ROMASi comincia domani, ma già si sa che tutto verrà deciso negli ultimi giorni, quelli decisivi. I giorni in cui a Copenhagen, al Summit mondiale sul cambiamento climatico (COP15) ci saranno i leader del mondo, a cominciare da Barack Obama. Dopo aver praticamente annunciato nell'incontro con il premier cinese il fallimento del vertice, il presidente degli Stati Uniti fa sorgere nuove speranze di un accordo «vero», concreto, con l'annuncio che sarà presente nella capitale danese proprio tra il 17 e il 18 di dicembre, quando si tireranno le somme. Secondo molti osservatori si tratta di una strategia accuratamente studiata per costruire l'impressione che l'intesa che verrà auspicabilmente siglata dai 192 stati partecipanti possa rappresentare un vero successo, anche se – a meno di colpi di scena, e soprattutto di generose elargizioni e concessioni da parte dei Paesi ricchi – non si riuscirà ad andare al di là di un accordo politico, che nel corso del 2010 si cercherà di trasformare in qualcosa di più tangibile e cogente, con l'adesione dei due Paesi massimi produttori di Co2 del pianeta (e, incidentalmente, i più potenti): Usa e Cina. Sicuramente il summit di Copenhagen sarà un grande spettacolo mediatico e diplomatico. Con il passare dei giorni la lista dei leader mondiali si è allungata raggiungendo cento capi di Stato e di governo. Ci sarà Obama, ci sarà il brasiliano Lula, ci sarà l'indiano Manmohan Singh, il russo Dmitri Medvedev, ci saranno tutti gli europei, compreso il premier Berlusconi. L'Italia formalmente è allineata alle posizioni dell'Unione Europea, e sulla carta si dice disposta a compiere importanti sacrifici. Un'adesione però assolutamente non convinta, come dimostrano le battaglie del ministro Prestigiacomo per depotenziare il «20-20-20» deciso in Europa, e di Berlusconi per tentare di ottenere la possibilità di sforare le quote di emissioni già stabilite. Battaglie concluse senza successo, per alleggerire gli adempimenti in nome degli «interessi dell'economia reale», in cui ci siamo trovati come nemici Germania e Gran Bretagna, e come alleati Paesi politicamente deboli dell'ex est-europeo ad alte emissioni, come la Polonia e la Repubblica Ceca. Al Bella Center - il centro congressi che accoglierà per due settimane 15 mila persone tra giornalisti, lobbisti, rappresentanti delle industrie, ambientalisti - l'organizzatore, il rappresentante delle Nazioni Unite Yvo de Boer, spera avvenga «uno storico punto di svolta nella lotta al cambiamento climatico». Nonostante le probabilmente interessate campagne sul «ClimateGate» e i pochi studiosi «clima-scettici», sappiamo che l'aver scaricato nell'atmosfera megatonnellate di gas serra ha provocato un riscaldamento del pianeta di cui vediamo già le prime conseguenze. A Copenhagen la World Meteorological Organization confermerà che questo decennio è il più caldo da quando ci sono misurazioni standard. Sappiamo che l'80% di queste emissioni le abbiamo prodotte noi, cittadini del Primo Mondo industrializzato; sappiamo che i Paesi in via di sviluppo stanno raggiungendoci su questa strada e superandoci. Non possiamo chiedere ai poveri di restare poveri per salvare il pianeta. Rallentare prima e ridurre poi le emissioni di qui al 2050 sarà un percorso lento e costoso. Molto costoso. Ai tavoli del COP15 si dovranno decidere quali saranno gli obiettivi di contenimento delle emissioni di Co2 e degli altri gas climalteranti per il 2020 e per il 2050. Gli obiettivi di riduzione finora promessi da Europa, Usa e Giappone sono del tutto insufficienti. E il mondo in via di sviluppo chiede quanto il mondo ricco pagherà (come risorse e trasferimento di tecnologie) per favorire la transizione a un'economia pulita e mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il Primo Mondo offre un pacchetto di 10-12 miliardi per il primo triennio; la Banca Mondiale e altri istituti dicono che ce ne vogliono almeno 100. I Paesi emergenti ne chiedono 400. Diplomazia, business, ambiente, soldi, potere: la partita si giocherà su questo.