Nei giorni più paurosi della diffusione del COVID in Italia, quando i bollettini rimarcavano che il numero dei malati con necessità di ricovero era superiore ai posti letto disponibili, molti lettori hanno fatto la conoscenza della parola “triage”. Non è un termine nuovo e chiunque abbia dovuto ricorrere alle cure di un pronto soccorso in un ospedale italiano sa che all’accoglienza si viene mandati allo sportello del triage il quale provvede ad una prima valutazione del problema e assegna un codice di colore bianco, verde, azzurro, giallo e rosso a seconda della urgenza. Durante il COVID serpeggiava lo spettro della eventualità che gli ospedali dovessero applicare la regola più cruda del triage, quella che risale alla accezione originale del termine: in tempi di scarsità di mezzi e medici, si da la priorità a coloro per i quali la cura fa la differenza tra la vita e la morte, mentre si lasciano morire i casi con poche possibilità di recupero e si tralasciano coloro che comunque hanno buone probabilità di cavarsela anche senza cure. L’approccio del triage è stato proposto più volte anche per la conservazione delle specie ma è una bestia nera nel dibattito sulla conservazione. Sappiamo bene che le risorse della conservazione sono nettamente inferiori a quelle necessarie a prendersi cura di tutte le specie minacciate ed è inevitabile che si applichi il triage, anche se in forma non esplicita e spesso anche molto ipocrita. Nominare il triage nella pratica della conservazione equivale ad attirarsi tutto lo sdegno di gran parte del pubblico con la certezza di anatemi e messe all’indice. Infatti, nessuna organizzazione di conservazione ama dire in maniera diretta che ha scelto di dedicarsi alla conservazione di questa e quella specie abbandonando le altre al loro destino. Anzi, ricordo una grande organizzazione americana il cui slogan era “Zero extinction” per affermare che si dedicava con uguale impegno a tutte le specie, mentre poi nei fatti anch’essa aveva le sue priorità geografiche e tassonomiche. Ma è ovvio che sia così, le risorse sono limitate e le specie minacciate sono tantissime. Allora si pone la difficile scelta di quali specie scegliere e, soprattutto, di come giustificare la scelta. I concetti di specie ombrello e bandiera vengono solo parzialmente in aiuto, perché hanno, come sappiamo, enormi limiti concettuali e pratici. Non è affatto detto che assicurare la conservazione di un predatore apicale assicuri la conservazione di tutte le specie che vivono nello stesso sistema ecologico: molte specie hanno necessità specifiche a scale spazio-temporali che sfuggono a quelle delle specie di grandi dimensioni, magari opportunistiche come molti grandi carnivori. Nonostante questi limiti ben conosciuti dai biologi della conservazione, la scelta delle specie prioritarie che passano il filtro del triage cade, in maniera nettamente sproporzionata, sulle specie carismatiche, soprattutto mammiferi, a cominciare da elefanti, balene, gorilla, delfini e, in particolare, i grandi carnivori. Di fatto, le risorse sono spesso assegnate alle specie più conosciute dal grande pubblico mondiale, anche se queste sono una percentuale infinitesima delle specie minacciate. Questa scelta condanna implicitamente al loro destino la maggior parte delle specie non carismatiche, spesso sconosciute se non a pochi esperti, quelle di piccole dimensioni o quelle ridotte a pochissimi esemplari o piccolissime aree residue della loro area originale. Un triage a tutti gli effetti. Come tutti i triage, i criteri di scelta sono opinabili ma, in fondo, tutti legittimi purché siano onestamente dichiarati e giustificati. E possono essere criteri che privilegiano la importanza ecologica o culturale di una specie, il suo significato evolutivo in quanto portatrice di una linea evolutiva senza altre specie vicine, il valore come simbolo della natura di una regione o di una comunità, e tanti altri criteri. E’ certamente accettabile che gruppi di appassionati si dedichino alla conservazione della tigre, del leone o del lupo (specie carismatiche per eccellenza) ed è anche accettabile che grandi organizzazioni di conservazione inseguano come criteri del loro triage le opportunità di finanziamento o le aree di maggiore favore politico. Solo sarebbe bene che i criteri adottati fossero bene spiegati al pubblico. Solo pochissime organizzazioni sfuggono al triage non-detto e hanno adottato criteri difficili ma trasparenti. La Durrell Wildlife Conservation Trust, ad esempio, si dedica con priorità agli anfibi, un gruppo tassonomico negletto della conservazione nonostante oltre il 40% delle specie sia minacciato. La Zoological Society of London ha lanciato da anni un programma dedicato alle specie Evolutionarily Distinct and Globally Endangered (EDGE), ha selezionato le 100 più importanti e ne ha fatto una priorità di conservazione: oltre il 70% di queste 100 specie è dimenticata da tutti i programmi di conservazione. Anche queste organizzazioni dunque operano un loro triage, con buona pace di chi non sopporta l’uso di questo concetto, ma almeno i loro criteri sono espliciti e chiari. E ricordiamolo, conservare una anonima ranocchia di una sperduta montagna del sud-America non è meno importante di conservare la tigre o il lupo.