo, oppure spazio alla "fredda cronaca". Grandissimo quando accoglieva mestamente la sconfitta dei rossoneri pugliesi portando una croce o fustigandosi come un flagellante. Dell'ultimo anno a Mai dire gol si ricorda anche Pierpiero, giardiniere interista di Arcore, con le sue cantilene "verme vermicello ritorna al tuo castello", oppure "a, e, i ,o, u, communication": un po' di satira anti Berlusconi, ma anche il merito di aver dato nuova vita e originale vigore al cliché del giardiniere effemminato. Una grande tradizione alle spalle. Antonio Albanese è solo l'ultimo dei comici passati dalla televisione (previo transito in piccoli teatri o cabaret) al cinema non solo come attori ma anche come registi. Dalla precedente generazione, non tanto anagrafica quanto antecedente dal punto di vista televisivo, sono approdati al grande schermo alcuni importanti attori registi. Primo fra tutti Massimo Troisi, già protagonista si schetch tv insieme al trio della Smorfia e autore, dal 1981 in poi, di alcuni grandi successi (da Ricomincio da tre a Scusate il ritardo, Le vie del signore sono finite). Con Tu mi turbi, del 1983, arriva alla regia anche Roberto Benigni, che in seguito girerà anche Non ci resta che piangere a quattro mani con Troisi, Il Piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro. Poi c'è Carlo Verdone che, dopo aver portato sullo schermo le sue caratterizzazioni tv (Un sacco bello, Bianco Rosso e Verdone), si è dedicato a dare nuovi volti (ma a dire la verità ben poche nuove idee) alla commedia all'italiana, realizzando film più o meno divertenti (Borotalco, Acqua e sapone, Io e mia sorella fino al recente Sono pazzo di Iris Blond) ma sempre ben piazzati al botteghino. Da un altro gruppo televisivo, quello dei Giancattivi, sono arrivati al successo prima Francesco Nuti (Casablanca Casablanca, Tutta colpa del paradiso, Caruso Paskoski, OcchioPinocchio) e poi Alessandro Benvenuti, primo regista del gruppo in Ad ovest di Paperino, del 1982, e poi autore, tra gli altri, di Benvenuti in casa Gori, Caino e Caino e Belle al bar. Dalla Smorfia di Troisi proviene invece Lello Arena, che ha firmato due film, No grazie il caffè mi rende nervoso e Chiari di luna, così come Enzo Decaro, autore di Prima che sia troppo presto e Io, Peter Pan. Ma occupandoci in genere di comici passati alla regia cinematografica troviamo tra gli altri anche Pippo Franco, autore del misconosciuto La gatta da pelare, del 1981, Jerry Calà con il trascurabile Chiken Park del 1994, l'unica prova da regista di Montesano (A me mi piace, del 1985) il film dei Broncowitz (il gruppo di Avanzi), il film di Francesco Salvi Vogliamoci troppo bene, quello di Umberto Smaila Italian Boys (Liberate la scimmia) dl 1982 ed Ezio Greggio con le sue incursioni hollywoodiane di Il silenzio dei prosciutti e Killer per caso
L'uomo di Albanese

I personaggi

I comici registi