Dal paracetamolo alla nicotina, dai filtri UV agli additivi plastici, dai policlorobifenili ai PFAS, sostanze perfluoroalchiliche praticamente indistruttibili: le balenottere comuni del Mediterraneo presentano concentrazioni di inquinanti di vecchia e nuova generazione, compresi quelli derivanti da prodotti utilizzati per la nostra cura. Fatalmente esposte a queste sostanze nel corso della loro vita, le accumulano – in concentrazioni insospettabilmente alte - nei tessuti, con conseguenze potenzialmente tossiche.
Il campanello d’allarme arriva uno studio pubblicato da Maria Cristina Fossi, professoressa ordinaria di Ecologia ed Ecotossicologia all’Università degli studi di Siena, appena pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology. Per la ricerca è stata utilizzata la tecnica dell'esposoma, integrandola con l’analisi dell’espressione genica, utilizzando biopsie cutanee prelevate, in maniera naturalmente non letale, su esemplari di balenottera comune, nel Mar Mediterraneo e nel Mare di Cortez, in Messico: una specie già classificata in pericolo da IUCN.
Il precedente degli squali positivi alla cocaina
La procedura, particolarmente innovativa, ha consentito la caratterizzazione del cocktail di sostanze chimiche a cui sono esposti questi organismi durante l'intera durata della loro vita. “I risultati attestano una significativa presenza e diffusione di contaminanti emergenti, come farmaci (21 molecole come paracetamolo e diclofenac) filtri UV, additivi plastici (ftalati) e sostanze d'abuso (come la nicotina), in una specie di cetacei che vive tipicamente a miglia di distanza dalle coste, e più in generale denunciano l'enorme diffusione di queste molecole nei nostri mari ed oceani”, spiega Fossi. Uno studio, realizzato nell'ambito del progetto Plastic Busters MPAs e delle attività del National Biodiversity Future Center, che rende le balenottere sentinelle dello stato di salute dei nostri mari su scala globale, accendendo i metaforici riflettori sulle zone di mare profondo, sin qui meno monitorate, per evidenti motivi, e senz’altro meno regolamentate.
Se non è certo nuova l’evidenza degli effetti di inquinanti e sostanze psicotrope sulla fauna marina - tra gli ultimi casi quello, lungo le coste di Rio de Janeiro, degli squali brasiliani dal muso aguzzo, nei cui tessuti è stata trovata una concentrazione significativa di cocaina e del suo principale metabolita, la benzoilecgonina, assimilati attraverso lo smaltimento dei residui della sostanza nelle acque reflue, poi rilasciate in mare – è senz’altro inquietante la presenza di concentrazione alti di inquinanti in specie che vivono in mare aperto.
Gli effetti sulla salute delle balenottere
“In effetti le nostre evidenze - spiega la ricercatrice - mettono in luce sia l’allarmante diffusione dei contaminanti negli ambienti pelagici, fino ad ora scarsamente indagati, ma anche e soprattutto il rischio tossicologico a loro associato, come dimostrato dalle alterazioni osservate a livello di espressione genica, in processi biologici fondamentali come l’attività dei recettori endocrini, nella popolazione di balenottera comune”.
In 32 casi, in particolare, si sono rilevate correlazioni tra i livelli di contaminanti e disfunzione endocrina, omeostasi lipidica e processi infiammatori. “Proprio così, - conferma Fossi - I nostri risultati suggeriscono che esposizioni chimiche antropogeniche cumulative possano compromettere la salute e la capacità riproduttiva delle balenottere comuni del Mediterraneo, rafforzando il loro ruolo come specie sentinella a livello globale. L’auspicio è che studi come favoriscano le future ricerche nel settore della conservazione e della salvaguardia dell’ambiente marino mediterraneo, in particolare sulla diffusione dei contaminanti emergenti”.
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Se il mare è la nostra pattumiera
Lo studio va in effetti a inserirsi in un filone più ampio, che riguarda gli effetti di inquinanti, sostanze psicotrope in primis, sulla fauna marina. “Droghe, farmaci e metalli pesanti, rilasciati e ritrovati nell’ambiente, si bioaccumulano nella fauna marina e accade con una frequenza che neanche immaginiamo”, spiega Antonio Terlizzi, che ci accoglie all’interno del dipartimento di Ecologia Marina Integrata della Stazione Zoologica Anton Dohrn, di cui è direttore. “Il punto è che tutto ciò che assumiamo finisce in qualche modo in mare, con conseguenze importanti per pesci e molluschi. – annota – I principali indiziati sono gli antibiotici, molto utilizzati anche in zootecnia, ma nei nostri studi abbiamo rintracciato quantità importanti di metaboliti della cocaina anche nell’area della foce del Po e del Sarno. E monitorando le cozze pugliesi abbiamo rintracciato concentrazioni altissime di benzodiazepine, una classe di psicofarmaci contenuta per esempio nel Lexotan: come e perché ci siano arrivate resta un mistero”.
Ora, però, le osservate speciali sono le balenottere, che girano più al largo. Non abbastanza, a quanto pare. “Anche per questo bisogna davvero intervenire per ridimensionare l’impatto antropico sui mari”, conclude Maria Cristina Fossi. In questa ottica opera, tra gli altri, il progetto Interreg Euro-Med MIRAMAR, coordinato proprio dall'Università di Siena con il coinvolgimento diretto di 7 partner, insieme a 14 partner associati: l’obiettivo è di sviluppare e testare soluzioni innovative per mitigare e ripristinare gli ecosistemi sottoposti a stress ambientali cumulativi, con riferimento particolare alle praterie di fanerogame, alle zone umide e agli habitat di specie minacciate.