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AFP or licensors
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L’Italia e gli effetti della crisi climatica

Ghiacciai che spariscono. Città sempre più invivibili a causa del caldo. Boschi in fiamme. Specie invasive e altre a rischio estinzione, in montagna come in mare. Paesaggi ed ecosistemi si stanno trasformando. Ma possiamo ancora intervenire

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“Il suolo crepitava come pane secco, pozzi e sorgenti si seccarono già a maggio; per trovare acqua occorreva spingersi lontano, e dove scorrevano fiumi, il livello era talmente basso da permetterne il guado a piedi nudi. Pozzi e sorgenti erano vigilati con cura, e l’acqua concessa solo al rintocco della campana”. Scriveva così a fine Cinquecento lo storico Johann Jacob Wick, raccontando nella sua Wickiana la terribile estate che nel 1540 mise in ginocchio l’Italia: mancanza assoluta di precipitazioni, fiumi completamente asciutti, invasione di locuste “che volando adombravano il sole”, prezzi del grano alle stelle. Un evento tremendo, ma fortunatamente isolato – un cigno nero, un’anomalia statistica “naturale”, insomma roba da storici: quello che dovrebbe farci preoccupare è che ai giorni nostri, invece, stiamo vivendo e vivremo tanti 1540 uno dopo l’altro, possibilmente sempre peggiori. Questo è il significato profondo della crisi climatica: non più cigni neri, ma preoccupante normalità. Dalle vette alpine ai litorali meridionali, gli effetti del riscaldamento globale si manifestano oggi nel nostro Paese con intensità e frequenza crescenti, creando un mosaico di crisi interconnesse che minacciano gli ecosistemi, la biodiversità e la salute degli esseri umani.

Il Mediterraneo, tradizionalmente caratterizzato da un clima mite, è diventato un vero e proprio hotspot climatico, sperimentando un riscaldamento che, dicono gli esperti, procede a velocità doppia rispetto alla media globale. Mentre il Pianeta si è riscaldato di circa 1,1°C dall’era preindustriale, l’Italia ha registrato un incremento superiore ai due gradi, posizionandosi tra le nazioni più vulnerabili agli impatti climatici; e per di più le previsioni per il futuro non lasciano ben sperare. Secondo le simulazioni degli esperti del Centro Euro-mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (Cmcc), “ci si può attendere un generalizzato innalzamento della temperatura media fino a 5°C in più al 2100 rispetto a inizio secolo, nello scenario peggiore”. Inutile dire che le conseguenze sarebbero devastanti: riduzione delle risorse idriche, instabilità dei suoli, città sempre meno vivibili, incendi boschivi, desertificazione, perdita di produttività colturale ed ecosistemica. Ma non è ancora troppo tardi per correre ai ripari: le strade da percorrere, dicono gli esperti, sono due, l’adattamento e la mitigazione. A passi lunghi e ben distesi.

G&B Festival, Mercogliano e Pasini: "I numeri della crisi"

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Città arroventate

Isole in cui, al posto di sabbia e coralli, dimorano cemento e asfalto. Questo stanno diventando le città italiane, arcipelaghi artificiali in cui l’effetto del riscaldamento è drammaticamente amplificato. "Le nostre città", ci spiega Paola Mercogliano, a capo della Divisione dei modelli regionali e degli impatti geoidrologici del Cmcc, "non sono progettate per resistere alle temperature in aumento. Anzi, i materiali di cui sono fatte le rendono più calde di circa 5-6 gradi rispetto alle aree non urbanizzate, con conseguenze drammatiche per chi le abita". Quantificare le caratteristiche e le conseguenze del riscaldamento delle città, dice Mercogliano, è molto complesso, perché i fattori in gioco sono molti: posizione geografica, estensione e distribuzione del verde urbano, tipo di edilizia, demografia degli abitanti.

