DUBAI - C'erano una volta le proteste e gli attivisti coi volti dipinti. C'erano una volta migliaia di persone, come a Glasgow nel 2021, che marciavano verso i padiglioni della Cop per chiedere giustizia climatica, addio al fossile e azioni rapide e concrete per limitare il riscaldamento del Pianeta.
Tutti a mani alzate, la protesta di Fridays for Future in Egitto: "Stop oil&gas"
Eppure, pur in un regime di costanti controlli e strettissima sicurezza, con tanto di agenti disseminati qua e là nel deserto a controllare ogni mossa, in Egitto alla Cop27 lo spirito degli attivisti, i cori e le proteste, all'interno della Cop27 era lentamente emerso: centinaia di persone da tutto il mondo, compresa la giovane ugandese di Fridays For Future Vanessa Nakate oppure la filippina Mitzi Jonelle Tan, avevano sfilato in corteo con scritte, canti e striscioni attirando l'attenzione dei media planetari.
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Ma allora perché a Dubai quest'anno non accade (finora) nulla?
Principalmente per tre motivi. Il primo è legato alla figura del presidente petroliere della Cop28, il sultano Al Jaber che sta attirando su di sé tutte le attenzioni del vertice. Tacciato come "ridicolo" da Greta e altri attivisti per via del suo doppio ruolo, l'incompatibile ruolo di Al Jaber ha di fatto scoraggiato in partenza molti giovani determinati a far sentire la propria voce contro le emissioni da combustibili fossili, soprattutto visto il complesso contesto degli Emirati che basano la loro economia sul greggio.
Poi c'è una questione di costi: oltre a viaggi e alloggi, decisamente cari, anche all'interno dell'Expo Dubai 2020 dove si svolge la Cop28 i prezzi non scherzano: un caffè costa 5 euro, un panino anche 13 euro, per dare un'idea. Insomma, non è un luogo per tutte le tasche.
Entrambe le aree, enormi, sono tirate a lucido: nella Green zone gli edifici con la bandiera degli Emirati Arabi Uniti sembrano degli hotel a cinque stelle, nella Blue zone gli infiniti viali perfettamente curati dove il sole di Dubai batte senza sosta aumentano l'effetto dispersivo e frammentato di questa Cop.
Le uniche piccole proteste che si tengono qui sono capannelli che durano pochi minuti: una ventina di persone, qualche slogan, e poi tutto si placa. Ci hanno provato vestiti da Pikachu, da pachidermi (a simboleggiare l'elefante nella stanza delle fonti fossili), oppure le varie comunità indigene vestite con gli abiti tradizionali, ma si è trattato di piccoli e sporadici eventi. L'unica manifestazione un po' più corposa - e sicuramente toccante dato che sono stati letti i nomi delle tante vittime del conflitto - è stata quella per chiedere la cessazione del fuoco a Gaza.
Eppure, se si escludono questi minuscoli sforzi di alzare la voce, la Cop28 per ora verrà ricordata come un gigantesco palcoscenico lussuoso e ben poco affine sia alle proteste democratiche sia alla presenza dei giovani da tutto il mondo. Per dire: di Fridays For Future Italia, in qualità di attivista, non c'è nessuno. Anche altri Fridays d'Europa, un po' per boicottare la Cop negli Emirati, un po' per tentare di dare spazio ad altri giovani del sud del mondo, non sono presenti.
Con questo sistema - nei due anni in cui le Cop sono state ospitate da Egitto ed Emirati Arabi - ogni forma di dissenso o pressione da parte della società civile è quindi stata in gran parte svuotata.
Sarà interessante capire, anche per vedere se riprenderanno le proteste, se la prossima Cop29 tornerà davvero a tenersi in Europa, probabilmente a Bonn in Germania (anche se verrà annunciato solo alla fine del negoziato).
Nel frattempo, fra i presenti qui a Dubai si è visto di tutto: oltre 1300 lobbisti o rappresentanti del mondo oil and gas, vip della moda e dell'imprenditoria, influencer giunti qui a scattarsi un selfie con i famosi di turno ma anche, e questa è la nota positiva, tante famiglie.