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Cosa succede al pianeta
Artur Widak/NurPhoto
Artur Widak/NurPhoto 

Stiamo cambiando gli equilibri della natura

L’aumento delle temperature sta compromettendo gli ecosistemi. E così come animali e piante anche noi dovremo adattarci a nuovi habitat per sopravvivere alle trasformazioni già in atto

8 minuti di lettura

Non siamo i soli a soffrire il caldo. L’aumento delle temperature sta sbilanciando tutto l’ingranaggio della natura: piante, animali ed ecosistemi. Se la Terra nel suo complesso ritroverà un nuovo equilibrio, come ha sempre fatto nel corso di quattro miliardi e mezzo di anni di storia (almeno tre dei quali accompagnati dalla presenza di vita), le specie che popolano il Pianeta si divideranno in perdenti e vincenti. Le prime prenderanno la direzione della riduzione del proprio habitat o addirittura dell’estinzione. Le seconde si adatteranno alle nuove condizioni di vita e occuperanno anche lo spazio lasciato libero dagli sconfitti. Dove, nel nuovo equilibrio, si collocherà la specie umana resta tutto da vedere. Nonostante la loro ingegnosità, per gli esseri umani non sarà scontato adattarsi a un mondo con più parassiti e malattie infettive, un’agricoltura ostacolata da meteo estremo e nuovi patogeni, temperature che in estate raggiungono livelli nocivi per la salute.

Disinfestazioni a Dacca, in Bangladesh, contro il rischio dengue (foto: Mamunur Rashid/NurPhoto)
Disinfestazioni a Dacca, in Bangladesh, contro il rischio dengue (foto: Mamunur Rashid/NurPhoto) 

Umanità e zanzare

La Dengue è una febbre tropicale trasmessa da alcuni virus tramite le zanzare. "Dal 2010 al 2014 – cita l’Ecdc, lo European Centre for Disease Prevention and Control – abbiamo registrato in Europa 579 casi autoctoni trasmessi da Aedes albopictus". Si tratta di infezioni non avvenute in viaggio nei Paesi tropicali, ma contratte a casa con una banale puntura di zanzara tigre, mentre magari ci si godeva il fresco in giardino o in terrazza. La stragrande maggioranza di questi casi è stata registrata a partire dal 2022, con una chiara tendenza all’aumento: 71 nel 2022, 130 nel 2023 e 304 nel 2024. I contagi avvenuti in Italia sono stati oltre la metà di quelli complessivi europei: 305. Al fenomeno non è estraneo l’aumento globale delle temperature. Anche nelle sue malattie infatti l’Italia si sta avvicinando a una condizione di Paese tropicale. "Il cambiamento climatico – scrive ancora l’Ecdc nel suo ultimo rapporto sugli scenari sanitari del futuro, uscito ad aprile – aggrava le malattie infettive attraverso diversi meccanismi. Fa crescere sia il rischio di patologie trasmesse da vettori che quello di zoonosi". Le patologie trasmesse da vettori sono le infezioni dai nomi esotici come Dengue, Zika, Chikungunya, mediate da zanzare che a loro volta hanno invaso l’Italia partendo dalle aree tropicali del Sud-est asiatico. Il primo esemplare di zanzara tigre è stato infatti avvistato a Genova, non a caso una città portuale, nel 1990. "A causa del cambiamento climatico – spiega l’Ecdc – i periodi con condizioni ambientali favorevoli per la moltiplicazione delle invasive zanzare Aedes sono destinati ad allungarsi".

La prima vittima

Oggi il cambiamento climatico intacca la salute di 3.500 specie. Lo ha calcolato a maggio uno studio dell’università dell’Oregon pubblicato su BioScience. La prima vittima ufficiale dell’effetto serra è stato il roditore australiano Melomys rubicola, una sorta di topo che viveva sull’isola australiana di Bramble Cay, alta non più di tre metri sul livello del mare. L’innalzamento degli oceani ha ridotto la superficie dell’isolotto da 3,9 a 2,5 ettari, cancellando il 97% degli habitat erbosi che davano sostentamento al roditore. L’ultimo ad avvistarne un esemplare fu un pescatore nel 2009. Cinque anni più tardi una campagna di monitoraggio non diede alcun risultato. Nel 2016 la specie è stata dichiarata estinta per effetto diretto del cambiamento climatico.

