Il caldo estremo che ha investito l’Europa tra la fine di giugno e l’inizio di luglio ha fatto crescere di circa 1.500 unità il numero previsto di decessi per calore in 12 città europee, secondo una stima dell’Imperial College di Londra. In quegli stessi torridi giorni, poche ore prima che l’America si ritrovasse a piangere le vittime dell’alluvione in Texas e a contare i danni dell’ondata di caldo anomalo che la stava investendo, il magazine Time si è chiesto: "Come è cambiato il clima da quando si celebrò il primo 4 di luglio?". Si era alla vigilia del 249esimo anniversario dell’Indipendenza americana. Ma anche dell’approvazione del “Big Beautiful Bill”, la legge di bilancio voluta da Trump che, tra gli altri tagli alla spesa pubblica, prevede una drastica sforbiciata alle politiche climatiche. Il giornalista Jeffrey Kluger ha rispolverato le cronache d’epoca di quel 4 luglio 1776, quando a Philadelphia i Padri Fondatori adottarono la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti: "Era un giovedì e la temperatura alle 6 del mattino era di 20°C, per poi salire a 24°C, tiepida ma comunque piacevole". Lo scorso 4 luglio a Philadelphia la temperatura massima è stata di 30°C, sei in più rispetto a due secoli e mezzo prima. Basta per dire che il riscaldamento globale è evidente? No. Anzi, prendere in considerazione singoli dati può essere addirittura fuorviante. Il sito stormfax.com archivia anno per anno, dal 1776 a oggi, le temperature massime e minime registrate il 4 luglio nella capitale della Pennsylvania. A scorrere la lista si scopre che l’Independence Day più caldo è stato celebrato nel 1966, con ben 39,4°C. Mentre venti anni dopo ci fu quasi da mettersi il cappotto: 11 gradi centigradi a inizio luglio. È forse la prova che il global warming è una fake news?
Le cose diventano più chiare se si mettono insieme tanti numeri e li si guarda dalla giusta distanza. Nel caso del 4 luglio a Philadelphia, visualizzando in un grafico le temperature massime registrate negli ultimi 249 anniversari dell’Indipendenza, si ottiene un istogramma con barre più alte e più basse, in corrispondenza dei singoli anni. Sembra lo skyline di una città fatta di palazzi e grattacieli: spicca la “torre” altissima del 1966 e si nota il basso edificio del 1986. Ma più in generale, si osserva che nel corso dei decenni, e in particolare dagli anni Ottanta in poi, sono via via aumentati i grattacieli (le temperature superiori ai 28 gradi) e diminuiti i palazzi (le massime al di sotto dei 28). Insomma, non basta il singolo dato per parlare di riscaldamento globale: altrimenti avremmo dovuto invocare la crisi climatica già per i 39 gradi del 1966. Ma la tendenza complessiva ci conferma che si sta verificando.
Lo spiega con una metafora acrobatica il climatologo Antonio Navarra, professore all’Università di Bologna e presidente del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici: "Immaginiamo una persona che salta su un tappeto elastico: fa tanti salti, che non arrivano tutti alla stessa altezza, qualcuno la porta più su, qualcuno più giù. Ma c’è una altezza media". Proprio come le temperature registrate a Philadelphia il 4 luglio anno dopo anno. "Però - continua Navarra - se mentre si salta qualcuno cambia la tensione del tappeto, improvvisamente tutti i salti cominciano ad arrivare un po’ più su. Alcuni dei salti fatti nelle nuove condizioni potranno essere anche più bassi di quelli precedenti, ma l’altezza media tenderà a crescere. Nell’atmosfera succede la stesa cosa: lei salta per affari suoi, ma l’aumento della concentrazione di gas serra è come se tendesse di più il tappeto elastico, spostando l’attività verso l’alto".
Per uscire dalla metafora e avere una conferma numerica di questo spostamento verso l’alto, si può consultare il sito di Climate Central, gruppo indipendente di scienziati e comunicatori, che mette a disposizione un database interattivo: per esempio, si può digitare il nome di una città statunitense e ottenere il grafico con l’andamento delle temperature nel periodo 1970-2022. Si scopre così che a Philadelphia la temperature media estiva è salita di 1,83 gradi centigradi. Quasi due gradi in più invece a San Antonio, non distante dalla Contea di Kerr devastata il 4 luglio scorso da una bomba d’acqua e dalla conseguente esondazione del fiume Guadalupe.
