L’ultimo esempio arriva dal Texas, dove la coda della Tropical Storm Barry ha seminato, a partire dal primo weekend di luglio, distruzione e morte, effetto di piogge intense e inondazioni. Era la seconda tempesta tropicale della stagione atlantica, un meccanismo sempre più ricorrente: l’atmosfera più calda trattiene maggiori quantità di umidità, favorendo precipitazioni violente, concentrate in brevi lassi di tempo. Ma nubifragi intensi e alluvioni sono fenomeni quasi all’ordine del giorno a tutte le latitudini: non si tratta di semplici anomalie stagionali, ma di segnali tangibili di un cambiamento climatico che altera profondamente gli equilibri meteorologici.
Secondo la World Meteorological Organization, dal 2000 ad oggi i disastri legati alle inondazioni sono aumentati del 134% rispetto ai due decenni precedenti. E cresce anche il territorio a rischio: nel periodo 1991-2020 l’estensione spaziale delle inondazioni in Europa è incrementata dell’11,3%. Tutto ciò, naturalmente, ha un costo.
Secondo una ricerca pubblicata sul “Bull World Health Organ”, le alluvioni hanno colpito – dal 1990 al 2022 – più di 3,2 miliardi di persone, causando un numero superiore alle 218 mila vittime. Negli Stati Uniti nel 2024 le morti legate a inondazioni hanno superato la media dei precedenti venti anni, con 145 casi rispetto alla media storica di 85. E ci sono poi i costi economici: secondo uno studio dello United Nations Office for Disaster Risk Reduction già oggi le inondazioni generano perdite medie annue globali stimate in 388 miliardi di dollari, solo per le infrastrutture. Una cifra fatalmente destinata a salire di una percentuale compresa tra il 5% e il 13% entro il 2050, la seconda degli scenari climatici.
Perché con il riscaldamento globale cresce il numero di alluvioni?
Secondo l’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change, il rapporto tra innalzamento delle temperature e intensificazione delle precipitazioni è chiarissimo. "Ogni grado in più si traduce in un incremento dell’intensità delle precipitazioni, che per il Texas abbiamo quantificato essere del 7%", conferma Davide Faranda direttore di ricerca Cnrs in climatologia presso il Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement dell’Università di Parigi-Saclay e l’Institut Pierre Simon Laplace e coordinatore del gruppo ESTIMR, che studia proprio l’influenza del cambiamento climatico sugli eventi meteorologici estremi.
"L’aumento delle precipitazioni è conseguenza diretta di una maggiore umidità immagazzinata dall’atmosfera", aggiunge. "A Valencia abbiamo calcolato un incremento del 15% di acqua caduta nel corso dell’evento alluvionale dell’ottobre 2024. – dice Faranda – La differenza col Texas si spiega con il riscaldamento quasi doppio del Mediterraneo rispetto al Golfo del Messico: vuol dire che se la temperatura fosse stata inferiore, avremmo registrato il 7% di precipitazioni in meno per ogni grado. Nell’Europa mediterranea la situazione rischia di essere ancora più grave – sottolinea– perché registriamo una base di riscaldamento più consistente a causa della prossimità con il deserto del Sahara che, con il riscaldamento globale, risale più a nord. Cosa fare? Anzitutto parlarne, contro ogni negazionismo. Ridurre i fondi per monitoraggio e previsioni, come sta facendo in America l’amministrazione Trump, è un suicidio. La popolazione deve avere percezione del rischio legato ai fenomeni alluvionali, in Texas una catena di allerta più efficace avrebbe risparmiato vite. In Emilia-Romagna e in Sicilia abbiamo sperimentato i benefici di un sistema di allerta funzionale. Dobbiamo abituarci a una nuova quotidianità, in cui il rischio concreto è che ci siano periodi o giorni in cui è preferibile restare in casa. Il tutto al netto della difficoltà di prevedere fenomeni estremi che si formano rapidamente, grandinate e temporali in primis: in quei casi, è fondamentale formare la popolazione, che deve sapere cosa può fare".
Un futuro di colpi di frusta climatici
"Per comprendere al meglio quello che sta accadendo c’è una parola chiave ed è estremizzazione", spiega Serena Giacomin, climatologa e direttrice scientifica dell’Italian Climate Network. "Privilegiando l’espressione riscaldamento globale abbiamo allontanato dall’immaginario collettivo la complessità di una crisi di sistema che ingloba fenomeni come la fusione dei ghiacci, l’innalzamento dei livelli di mare, la frammentazione degli ecosistemi e la crescita di numero e intensità dei cosiddetti climate whiplash, i colpi di frusta climatici, le improvvise oscillazioni tra estremi opposti come siccità e inondazioni, o ondate di calore e gelo.
Ne abbiamo avuto una prova in Italia a inizio luglio e abbiamo contezza che la crisi in atto aumenterà il numero di questi fenomeni, con piogge fuori scala ed alluvioni a fronte di periodi di caldo estremo, quando non addirittura di siccità. Perché accade? Perché il ciclo dell’acqua è sempre più alterato. Semplificando, possiamo immaginare un pannello di controllo con una serie di manopole: se giriamo quella della temperatura, in automatico si gira anche quella delle precipitazioni. Questo perché, per effetto dell’equazione di Clausius–Clapeyron, l’aumento delle temperature fa crescere esponenzialmente l’umidità nell’atmosfera, incrementando il potenziale precipitativo. Dopo lunghi periodi in cui l’acqua viene accumulata in atmosfera senza arrivare al suolo, alla prima fase di instabilità o perturbazione c’è un effetto detonatore: le piogge sono così più intense, ancorché meno frequenti. Umidità e calore agiscono, per così dire, da combustibili".