Isole di calore: dove trovare rifugio nelle nostre città

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Uno studio condotto da Cnr e Ispra ha misurato l’intensità delle isole di calore superficiale nei 20 capoluoghi di regione italiani durante i mesi estivi dal 2013 al 2023, utilizzando i dati satellitari provenienti da programmi Nasa e Copernicus, evidenziando per esempio che in città con territorio più complesso e collinare, come L’Aquila, Genova, Torino, Trieste e Trento, il centro è spesso più caldo della periferia; nei centri urbani situati in pianura, come Milano, Roma, Napoli e Firenze, le periferie sono invece mediamente più calde del centro. Negli ultimi mesi del 2025 il termometro ha toccato quote inaudite in molte città italiane: 44,1°C a Firenze, 44 a Bologna, 43,7 ad Aosta, cinque giorni consecutivi sopra i 37°C a Milano; il sistema di allerta del ministero della Salute ha registrato giornate in cui a oltre 20 città è stato assegnato simultaneamente il bollino rosso.

Clima, giugno da record: mai così caldo in Europa occidentale

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Tra l’altro, queste ondate di calore colpiscono in modo disuguale la popolazione, e sono sempre le persone più svantaggiate a soffrirne di più: un’analisi condotta da Legambiente a Napoli ha mostrato che nel quartiere periferico di Secondigliano la temperatura media dell’aria ha raggiunto i 39,7°C e un picco al suolo di 81,2°C, mentre al Vomero si è fermata rispettivamente a 36,6°C e 76,2°C. È il cosiddetto fenomeno della cooling poverty: per carenze nelle infrastrutture, negli spazi pubblici e nell’accesso a impianti di raffrescamento sono le fasce di popolazione più povere a subire maggiormente i pericoli del riscaldamento. Cosa fare? "Ripensare le città, predisporre più aree verdi, prendersi cura delle fasce di popolazione più deboli", è il suggerimento di Mercogliano.

Mediterraneo, ma ai Tropici

Nel 2024 le acque del mar Mediterraneo hanno fatto registrare la temperatura media annuale più alta mai osservata nel bacino, oltre 21°C; nei primi mesi dell’estate di quest’anno, le temperature sono state superiori di 5-6°C rispetto alla norma stagionale. La Sardegna ne ha particolarmente sofferto: l’isola dell’Asinara, quest’anno, ha sperimentato ben 14 ondate di calore marino, un record nazionale. E ancora: nel Tirreno, le rilevazioni del Golfo di Napoli hanno fatto registrare per la prima volta un aumento di circa un grado rispetto alla media degli ultimi sette anni, toccando i 15,5°C durante l’inverno. Oltre al riscaldamento, è da considerare anche il processo di acidificazione del mare: l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera sta riducendo il pH dell’acqua, con conseguenze devastanti per gli ecosistemi marini, in particolare nel Tirreno e nello Ionio, come evidenziato nel rapporto Ispra "Strategia per l’ambiente marino”. Tra gli organismi più colpiti, secondo i dati raccolti nel progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia, condotto con la collaborazione del Dipartimento di Scienze della terra, dell’ambiente e della vita dell’Università di Genova e dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale, ci sono le gorgonie, una famiglia di coralli che presentano segni di necrosi, sbiancamento e mortalità diffusa. Al contempo, si stanno diffondendo specie termofile (cioè che proliferano con l’aumento della temperatura dell’acqua) e aliene, che alterano gli equilibri ecologici tradizionali. Le ondate di calore marine stanno inoltre favorendo la formazione di mucillagini, sostanze gelatinose che compromettono la balneabilità delle coste e la salute degli ecosistemi. Come se non bastasse, il fenomeno innesca un circolo vizioso: il calore eccedente immagazzinato dal mare viene rilasciato nell’atmosfera, contribuendo ad alimentare fenomeni meteorologici estremi e prolungando le ondate di calore terrestri.

Marmolada, il ghiacciaio morente

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Ghiacciai in agonia

I ghiacciai italiani stanno scomparendo a un ritmo sempre più accelerato, e il paesaggio alpino si sta trasformando in modo irreversibile. Secondo i dati di un report di Legambiente, realizzato in collaborazione con il Comitato glaciologico e Cipra Italia, lo scorso anno, il ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane, ha registrato una perdita di spessore di 3 metri nel settore frontale, con effetti della fusione che si sono spinti oltre i 3mila metri di quota; il ghiacciaio del Careser ha perso in media 190 centimetri di spessore, e quelli altoatesini della Vedretta Lunga e della Vedretta di Ries hanno subito perdite sulle lingue glaciali fino a 2 metri. Sorte ancora peggiore per il Monte Rosa, dove il ghiacciaio di Flua è ormi ufficialmente estinto: nell’Ottocento si estendeva per oltre 80 ettari, e oggi non rimane che un mare di rocce e detriti. Le proiezioni per il futuro non lasciano ben sperare: secondo lo studio Ghiacciai italiani, addio, commissionato da Legambiente a un gruppo di scienziati svizzeri e italiani, nel 2050 dovremo dire addio a quasi la metà della superficie attualmente coperta dai ghiacci sulle Alpi italiane, ed entro la fine del secolo – se non si interviene drasticamente sulle emissioni – perderemo il 94% della superficie ghiacciata.

