ROMA - Il Wwf Italia, sulle trivelle, non si arrende. Il referendum per fermare le piattaforme in mare non si è fatto, niente quorum lo scorso 17 aprile, e allora l'associazione ambientalista ha deciso di inviare alla Commissione europea una lettera in cui chiede di aprire una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia. La lettera è partita la scorsa settimana, è lunga sette pagine ed è firmata dalla presidente del Wwf Donatella Bianchi. La frase su cui s'impernia la contestazione è stata il centro dell'azione referendaria, "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale". Ecco. Il quesito su cui non si è raggiunto il quorum verteva proprio sul prolungamento della concessione europea "fino a quando" nel sottosuolo ci fossero stati gas e petrolio. Il Wwf - nuova avanguardia di un gruppo di ambientalisti e associazioni contro le trivelle - vuole togliere il "fino a quando" e tornare alla vecchia formulazione: le trivelle devono essere smantellate quando la concessione europea terminerà. Ovvero, dopo trent'anni. Il reclamo, inviato al commissario per il Clima e l'Energia, Miguel Arias Camete, e al commissario per l'Ambiente e la Pesca, Karmenu Vella (nonché ai loro direttori generali), mette in evidenza come già oggi delle ottantotto trivelle nei mari italiani, oltre le 12 miglia, trentanove siano ferme. Alcune da mesi, altre da anni. Otto impianti sono "non operativi" e trentuno "non eroganti". I primi otto sono tutti dell'Eni: sette estraggono gas e uno - l'Ombrina mare 2 davanti a Ortona, in Abruzzo - petrolio. La piattaforma Giulia 1, in Romagna, è vecchia di 36 anni. Ma ci sono trivelle dismesse che hanno solo dieci anni di vita e che l'Ente nazionale idrocarburi ha deciso per ragioni economiche di non utilizzare più. Il Wwf ribadisce: queste piattaforme, rischiose per la navigazione e deleterie per il paesaggio, vanno smantellate subito. I trentuno impianti "non eroganti", definizione del ministero dello Sviluppo economico, sono fermi - formalmente - per manutenzione. In alcuni casi, però, il "controllo e ripristino" dura da anni. L'ipotesi del Wwf è questa: "Diverse piattaforme etichettate come non eroganti in realtà hanno cessato la produzione, ma le aziende estrattive non lo dichiarano per evitare i costi per la loro demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi". Dopo la richiesta di un'indagine al ministero italiano, ora il Wwf chiede l'intervento di Bruxelles. L'associazione ritiene che la variazione di legge fatta nel dicembre 2015 con il decreto "Sblocca Italia" (appunto, il prolungamento del fine corsa delle trivelle oltre la naturale concessione) cozzi con la direttiva europea 94/22. Il Wwf ricorda ancora all'Unione europea che ventisei concessioni hanno oltre trent'anni di vita e sedici oltre quarant'anni. Tra l'altro, 42 delle 44 concessioni "sono riconducibili direttamente al Gruppo Eni" o a sue consociate (Adriatica idrocarburi, Ionica gas ed Eni mediterranea idrocarburi) o partecipate. Infine, 42 delle 88 piattaforme non sono mai state sottoposte a Valutazione di impatto ambientale, istituto entrato in vigore con una legge del 1986, e anche questa sarebbe una violazione del diritto comunitario. Nel reclamo-esposto si ricorda che tra i votanti al referendum, il 31,8 per cento degli aventi diritto, è prevalso ampiamente il "sì" alla futura demolizione delle trivelle: l'85,4 per cento. In conclusione, scrivono i legali del Wwf: "Il diritto esclusivo, senza termini di tempo, per le concessioni piattaforme localizzate nei mari italiani entro la fascia delle 12 miglia si configura come una violazione non solo della normativa europea di settore, ma dello stesso trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Questi principi comunitari non possono essere elusi con l'effetto di conservare ad libitum in capo al concessionario il diritto ad utilizzare per finalità economiche il bene". E il vicepresidente Wwf Dante Casserta: "La norma introdotta dal Governo e che si è cercato di superare attraverso il referendum del 17 aprile è figlia della confusione normativa che regna nel settore della ricerca ed estrazione degli idrocarburi a causa dei continui e parziali interventi normativi. È evidente che questa norma, così come è strutturata, contrasta con la disciplina europea. E regala una situazione di monopolio alle società petrolifere, violando il principio della libera concorrenza".