"Quella del Texas è una catastrofe che si verifica una volta ogni 100 anni", ha detto nelle ore immediatamente successive il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. E anche da questo punto di vista, l’inizio dell’estate 2025 è emblematica: quelli a cui stiamo assistendo sono fenomeni meteo estremi sempre accaduti? O sono innescati dall’innalzamento delle temperature degli ultimi decenni? Cosa dice la scienza? E la politica è interessata a saperlo? Ma soprattutto: come siamo arrivati a questo punto?
1979: il primo allarme della comunità scientifica
Dal 12 al 23 febbraio di 46 anni fa si tenne a Ginevra la prima Conferenza mondiale sul clima. Si trattò di un meeting per addetti ai lavori, quasi tutti collegati ad agenzie delle Nazioni unite: Organizzazione meteorologica mondiale, Unesco, Fao, Organizzazione mondiale della sanità… Alla fine dei lavori fu stilata una Dichiarazione con tanto di Appello alle Nazioni: i governi erano invitati a "sfruttare appieno le attuali conoscenze sul clima", a "prevedere e prevenire potenziali cambiamenti climatici indotti dalle attività umane che avrebbero potuto avere conseguenze negative sul benessere dell’umanità". Era il 1979. Ma già oltre un secolo prima gli scienziati avevano intuito cosa sarebbe potuto succedere. Nel 1827 il fisico francese Joseph Fourier suggerisce che l’atmosfera terrestre trattenga il calore come i vetri di una casa riscaldata (effetto serra). Nel 1856 lo scienziato statunitense Eunice Newton Foote scopre il ruolo riscaldante dell’anidride carbonica e prevede che la Terra avrebbe una temperatura più alta se la sua atmosfera contesse una maggior quantità di CO2. Nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius è il primo a fare i calcoli: un raddoppio della CO2 comporterebbe un riscaldamento di circa 3 gradi centigradi. Si tratta di elaborazioni teoriche, perché Fourier, Newton Foote e Arrhenius non possono immaginare quanta anidride carbonica sarà effettivamente immessa nell’atmosfera nel secolo e mezzo successivo.
L’Osservatorio atmosferico di Mauna Loa, sull’omonima isola delle Hawaii, dal 1958 misura la concentrazione di CO2 nell’aria: si è passati da meno di 300 parti per milione di allora alle quasi 430 parti per milione di oggi. Quando gli scienziati Onu lanciano il primo allarme globale, nel 1979, è appena di 340 parti per milione. E ai tempi di Fourier? O ancor prima, quando a Philadelphia si proclamava l’indipendenza degli Usa dalla Gran Bretagna? Studi condotti sui ghiacci antartici, che conservano memoria dell’atmosfera terrestre del passato, indicano che doveva essere di circa 280 parti per milione. Cosa è successo da quel momento in poi?
L’era dei combustibili fossili
Quando Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, John Adams e gli altri rappresentanti delle colonie ribelli recidono il cordone ombelicale con Londra, nella ex madre-patria ha appena preso forma (1760) la prima rivoluzione industriale: il carbone alimenta le macchine a vapore e soppianta gradualmente l’energia animale. Circa un secolo dopo sarà la volta del petrolio. E stavolta il baricentro della rivoluzione saranno proprio gli Stati Uniti. Da quel momento inizia la corsa a bruciare combustibili fossili per spostarsi, riscaldarsi, produrre beni ed elettricità. La conseguenza è una esplosione della CO2 (e più in generale dei gas climalteranti) rilasciata in atmosfera. Un grafico elaborato dalla National oceanic and atmospheric administration (agenzia federale tra le più colpite dai tagli di Trump) mostra la correlazione tra le emissioni umane di CO2 e la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. Quest’ultima comincia a decollare, dalle 280 parti per milione dell’era preindustriale, alla fine dell’Ottocento. Ma la vera impennata si ha dagli anni Sessanta del secolo scorso e le due linee finiscono per sovrapporsi: la concentrazione di CO2 tocca appunto le 430 parti per milione, mentre le emissioni da attività umane passano dalle 5 gigatonnellate annue del 1960 alle 36 del 2024. Con quali effetti sulla temperatura del pianeta Terra? Una crescita analoga, praticamente sovrapponibile a quelle delle emissioni umane di CO2 e della sua concentrazione in atmosfera. L’inesorabile riscaldamento inizia alla fine degli anni Settanta, proprio quando a Ginevra gli esperti Onu lanciano il primo allarme. E continua fino ai record recenti: gli ultimi 10 anni sono stati i più caldi mai registrati. Il gradino più alto del podio è occupato dal 2024, duranti il quale la Terra è stata di circa 1,47 gradi Celsius più calda rispetto alla media preindustriale (1850-1900). Dunque il passaggio da 280 parti per milione di CO2 alle 430 ha comportato un riscaldamento globale di quasi un grado e mezzo. Arrhenius, più di un secolo fa, ci aveva azzeccato.
