*Luigi Boitani è Professore Onorario di Zoologia della Università di Roma Sapienza e direttore della Fondation Segré a Ginevra. Nonostante le notizie sul continuo degrado degli ecosistemi e delle specie siano all’ordine del giorno e sempre più allarmanti, la partecipazione dell’’opinione pubblica rimane tiepida se non del tutto indifferente. Con l’esclusione di una piccola percentuale di pubblico che si indigna e chiede a gran voce interventi di conservazione, la maggior parte del pubblico fatica a partecipare davvero della tragedia in atto. Certo, quando la notizia riguarda elefanti o tigri o altre specie carismatiche, l’interesse è nettamente maggiore ma il problema della conservazione della biodiversità è immensamente più vasto di quello di poche specie carismatiche. Perché allora non si riesce a ottenere sulla biodiversità quella risposta di partecipazione che invece si ottiene su tanti temi politici più effimeri del nostro quotidiano? La risposta è complessa ma una buona spiegazione è nella distanza ormai siderale tra la vita di gran parte degli umani e i ritmi della natura. Quando l’uomo era raccoglitore, cacciatore, agricoltore, la sua vita quotidiana era strettamente legata e dipendente da quella della natura in cui operava: era sufficiente un calo numerico delle sue prede o del suo raccolto per mettere in crisi la sopravvivenza del nucleo familiare o dell’intero gruppo sociale. Le comunità umane erano strettamente dipendenti dalla salute e produttività degli ecosistemi in cui vivevano; e gli uomini conoscevano perfettamente ritmi, modi e dimensioni dei fenomeni naturali. Erano, come li definì Raymond Dasmann, uno dei padri della ecologia animale e della biologia della conservazione, “ecosystem people”. E non bisogna tornare sempre alle comunità umane più antiche o distanti per trovare esempi di ecosystem people, basta pensare ai nostri nonni contadini, quando tutta la economia familiare dipendeva dal prodotto del loro podere agricolo. Oggi, gli ecosystem people sono quasi scomparsi; sono largamente sostituiti dai “world people”, comunità umane la cui sopravvivenza non è più legata direttamente ad uno o pochi ecosistemi, ma ad un intreccio di relazioni con ecosistemi lontani e spesso sconosciuti. Per fare un esempio, mentre gli ecosystem people avevano la nozione diretta della maggiore o minore produttività delle popolazioni animali che cacciavano e erano consapevoli dell’impatto del loro prelievo, oggi noi compriamo al supermercato prodotti che arrivano dai più disparati ecosistemi di ogni parte del mondo, senza avere alcuna nozione di quanto e come il nostro acquisto possa impattare quegli ecosistemi. Ci manca il senso di dipendenza dalla funzionalità di uno o più sistemi ecologici, e le specie animali e vegetali sono diventate un ornamento, magari belle ma non essenziali. In queste condizioni, è difficilissimo ottenere una vera partecipazione del pubblico sulle necessità di conservazione di ambienti e specie così “lontane” dalla nostra vita quotidiana. Se scomparisse l’elefante, forse scomparirebbe una importante icona della nostra cultura, ma la nostra vita non verrebbe intaccata più di tanto. Se poi scomparisse, ad esempio, un qualsiasi insetto del Madagascar, che livello di comprensione possiamo mai aspettarci da parte di un pubblico che non vedrebbe alcun impatto di quella scomparsa sulla sua vita quotidiana? Le specie carismatiche sono pochissime in confronto all’enorme numero di specie minacciate di estinzione, ed è molto difficile guadagnare l’interesse del pubblico sui problemi di sopravvivenza di animali meno conosciuti, magari invertebrati che solo qualche raro zoologo specialista ha mai visto e studiato. La soluzione (parziale) non è, ovviamente, nel cercare di istruire il pubblico sul valore specifico di ogni singola specie ma nell’educare a capire che tutte le specie contribuiscono a formare una rete ecologica che sostiene tutta la vita sulla terra, e quindi anche l’uomo, e che questa rete funziona finché è integra: può sopportare qualche strappo limitato ma non troppo, altrimenti si apre del tutto e lascia andare tutto il contenuto, anche noi.