“Quel giorno io c’ero e ho assistito ad una scena che non dimenticherò. Quando gli elefanti l’hanno vista arrivare le sono andati incontro, Lek Chailert ha aspettato che si avvicinassero, poi si è abbassata, ha cantato una melodia e loro hanno risposto al suo canto. Io ero lì e non ho fatto altro che catturare quell’attimo. Sospeso tra sogno e realtà”. Così Gianmarco Di Costanzo, noto fotografo italiano, reporter e videomaker, autore di grandi reportage ambientali apparsi su molte testate internazionali, racconta il suo incontro con la fondatrice dell’Elephant Nature Park. Un santuario per elefanti feriti o abbandonati in Thailandia, paese che per decenni ha sfruttato questi animali, prima nella fase del disboscamento utilizzandoli per trasportare tronchi di alberi, poi per far divertire i turisti e il pubblico del circo. Molti proprietari dei campeggi li addestravano a ballare, andare in moto, giocare a freccette o all'hula hoop, camminare su una corda o suonare l'armonica. Lek Chailert li ha sottratti da quella vita.
Elefanti costretti agli spettacoli per turisti
“Nel parco non ci sono catene, o spettacoli, non ci sono frustate e gli elefanti non sono costretti a fare inchini o trasportare tronchi, ma solo amore e rispetto per la natura”, racconta Gianmarco Di Costanzo che ha dedicato alla donna che cantava agli elefanti e al suo lavoro un bellissimo reportage pubblicato da poco su The Guardian dal titolo “Lek”. Lei, minuta ma dotata di una forza e una tenacia straordinaria aveva cinque anni quando nel villaggio dove era nata della Thailandia rurale senza elettricità e acqua corrente, ha visto per la prima volta un elefante, 16 quando fu spettatrice di un episodio che cambiò per sempre la sua vita. “Udì un urlo provenire dalla foresta. Si arrampicò tra gli alberi finché non vide un elefante maschio che razzolava nel fango mentre cercava, senza successo, di trascinare un tronco fuori da un fosso. Ogni tentativo fallito veniva punito dai taglialegna e dal mahout, il guardiano degli elefanti. Uno sparava una fionda all'animale, un altro lo pugnalava con un coltello e un terzo gli conficcava una punta nella zampa. A ogni colpo, l'animale emetteva un grido di dolore” scrive il The Guardian. Da quel momento, Lek Chailert, che oggi ha 64 anni, giurò che li avrebbe salvati. Comprò per 30 mila dollari quattro ettari di terreno dove ospitò nove elefanti fino a quel momento utilizzati per far divertire i turisti. Era il 1996.
Oggi gli elefanti salvati sono 120, vivono nel parco che negli anni è cresciuto fino a oltre mille ettari. La svolta è arrivata quando la sua storia venne raccontata in un documentario prodotto dal National Geographic girato con Meg Ryan e una coppia texana la contattò per acquistare un appezzamento di terreno di 20 ettari nella Thailandia settentrionale, vicino a Chiang Mai. Da quel momento, era il 2003, nacque l'Elephant Nature Park.
“Raccontare senza spettacolarizzare”
“Avevo letto la storia di questa donna straordinaria e visto anche il documentario – racconta ancora Gianmarco Di Costanzo che ha avuto la possibilità di incontrare Lek Chailert mentre era impegnato a lavorare su un altro reportage - non ci ho pensato due volte e ho detto alla persona che la conosceva che sarei andato a trovarla subito. Ho preso a noleggio una moto e sono partito percorrendo centinaia di chilometri. Perché proprio lei? Perché Lek non salva solo gli animali, ma restituisce loro dignità e libertà. Volevo fotografare come sia riuscita ad instaurare un rapporto di fiducia con gli elefanti”, racconta l’autore del reportage che ha vissuto un periodo nel parco. E le foto che ha scattato, tra cui quella ritrae il momento in cui “canta” con gli elefanti, raccontano proprio questo rinsaldarsi dei legami interrotti tra gli uomini e la natura. Senza spettacolarizzare.
“Non voglio stupire, nemmeno fare foto documentaristiche o da manifesto. Quando si è impegnati in un reportage di questo tipo sull’ambiente o che coinvolgono animali, non cerco la luce migliore e l’angolatura perfetta, ma aspetto con pazienza quell’immagine che trasmette empatia, che racconti a chi la guarderà il legame tra la donna che ha dedicato tutta la sua vita a salvare gli elefanti maltrattati e questi giganti così fieri. Se poi la luce non era proprio quella giusta, pazienza”. Il risultato è un racconto per immagini di momenti toccanti, con Lek Chailert che li accarezza, seduta con loro, scatti eleganti e potenti. “Nelle foto cerco la bellezza, l’estetica, ma non convenzionale, che vada oltre uno stile. E poi aspetto il momento perfetto. Se mi sento un attivista ambientale? Di sicuro, spero che reportage come quelli all’Elephant Nature Park riescano a cambiare la mentalità, ad esempio a pensare un nuovo modo di turismo sostenibile e rispettoso”.
Il programma di conservazione è finanziato da visitatori e volontari che pagano per lavorare al progetto. Ma nonostante il successo del santuario, Chailert teme per il futuro degli elefanti asiatici, che a suo avviso stanno diminuendo in Thailandia, nonostante i dati ufficiali mostrino un costante aumento della popolazione. Ha raccontato: "In tutta l'Asia, molte persone stanno iniziando a odiare gli elefanti. Il conflitto tra uomo e fauna selvatica è un grosso problema. Molti sono morti per essere stati colpiti da arma da fuoco e avvelenati".