Le estinzioni del passato

Anche diverse grandi estinzioni del passato sono state provocate da improvvisi cambiamenti del clima. La più grave, chiamata estinzione di massa del Permiano-Triassico, fu causata proprio da un aumento improvviso della temperatura del Pianeta 252 milioni di anni fa. Al meglio delle nostre conoscenze, oggi si ritiene che una serie di eruzioni liberò nel giro di alcune centinaia di migliaia di anni tanta anidride carbonica nell’atmosfera da innescare un potente effetto serra. Il riscaldamento della Terra (tra 6 e 10 gradi, si stima) causò la perdita del 94% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri. Alberi, arbusti, lucertole, antenati dei mammiferi, insetti, pesci, molluschi e microbi furono in buona parte spazzati via. La vita rischiò di scomparire dal Pianeta. Il declino delle foreste tropicali, incapaci di migrare verso latitudini più fresche nei tempi rapidi del cambiamento, impedì all’anidride carbonica di essere riassorbita. Lo stallo climatico perdurò per milioni di anni, a dimostrazione che nell’ambiente esistono punti di non ritorno che, una volta superati, impediscono che le condizioni di partenza possano essere ripristinate facilmente. Le poche piante sopravvissute all’estinzione del Permiano-Triassico, relegate nelle regioni vicine ai poli o ad alta quota, impiegarono circa 5 milioni di anni per ripopolare la Terra.


La grande migrazione

Per sfuggire al caldo che avanza gli esseri viventi hanno trovato una possibile soluzione: andarsene. Le specie animali, sia marine che terrestri, stanno facendo gradualmente scivolare i loro habitat verso latitudini e altitudini maggiori. I pesci tropicali del mar Rosso sono ormai di casa nel Mediterraneo. Nei mari italiani vivono mille specie aliene, mentre quelle autoctone sono 16mila. Nelle nostre acque il granchio blu è di casa ormai da anni. La nuova specie in espansione è il pesce scorpione, colorato ed elegante, ma munito di spine dorsali velenose. Come il granchio blu, anche lui è buono da mangiare. Le tavole stanno cambiando in Nord Europa e in Canada. Calamari e sardine hanno fatto il loro ingresso nei menù, mentre prima erano assaporati solo nei Paesi dal clima più mite. La tecnica della migrazione verso zone più fresche può funzionare per le specie munite di zampe e di pinne, ma è più impervia per le piante. Quelle sfruttate dall’uomo, come le viti, vengono coltivate con profitto anche in Europa del Nord e Gran Bretagna. Ma le specie che fanno affidamento solo alla dispersione naturale dei semi si trovano in maggiori difficoltà. I margini dei loro spostamenti sono limitati a pochi metri o decine di metri all’anno. Mammiferi o insetti che fanno affidamento a determinati vegetali per il loro nutrimento potrebbero migrare rapidamente, ma solo per trovare che le piante necessarie alla loro sopravvivenza sono rimaste indietro.

In Australia l'alga tossica che sta uccidendo la biodiversità

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La perdita dei colori...

Uno degli ecosistemi più colorati del Pianeta – la barriera corallina – è anche uno dei più sensibili alle variazioni di temperatura. I coralli prosperano a temperature comprese tra i 23 e i 29 gradi. L’anno scorso perfino nel Mediterraneo – un mare dove vivono alcune specie di coralli, ma non avviene la formazione di una barriera vera e propria – d’estate i mari hanno superato a più riprese i 30 gradi, temperatura più tipica delle acque tropicali ed equatoriali. Nel complesso degli oceani, ha calcolato il servizio di satelliti europeo per l’ambiente Copernicus, la temperatura è aumentata di mezzo grado rispetto alla media degli ultimi quarant’anni. È un valore inferiore rispetto all’atmosfera (che si sta pericolosamente stabilizzando su un eccesso di un grado e mezzo), dal momento che l’acqua assorbe calore più lentamente in confronto all’aria. A causa di questa inerzia però, una volta innescato, il riscaldamento dei mari tende a proseguire per periodi più lunghi. E nel 2024, per quanto riguarda la salute dei coralli, i nodi hanno iniziato a venire al pettine. Secondo la Noaa (la National Oceanic and Atmospheric Administration), “più del 54% delle aree coralline hanno subito uno sbiancamento in tutto gli oceani: Atlantico, Pacifico e Indiano”. Basta infatti un grado di temperatura in più perché la struttura calcarea costruita da miriadi di polipi lunghi pochi millimetri perda il suo rapporto di simbiosi con le microscopiche alghe chiamate zooxantelle, che si nutrono dei prodotti di scarto dei polipi e gli donano zuccheri (prodotti con la fotosintesi), oltre a meravigliosi colori che vanno dal bruno al verde, dal giallo al rosso e al blu.