Alluvioni e frane, l’Italia è fragile
In Italia il quadro, certificato dall’ultimo report del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, composto da Ispra e Agenzie per l’ambiente di Regioni e Province autonome, è allarmante: se il 2024 è stato l’anno più caldo della serie storica, sono proprio le precipitazioni a preoccupare sempre più. Nel 2024 sono state complessivamente superiori alla media climatologica 1991-2020 di circa l’8%. L’anomalia è stata forte soprattutto al Nord (+38%), dove il 2024 ha rappresentato il secondo anno più piovoso della serie storica. I mesi con l’anomalia di pioggia più elevata sono stati febbraio (+85%) e marzo (+72%). L’analisi su base stagionale indica che l’estate è meno piovosa rispetto alla norma (-12%), ma le altre stagioni sono state più piovose della media di riferimento. Un campanello d’allarme in un Paese in cui – secondo i dati Ispra – quasi il 94% dei Comuni è esposto al rischio idrogeologico, che comprende frane, alluvioni ed erosione costiera, con impatti su popolazione, edifici e infrastrutture. Una potenziale spada di Damocle per 8 milioni di cittadini, vulnerabili a eventi legati all’acqua.
G&B Festival, Giacomin e Mori: "Raccontare la crisi climatica"
"Bisogna puntare allora su strategie di mitigazione, con la riduzione dei gas climalteranti, esigenza su cui la scienza ha le idee chiare ma la politica può e deve fare di più, e su strategie di adattamento, riducendo gli impatti dei fenomeni climatici estremi", spiega Giacomin. Già, ma basta il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, approvato dal Mase proprio per definire strategie e azioni per affrontare gli impatti della crisi in atto? "Alcune azioni di adattamento sono state fatte, ma siamo ancora molto bravi in emergenza e meno in fase di pianificazione della gestione del rischio", denuncia la climatologa.
Verso le “città spugna”: quando il cemento è di troppo
"L’alternarsi di siccità e fenomeni alluvionali richiederà risposte sempre più elastiche. Ad esempio il modello cui tendere, per le aree più urbanizzate, è quello delle ‘città spugna’, progettate per assorbire, trattenere e riutilizzare l’acqua piovana, come farebbe una spugna – aggiunge Giacomin – un approccio che si basa su infrastrutture che imitano il comportamento naturale del suolo e degli ecosistemi, anche attraverso azioni di depaving, la rimozione di superfici impermeabili come asfalto e cemento, per permettere all’acqua piovana di infiltrarsi nel terreno. Ci sono casi virtuosi in Europa, ma anche in Italia: ha adottato soluzioni nature based per la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico il Parco Regionale del Delta del Po, che include il Bosco della Mesola. Nella direzione dell’adattamento si muove anche Milano, con un progetto, finanziato dal Pnrr, che prevede la realizzazione di 90 interventi in 32 comuni della città metropolitana, per aumentare la capacità di assorbimento dell’acqua piovana e ridurre il rischio di allagamenti. In generale se ne parla sempre di più ed è un bene".
A pagare dazio ai nubifragi sono state, nel recente passato, anche la Liguria, l’Emilia-Romagna, la Campania. A Ischia il 26 novembre 2022 un’alluvione ha causato 12 vittime: sono caduti 177 millimetri di pioggia in poche ore, una vasta frana ha inghiottito case e infrastrutture. Per impostare il processo di ricostruzione e messa in sicurezza del territorio di Ischia, imperniato sulla filosofia del consumo zero di suolo, il Commissario di governo, Giovanni Legnini, insieme alla Banca europea per gli investimenti ha promosso uno studio innovativo sui cambiamenti climatici. È la prima volta che uno studio sui cambiamenti climatici viene realizzato con la finalità di guidare la pianificazione degli interventi di ripresa post-calamità e mitigazione del rischio idrogeologico. "Il nostro obiettivo è coniugare la messa in sicurezza del territorio e la ricostruzione pubblica e privata, nel segno della sostenibilità e della resilienza", spiega Legnini. Il rapporto evidenzia, a carattere locale, un incremento previsto degli eventi meteorologici estremi nei prossimi decenni, come piogge intense e aumento del livello del mare, suggerendo l’adozione di misure di protezione e sistemi di monitoraggio e di allertamento.
Monitoraggio e previsione, un aiuto arriva dai satelliti
In scenari così complessi le tecnologie satellitari già oggi rappresentano strumenti fondamentali per la prevenzione e la gestione delle emergenze. "I satelliti permettono di raccogliere dati in modo ricorrente, monitorando in near real time le condizioni che favoriscono fenomeni alluvionali, dalla saturazione e compattazione del suolo alla capacità di drenaggio", spiega Filippo Iodice, ricercatore italiano, che lavora in Germania per Uptoearth GmbH, società Alumni degli Esa Bic, una delle realtà che spingono l’innovazione nell’ambito dei dati di Osservazione della Terra. "Durante gli eventi, le immagini satellitari consentono di valutare rapidamente l’estensione delle inondazioni e i danni – dice – fornendo informazioni preziose per la pianificazione di interventi tempestivi. Satelliti come quelli della missione Copernicus svolgono, poi, un ruolo fondamentale nella simulazione e gestione del rischio alluvione. Integrando dati attivi come i Sar (Synthetic Aperture Radar) con i modelli digitali del terreno ottenuti da Lidar o immagini ottiche noi riusciamo a simulare il calcolo della corrivazione delle acque e produrre scenari relativi a gravi eventi atmosferici, generando mappe di deflusso utili per la previsione e la gestione delle emergenze. La sfida – conclude Iodice – è comprendere sempre più gli eventi alluvionali, valutando con maggiore precisione il rischio associato e imparare a mitigarlo con una migliore conoscenza del suolo e del territorio".