La Banca Mondiale ci ripensa e revoca dopo 12 anni il divieto autoimposto di finanziare progetti per la produzione di elettricità da energia nucleare. Il consiglio di amministrazione della più grande banca di sviluppo al mondo ha rimosso il bando in vigore dal 2013, anche se l’ultimo progetto nucleare finanziato risaliva al lontano 1959 e prese corpo proprio in Italia. A spingere in tale direzione furono alcuni dei Paesi finanziatori della Banca Mondiale, a cominciare dalla Germania, secondo i quali i rischi di incidenti nucleari in nazioni povere e con scarso know how atomico sarebbe stato troppo elevato. Ora l’inversione a U, sollecitata soprattutto dagli Stati Uniti, maggiore azionista della banca e di conseguenza playmaker delle sue politiche. Come racconta il New York Times “L'amministrazione Trump è molto meno preoccupata del cambiamento climatico rispetto alla concorrenza con le industrie nucleari russa e cinese, e sta cercando di espandere la flotta di reattori americani e quadruplicarne il contributo alle reti elettriche del Paese. I funzionari di gabinetto hanno sottolineato il sostegno a una nuova generazione di reattori più piccoli che promettono un'implementazione più rapida, ma che devono ancora essere dimostrati”. In effetti, già lo scorso aprile il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent aveva esortato la banca a revocare il divieto, affermando in un discorso che ciò avrebbe "rivoluzionato l'approvvigionamento energetico per molti mercati emergenti”.
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La svolta è stata probabilmente favorita anche dall’insediamento del nuovo governo tedesco a guida Cdu, che ha espresso il suo sostegno all'energia nucleare, in particolare ai reattori più piccoli di nuova generazione. Mentre Berlino aveva deciso di dismettere gradualmente i propri reattori dopo il disastro di Fukushima nel 2011 e aveva chiuso l'ultimo reattore nel 2023. Il ritorno al nucleare è considerato una opzione anche in chiave di lotta alla crisi climatica: nella Cop28 di Dubai, oltre 20 governi si sono impegnati a triplicare entro il 2030 l’energia prodotta con le centrali atomiche. L’obiettivo è soddisfare i crescenti consumi energetici e parallelamente contribuire alla decarbonizzazione. Ora il via libera della Banca Mondiale per finanziare il nucleare in Paesi in via di sviluppo, perché possano affrancarsi più facilmente dai combustibili fossili. E tuttavia le tecnologie nucleari sono materia sensibile: la filiera per la gestione e l’arricchimento dell’uranio ha ricadute non solo in ambito civile, ma che in campo militare, rappresentando il primo step per la realizzazione di ordigni atomici. E lo scontro tra Usa e Iran è lì a dimostrarlo.
Anche ammesso che la Banca Mondiale (a trazione Usa) sia pronta a finanziare nuove centrali atomiche, chi deciderà quali saranno i paesi in via di sviluppo che potranno accedere alle tecnologie nucleari e ai relativi fondi? Solo gli alleati di Washington? E con quali regole di ingaggio? Ma l’alternativa è che i governi africani o asiatici si rivolgano, come sta già succedendo, alla Russia o alla Cina per impianti nucleari “chiavi in mano”. Il Ghana, per esempio, è tra coloro che hanno spinto la Banca Mondiale a modificare la sua politica nucleare, perché vuole costruire i propri reattori senza doversi vincolare a un singolo blocco geopolitico. "Le cose sono andate a rilento a causa della politica globale sul nucleare, ma ci siamo preparati, creando una struttura istituzionale e individuando i siti", ha detto al New York Times Ishmael Ackah, consulente tecnico del ministero dell'Energia del Ghana. Resta da vedere se la decisione della Banca Mondiale sarà davvero sinonimo di autonomia.