Piante di cacao in Costa d'Avorio, Africa (foto: Dpa/Picture Alliance via Getty Images)
Piante di cacao in Costa d'Avorio, Africa (foto: Dpa/Picture Alliance via Getty Images) 

...e dei sapori

Secondo una ricerca pubblicata di recente dall’università brasiliana di Itajubá su Science of the Total Environment alla fine del secolo avremo perso fra il 35% e il 75% delle terre adatte alla coltivazione del caffè. La varietà più apprezzata, l’arabica, soffre infatti se le temperature fuoriescono dal ventaglio 18-23 gradi. Già oggi in molte aree si è vicini al margine superiore. Il caldo favorisce poi alcune specie di funghi e insetti capaci di distruggere interi raccolti. Senza aspettare il 2.100, il costo dei 2 miliardi di tazzine consumante ogni giorno nel mondo è schizzato da 1,12 dollari alla libbra del 2020 agli odierni 2,88. Un discorso simile vale per il cacao. Nel 2020 valeva 2mila dollari alla tonnellata. Oggi è a 7.900. Sballottati tra siccità, alluvioni e parassiti più virulenti a causa del caldo, i grandi produttori come Ghana e Costa d’Avorio hanno registrato negli ultimi anni grossi cali di produzione. A ridurre ulteriormente i possibili gusti del nostro cibo contribuisce un altro studio su Frontiers in Plant Science dell’università di Lovanio e dell’università del Costa Rica. Molte varietà di pianta di vaniglia, spiega la ricerca, si basano su una o poche specie di impollinatori. Lo scarto fra la velocità con cui gli insetti migrano per sfuggire al caldo e quella con cui le piante riescono a trasferire il loro habitat fa sì che i potenziali impollinatori calino anche del 90% da qui al 2050. Caldo e siccità nel 2024 hanno ugualmente fatto salire il prezzo dell’olio d’oliva (con la Spagna, maggiore produttore, rimasta per tutta l’estate senz’acqua) e del succo d’arancia, a causa di una serie di uragani che hanno colpito gli agrumeti della Florida.

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I matrimoni falliti

Molti matrimoni si celebrano grazie a un incontro avvenuto al posto giusto al momento giusto. Anche la salute degli ecosistemi si basa sugli appuntamenti tra specie diverse. Senza dirsi nulla, semplicemente basandosi sulle temperature o sulla lunghezza delle ore di luce, lo spuntare di fiori e foglie, il risveglio degli insetti e il ritorno degli uccelli migratori trovano un concerto che permette agli impollinatori di svolgere il loro lavoro di fecondazione e alle specie nidificanti di nutrire i loro piccoli con insetti o larve appena sviluppate, a loro volta affamate di foglie ancora tenere. Il cambiamento climatico sta alterando alcuni dei messaggi che piante e animali si scambiano per restare in sincronia. Gli uccelli ad esempio stabiliscono la data della loro migrazione primaverile in base alla durata delle giornate, che resta fissa. Vegetali e insetti invece si basano in genere sulla temperatura (che sta variando), ma non sempre alla medesima velocità. In Groenlandia, ad esempio, i caribù migrano ogni primavera verso l’entroterra per riprodursi. Si fanno guidare dalla lunghezza del giorno, mentre le piante di cui si nutrono, a causa del caldo, germogliano 26 giorni prima rispetto a un decennio fa.

