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Riso
(Foto di Giacomo Liverani)
(Foto di Giacomo Liverani) 

Mille colori e mille forme di vita

Nelle risaie le mondine hanno creato un laboratorio popolare straordinario ma, se non cambiamo, il nostro riso si impantana e nessuno lo canterà più
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Se Napoli è mille colori, la risaia non è da meno: mille colori e altrettante forme di vita. Ai bordi e tra le camere rettangolari (l’unità produttiva dell’azienda) troviamo alghe e piante palustri che vivono e radicano in acqua o in essa nuotano, lasciandosi trasportare dalla corrente. Altre piante che diventano anfibie, come il giavòne – tra l’altro l’infestante principale delle risaie. Sono le stesse piante che hanno accompagnato l’uomo sin dalla preistoria, che gli hanno consentito di costruire pagliai o che sono state impiegate per la preparazione di legacci (lische e zigoli). Le risaie sono dunque mille colori perché c’è l’acqua - 20 mila-40 mila m3³ di acqua ad ettaro. Non è acqua sprecata, se non fosse impiegata per la coltivazione del riso o per colture alternative quali mais e soia, evaporerebbe o defluirebbe al mare. Poi l’acqua è riciclata nelle risaie per almeno tre volte. Le risaie sono acqua, ossigeno disciolto in acqua, micro e macro-fauna, ma anche piante lacustri che tuttavia diventano erbe infestanti. Chi le estirpava una volta? Le mondine. Mettendo insieme i pezzi: le risaie risuonano di storia e di canti d’acqua. Perché? perché mondine e musica folk stanno insieme.

 


Nelle campagne tra Vercelli, Novara e Pavia, a partire dalla seconda metà dell’800, la lavorazione del riso assunse un carattere nuovo: alle grandi estensioni fece seguito la rottura del sistema di solidarietà tra le diverse cascine, e soprattutto una richiesta di manodopera per estirpare le malerbe. Così, decine di migliaia di donne provenienti da aree diverse della Pianura Padana e dalle colline piemontesi si spostava nel Vercellese, nel Novarese e nella Lomellina. Ora, questo periodico incontro di donne diverse ha creato un laboratorio popolare straordinario. Perché le mondine cantavano. Diceva Pietro Sassu: «In loro prevale la volontà di esaltare col canto la propria presenza, di alzare il canto quando il corpo è piegato sulle acque dalla fatica». Ora, queste donne, con la schiena piegata, lontane dai luoghi d’origine - quelli contadini, dove vigevano valori e doveri repressivi - sono state capaci di trasformare il tempo della monda in un’occasione di solidarietà e uguaglianza. Libertà e uguaglianza tra uomo e donna, legata anche alla nuova moralità laica e socialista (la lega socialista deriva dalla lega delle mondine e nasce in Padania).

 

Alcune canzoni della monda parlano chiaro: siur padrun dali bele braghe bianche fore le palanche, fu portata al successo nel 1971 da Gigliola Cinguetti, con il suo album che raccoglieva canzoni popolari delle mondine (vendette un milione di copie). Ancora: se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e capirete la differenza di lavorare e di comandare. Oppure: sebben che siamo donne, paura non abbiamo per amore dei nostri figli, noi in lega ci mettiamo. Poi sono arrivati i diserbanti che a molti non piacciono ma che hanno tolto le donne da un lavoro gravoso (la concorrenza asiatica può ancora utilizzare la monda manuale invece degli erbicidi). Si potrebbe ancora approfittare di questo canto antico per cambiare musica, proporre una nuova metrica: quella della ricerca. Che parte dagli agricoltori, ed è fondamentale per costruire una nuova risaia. È necessario sperimentare strumenti moderni, vedi quelle biotecnologie che vanno sotto il nome di TEA, utili a creare nuove cultivar resistenti e adatte ai cambiamenti climatici. Altrimenti, invece di realizzare una risaia dai mille colori, finisce che nonostante tutta la storia passata e le forme di vita diverse, il nostro riso si troverà impantanato e senza nessuno lo canterà più.