Le conseguenze potrebbero essere drammatiche, specie dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico: nel 2050, la Valle d’Aosta avrà perso più di 2 miliardi di metri cubi di acqua, il Trentino Alto-Adige 1,72 miliardi e la Lombardia 1,70 miliardi, con ripercussioni immediate anche sull’agricoltura e sulla produzione idroelettrica. Ancora, la soluzione sta nel periodo ipotetico di cui sopra: “se non si interviene drasticamente sulle emissioni”.

Monte Rosa, il ghiacciaio di Flua non c'è più

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Biodiversità sotto assedio

La biodiversità è un patrimonio inestimabile del nostro Paese. In Italia risiedono la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali di tutta Europa: una ricchezza che la crisi climatica sta progressivamente intaccando. Secondo un rapporto presentato dal Wwf in occasione della Giornata mondiale della biodiversità, il 68% degli ecosistemi italiani si trova in pericolo, e per il 35% il pericolo è definito “critico”. Particolarmente vulnerabili sono l’ecoregione padana, con il 100% degli ecosistemi a rischio, e le aree costiere; stando alle Liste rosse dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, (Iucn) circa l’89% degli habitat di interesse comunitario in Italia mostra segni di degrado. La crisi climatica sta costringendo molte specie a migrare verso quote più elevate o latitudini settentrionali per trovare condizioni più tollerabili. Perfino gli alberi si spostano: specie come l’abete bianco e il faggio europeo stanno scomparendo dalle loro posizioni attuali o migrare in altitudine per diverse centinaia di metri.

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Tra gli animali più vulnerabili, invece, figurano l’orso bruno marsicano (ne resterebbero solo una cinquantina di esemplari negli Appennini), l’aquila fasciata, il capovaccaio, la pernice bianca e numerose specie di farfalle diurne. Non se la passano bene neanche gli anfibi, con il 41% delle specie minacciate (un caso emblematico è il “rospo della vanga”, o Pelobate fosco, un tempo molto diffuso nella Pianura padana e oggi quasi decimato a causa della scomparsa delle risaie e del consumo del suolo), e molti mammiferi, con un quarto delle specie a rischio.

Foreste e montagne in trasformazione

Ultima ma non meno importante, la situazione delle foreste. Nell’ultimo secolo è mezzo si sono verificate riduzioni degli areali forestali del 60% nelle Alpi, con punte fino all’82% nelle Alpi Giulie e al 97% nelle Alpi Marittime. La neve al suolo ha subito un costante decremento negli ultimi dieci anni, lasciando spazio a sterpaglie aride e invivibili: e sterpaglie e simili non fanno che aumentare il rischio di incendi. Dal 2000 al 2017 sono andati in fumo 8 milioni e mezzo di ettari nel bacino del Mediterraneo, un’area grande tre volte e mezzo la Sardegna. La salvaguardia delle foreste non è importante solo per la tutela degli esseri viventi che le abitano: gli alberi sono infatti una risorsa essenziale nella mitigazione della crisi climatica, grazie alla loro capacità di assorbire e trattenere l’anidride carbonica – si stima che gli undici milioni di ettari di foreste italiane siano in grado di trattenere quattro miliardi e mezzo di CO? – e, nonostante ciò, solo il 18% della superficie italiana può contare su un piano di gestione ad hoc. Oltre al riscaldamento, ad aumentare il rischio incendi sono anche il progressivo abbandono di aree agricole e di pascolo, la mancanza di gestione del territorio e un approccio che si concentra principalmente sulla lotta agli incendi attivi piuttosto che sulla loro prevenzione. Altre cose da ripensare nell’immediato.