Negli ultimi anni gli ecologi hanno iniziato a notare sempre più spesso questo fenomeno, che hanno battezzato phenological mismatch o discrepanza fenologica. Può riguardare il rapporto fra fiori e impollinatori, fra erbivori e piante, ma anche quello fra prede o predatori, quando ad esempio uno dei due sposta il suo habitat verso climi più freschi ma non viene seguito dall’altro. Uno studio di febbraio uscito su Scientific Reports ha osservato il comportamento delle megattere, che ogni anno percorrono fino a 10mila chilometri dalle acque tropicali nelle quali si riproducono fino a quelle antartiche ricche del krill di cui si nutrono. Con l’evoluzione i cetacei hanno affinato il tempismo delle loro migrazioni per farle coincidere con i periodi di massima ricchezza di cibo. Il riscaldamento delle acque però, che anticipa il ciclo biologico del krill, fa sì che spesso le megattere arrivino nei loro usuali siti di alimentazione troppo tardi, e che non trovino cibo sufficiente per nutrire la loro mole imponente.

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La livrea sbagliata

C’è chi manca l’appuntamento, ma anche chi si presenta con il vestito sbagliato. Accade a diverse specie che vivono in alta quota, come donnole e alcune lepri. La loro livrea muta colore, dal marrone al bianco, all’arrivo dell’inverno. Il momento esatto in cui avviene questa mutazione è stato affinato da secoli di evoluzione per aiutare gli animali a mimetizzarsi nella neve. Il riscaldamento climatico ha reso però le montagne sempre più brune, rendendo in alcuni mesi dell’anno le prede lampanti agli occhi dei predatori. Uno studio dell’università del Montana, pubblicato su Science nel 2018, ha calcolato che una lepre con la livrea sbagliata ha il 7% del rischio in più di essere mangiata da una lince.

La deposizione delle uova di una Caretta caretta in Florida, Usa (foto: Mark Conlin-VWPics.com)
La deposizione delle uova di una Caretta caretta in Florida, Usa (foto: Mark Conlin-VWPics.com) 

L’equilibrio fra i sessi

Alcune specie di tartarughe, lucertole e alligatori hanno scelto un metodo arrischiato per determinare l’equilibrio dei sessi: la temperatura. Dal calore cui le uova sono esposte prima della schiusa dipenderà il genere del piccolo. Per molte specie di tartarughe ad esempio un’incubazione nella sabbia al di sotto dei 27,7 gradi farà nascere più individui maschi, al di sopra dei 31 gradi più femmine. In mezzo l’equilibrio dei sessi verrà mantenuto. In Florida per alcune schiuse di tartaruga marina comune si è arrivati a contare il 95% di femmine. L’alligatore americano invece segue l’andamento opposto: l’aumento delle temperature favorisce l’aumento dei maschi, ancora più dannoso ai fini della riproduzione. In entrambi i casi l’assottigliamento di uno dei due sessi ha come conseguenza l’impoverimento della diversità genetica. C’è anche chi ha ipotizzato che una brusca variazione del clima sulla Terra abbia contribuito all’estinzione dei dinosauri, proprio tramite il meccanismo della selezione del sesso attraverso la temperatura.

Piccole fluttuazioni statistiche di questo tipo coinvolgono anche la specie umana. Nel 2014 lo scienziato giapponese Misao Fukuda ha pubblicato la prima osservazione di questo tipo, poi confermata da studi successivi. L’aumento delle temperature causa un piccolo sbilanciamento nelle nascite a favore delle femmine. La proporzione fra i sessi al concepimento è sempre uguale. Più della metà degli embrioni però vengono normalmente persi durante la gestazione, spesso nei primi giorni. In condizioni normali per ogni 100 femmine nascono fra 103 e 106 maschi, dal momento che la mortalità infantile è più alta fra i secondi. L’equilibrio però si altera nei periodi di stress, causato dal caldo o, in Giappone, anche dagli sciami sismici. In questo caso a perdersi lungo il tragitto sono soprattutto le gestazioni di maschi, il sesso più fragile nel periodo fetale. Si tratta di variazioni minime: un aumento della temperatura media del Pianeta di 3 gradi potrebbe sbilanciare le nascite dello 0,18% verso il lato femminile. Sono l’ennesima conferma però di come il cambiamento climatico intacchi l’equilibrio sulla Terra attraverso strade molteplici e imprevedibili.