ROMA - Il primo round della battaglia è stato vinto. In Italia i lupi erano ridotti a un centinaio di superstiti, un nugolo in fuga, braccato fino agli anni Settanta: oggi, dopo una campagna di riabilitazione durata quattro decenni, ce ne sono più di 2 mila. Ma gli attacchi continui con i bocconi avvelenati e con le trappole dimostrano che la partita è ancora in bilico. "E' in atto un pericoloso ritorno al passato che rischia di cancellare gli straordinari sforzi finora fatti per la conservazione di questa specie", ha dichiarato Donatella Bianchi, presidente del Wwf commentando l'Ultimo lupo. "La storia da cui è tratto il film di Jean-Jacques Annaud chiarisce molto bene come siano saltati gli equilibri su cui si basa la convivenza tra lupi e uomini. La favola del lupo 'cattivò si ribalta: il lupo trova sul suo cammino uomini capaci di azioni orribili. E' un rischio che dobbiamo tener ben presente: dobbiamo darci da fare per tenere sotto controllo le tensioni che affiorano anche in alcune zone dell'Italia". In realtà i lupi hanno ottenuto un importante successo scavalcando la rete di confini amministrativi che separano aree protette, Regioni e Stati. La popolazione dell'Appennino, quella che aveva opposto una resistenza disperata anche nel momento di massima pressione, ha risalito la penisola entrando in contatto con i lupi dell'arco alpino che a loro volta hanno trovato una connessione con i cugini balcanici. Questa espansione ha permesso di rafforzare il patrimonio genetico della specie evitando il rischio di un indebolimento prodotto da comunità troppo piccole, ma ha anche costituito un test impegnativo per la capacità di convivenza tra esseri umani e lupi. Nelle aree protette in cui il rapporto con gli agricoltori e gli allevatori è stato curato con maggiore attenzione i problemi sono stati ridotti al minino e i risultati si vedono. Nel parco della Majella ci sono più di 90 lupi in 750 chilometri quadrati, una densità 7 volte maggiore di quella di Yellowstone. "Oggi il contesto ecologico e sociale delle campagne e delle montagne è molto diverso rispetto a mezzo secolo fa", ricorda Simone Angelucci, veterinario del parco della Majella e sindaco di Caramanico Terme. "Le aree interne si sono spopolate e le prede naturali per i lupi sono aumentate perché si sono moltiplicati cinghiali, cervi, caprioli. Questi cambiamenti alleggeriscono l'impatto del lupo sugli allevamenti e rendono più facile la convivenza. A patto di non far sentire soli gli allevatori di fronte al problema. E di spiegare che oggi fanno molti più i danni i cani randagi, spesso vittime dell'abbandono, che i lupi".