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I mammiferi hanno paura di noi: ecco perché diventano notturni

Nelle zone dove l'uomo è più presente, gli animali selvatici spostano molte delle loro attività diurne durante la notte. Così, cambiano anche le modalità di caccia e le interazioni sociali. Ma le nuove abitudini potrebbero costare in termini di salute
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L'ESSERE umano teme gli animali selvatici, soprattutto i mammiferi di grandi dimensioni. Ma anche loro hanno paura di noi: così, nelle regioni in cui l'uomo è più presente, molte specie scelgono sempre più spesso di "muoversi" - per la ricerca del cibo, per la caccia e per l'alimentazione - durante la notte invece che di giorno. A rivelarlo è l'indagine guidata da un team dell'Università della California-Berkeley, negli Stati Uniti, che ha messo in relazione tutti gli elementi di disturbo dovuti alle attività umane sulle abitudini di più di 60 specie. Questa maggiore "notturnalità", tuttavia, potrebbe avere delle ricadute negative per gli animali, sulla salute fisica e su alcuni comportamenti sociali - ad esempio una maggiore competizione nella caccia - , dunque sulla loro evoluzione. I risultati sono pubblicati su Science.
 
La ricerca ha analizzato 76 studi su 62 specie provenienti da tutto il mondo, osservando gli effetti cumulativi dovuti all'espansione dell'essere umano e delle sue attività. Nel corso dei millenni, infatti, si è passati da civiltà più primitive, come quelle basate solo sulla caccia e sulla raccolta, a forme più strutturate, come quelle degli agricoltori e allevatori, fino ad arrivare alle società moderne, in cui si è passati per l'urbanizzazione e l'avvento dell'industria. Tutte queste evoluzioni sociali, pur su lunga scala di tempo, hanno avuto un impatto significativo anche per le altre specie animali, di cui alcune si sono estinte ed altre si sono adattate. Come? Scegliendo una vita sempre più notturna, secondo lo studio su Science.
 
I ricercatori hanno esaminato studi basati sull'uso di strumenti di monitoraggio Gps e di telecamere che si attivano quando rilevano uno spostamento. I dati dei movimenti notturni delle 62 specie selvatiche sono stati messi a confronto fra le zone di maggiore e minore attività umana. Gli autori hanno preso in considerazione tutte le "human disturbances", ovvero tutte le azioni che possono interferire con quelle degli animali. Non solo caccia, agricoltura, raccolta, allevamenti, sviluppo urbano e industria (quella estrattiva), ma anche escursionismo ed altre attività ricreative umane influiscono sulle abitudini animali. Sommando tutte queste interferenze, gli autori hanno stimato che l'attività notturna è significativamente aumentata, in media circa del 20%.
 
I cambiamenti riguardano maggiormente i mammiferi di grossa taglia. Ad esempio, a causa della caccia (in questo caso praticata come sport), l'antilope nera in Africa ha un ridotto accesso all'acqua durante il giorno. Il cinghiale, invece, ha modificato tempi e modi con cui cercare il cibo in seguito alla crescente urbanizzazione. Lo stesso vale per il coyote, che si è dovuto adattare ad attività umane diurne come l'escursionismo, cercando prede notturne invece che diurne. Ma gli esempi sono tanti e la maggiore "notturnalità" riguarda anche la tigre e un particolare animale chiamato mazama rosso, che vive nell'America meridionale e appartiene alla famiglia dei cervi.
 
Da un lato, queste misure di adattamento sono positive, dato che hanno favorito la convivenza pacifica fra l'essere umano e le specie animali, tuttavia, sottolineano gli autori, potrebbero comportare un costo in termini di salute dei mammiferi. "A lungo termine, le interferenze causate dall'uomo potrebbero risultare in una minore salute fisica degli animali, una ridotta sopravvivenza in età giovanile e un tasso riproduttivo inferiore", ha commentato in un altro articolo su Science Ana Benítez-López, ricercatrice dell'Università di Radboud Nijmegen nella città olandese di Nimega, "con conseguenze negative sull'estensione della popolazione". Un esempio è rappresentato dalle alterazioni del rapporto fra predatore e preda, dove la preda, che è diventata più notturna per evitare il contatto con l'essere umano, rischia maggiormente di essere catturata dal predatore, con un costo in termini di riproduzione e numero di individui della specie.
 
Un approccio suggerito dagli autori potrebbe essere quello dello "zoning temporale", cioè di limitare alcune attività umane in certi orari del giorno, nelle aree in cui ci sono specie a rischio o dove la convivenza uomo-animale non sembra possibile. Strategie di questo genere vengono già messe in atto in certi luoghi e periodi dell'anno, come nella stagione riproduttiva di determinate specie.