Tutti gli ecosistemi sono colpiti dal cambiamento climatico, ma alcune zone subiranno mutamenti più rapidi rispetto ad altre: accertare queste differenze è cruciale per valutare la resilienza delle attuali aree protette, per pianificarne l’espansione futura, per salvaguardare le specie a rischio. L’Unione Europea con il progetto Natura Connect punta ad espandere le aree protette al 30% del territorio e delle aree marine entro il 2030 e a sviluppare una Rete naturale transeuropea. Ma il rischio che i benefici di tale ampliamento vengano vanificati dai cambiamenti del clima è reale. Nasce da qui l’idea di uno studio internazionale, guidato dall’Università Sapienza di Roma e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Global Change Biology, che rivela l’estensione e l’intensità del cambiamento climatico nei siti Natura 2000, dove vivono più di mille specie vegetali e animali a rischio.
G&B Festival, Mia Canestrini e Piero Genovesi: "Attenti al lupo, aiutiamolo"
La ricerca, che ha importanti implicazioni per le politiche di conservazione della biodiversità in Europa, ha identificato le aree protette più vulnerabili al cambiamento climatico e i cosiddetti rifugi climatici, dove il cambiamento sarà più lento. “Il cambiamento climatico sta accelerando più velocemente del previsto e il rischio all’interno delle aree protette è alto tanto quanto al di fuori di esse, se non di più”, dichiara Moreno Di Marco, docente universitario, autore senior dello studio e responsabile del laboratorio Biodiversity & Global Change di Sapienza. “In questo contesto, conoscere le aree più vulnerabili è essenziale per guidare sforzi di conservazione che includano misure di adattamento climatico, tra cui l'aumento della connettività ecologica e gli interventi di restauro ambientale nell’ambito della recente legge sul ripristino della natura”. La ricerca ribadisce la necessità di connettività della rete delle aree protette, per supportare l'adattamento delle specie attraverso lo spostamento dell'areale. Ciò è particolarmente vero nelle aree che affrontano un'elevata entità del cambiamento climatico ma una bassa velocità, il che implica che condizioni climatiche simili a quelle attuali si troveranno, in futuro, nelle vicinanze degli attuali habitat. Questa velocità, però, varia moltissimo a seconda dello scenario ipotizzato.
Lo illustra bene Di Marco: “se consideriamo un aumento della temperatura di 2°C nel 2100 rispetto all’era preindustriale, allora la velocità di cambiamento del clima nel territorio europeo sarebbe, in media, 1 km/anno. Nell’ipotesi peggiore (aumento di 5°C) la velocità triplicherebbe: 3 km/anno”. Dalle mappe, frutto dell’elaborazione dei dati che utilizzano i modelli più aggiornati attualmente disponibili, si legge un’Europa a macchia di leopardo. Un dato tra tutti fa riflettere: meno del 3% delle aree protette esistenti si trova in aree climaticamente stabili (punti freddi climatici). “Sono poche le zone che hanno valori ridotti di velocità e intensità del cambiamento – spiega Marta Cimatti, ricercatrice del laboratorio della Sapienza e prima autrice dello studio: il sud del Portogallo, il nord della Svizzera, il centro della Germania, la parte meridionale della Gran Bretagna”.
G&B Festival, Danovaro: "L'Unione europea ha approvato il Patto per l'Oceano: proteggiamolo"
Il delta del Po, la pianura veneta e il Salento risultano tra le aree più esposte in Italia, mentre bassi valori di velocità e intensità si riscontrano nelle aree di media montagna sulle Alpi e sull’Appennino centrale, nell’entroterra della Sardegna e nel territorio attorno all’Etna.
“I nostri risultati – continua Valerio Mezzanotte, ricercatore dello stesso laboratorio e primo autore dello studio – dimostrano che molte specie europee, già considerate a rischio, sono ristrette ad aree che potrebbero subire repentini cambiamenti climatici: tra queste ci sono specie iconiche, come la lince pardina, che sopravvive ormai in poche aree protette nella penisola iberica, e specie meno note al pubblico, come la rana dei Pirenei o il geotritone del Supramonte”.
Per Di Marco, mitigazione e adattamento sono le parole d’ordine: “la prima azione, quella della mitigazione, è una grande responsabilità della politica: più cambierà il clima, più difficile sarà trovare soluzioni. Per l’adattamento, non sono sufficienti le aree protette, ma occorrerà prevedere azioni specifiche per le singole specie. Di fronte a un aumento della siccità, per esempio, si dovranno creare micro-habitat idonei per gli anfibi; per le specie che dovessero restare isolate in aree non più adatte alla loro sopravvivenza si dovranno realizzare, invece, corridoi ecologici che uniscano tra loro due o più aree protette”. Per consentire alle specie le migliori opportunità disponibili per prosperare e muoversi insieme a un clima in rapido cambiamento.