Il meteo estremo che verrà
Che sarà mai, un grado e mezzo in più? Se, in effetti, si trattasse di imparare a convivere con una temperatura di 31,5 gradi piuttosto che di 30, tanto per fare un esempio, non avremmo l’impressione di essere di fronte a una crisi. Il problema è che la Terra, la sua atmosfera, i suoi oceani, formano un sistema complesso. Nel quale anche una variazione minima può avere conseguenze colossali. Figurarsi l’innalzamento della temperatura media globale di 1,47 gradi. Ma non è facile stabilire scientificamente un rapporto di causa-effetto tra il riscaldamento globale e i singoli eventi meteo estremi.
Mai così caldo prima: l'estate che ci aspetta
"Una caratteristica generale, comune a tutto l’emisfero Nord, però c’è", spiega Antonello Pasini, fisico dell’atmosfera presso il Cnr e autore del saggio La sfida climatica. "Assistiamo all’innalzamento delle temperature dall’equatore verso latitudini più alte. E alla fusione dei ghiacci artici che non tengono più confinata sul Polo Nord l’aria fredda: quando arriva più a sud si scontra con il suolo caldo, il mare caldo, l’aria calda umida preesistente. E il grosso contrasto termico dà origine a precipitazioni molto violente. Anche l’alluvione del 15 maggio 2023 in Romagna si è originata così". Perfino le ondate di freddo invernale confermano il riscaldamento globale, con buona pace dei negazionisti che le invocano come prova contraria. "Le famose ‘sciabolate artiche’ arrivano da noi proprio perché il getto polare non rimane più confinato nell’Artico", conferma Pasini.
Anche per Antonio Navarra le ondate di calore o le bombe d’acqua cui assistiamo sono riconducibili al Polar jet stream, flusso di venti che soffiano da ovest verso est: "L’aumento dei gas serra, e quindi della temperatura media, sposta il vortice che gira intorno al Polo Nord e che ci porta le perturbazioni dall’Atlantico. Continua a saltare sul tappeto elastico, ma nelle sue oscillazioni si sta spostando sempre più verso nord. Questo fa sì che il Mediterraneo, soprattutto d’estate finisca nelle aree subtropicali. L’ondata di caldo, che prima si manifestava ogni 5 anni, ora si presenta ogni due. È come se avessimo per più tempo all’anno il clima del Nordafrica". E non vale solo per noi, ma per l’intero emisfero Nord: "Succede in tutte le zone che come il Mediterraneo sono al bordo tra le medie latitudini e le zone subtropicali. Ma l’atmosfera è una cosa complicata, e in aree differenti si sovrappongono fenomeni diversi".
G&B Festival, Carlo Buontempo (Copernicus): "Più che il clima, cambiamo il modo di parlarne"
Più cauto Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service dell’Unione europea: "Sono tendenze difficili da determinare a partire dai dati di cui disponiamo e molto dipende dal modello climatico usato per le simulazioni. Ci sono però cose che ci aspettiamo: tra queste una espansione dei tropici e uno slittamento verso nord della zona delle tempeste, che porterà più precipitazioni in Europa". Inequivocabile, invece, il riscaldamento presente e futuro: "La tendenza è evidente e continuerà", conferma Buontempo. "L’hanno scritto chiaramente nel loro rapporto di qualche settimana fa l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Met Office britannico: esiste la probabilità di superare 1,5 gradi in uno dei prossimi cinque anni e addirittura toccare i 2 gradi in più rispetto all’era preindustriale".
È la nuova normalità? "Magari, vorrebbe dire che ci troviamo in uno stato stazionario in cui dobbiamo semplicemente adattarci alla situazione, per quanto complicata. Purtroppo questo non è che l’inizio, le temperature continueranno a salire e ci dovremo aspettare scenari peggiori. O situazioni come quella attuale che però diverranno più frequenti". Questo dice la scienza. Poi c’è chi, anche tra i potenti, crede, o vuol far credere, che "succede una volta ogni cento anni".