Green&Blue

L’intervista

“La crisi del clima centrale a Davos. Si è capito che impatta sull’economia”

Giulio Boccaletti

Giulio Boccaletti

 

Per Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Cmcc “al netto della retorica di Trump il vento dell’elettrificazione è ormai inarrestabile”

2 minuti di lettura

Che clima c’è a Davos? “Fuori dal cento congressi che ospita il World Economic Forum 2026 tanta neve e molto freddo”, sta al gioco Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro EuroMediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc). Ma la domanda riguarda in realtà il riscaldamento globale, centrale nelle più recenti edizioni del Forum organizzato tra le Alpi svizzere, e ora apparentemente uscito dall’agenda dei potenti (politici ed economici) la cui attenzione è stata monopolizzata dal presidente statunitense Donald Trump.

Non si è dunque parlato di clima a Davos, professor Boccaletti?

“In realtà io non ho fatto altro, in questi giorni. E ho avuto decine di incontri con rappresentati di governi e compagnie private”.

Quindi è falso che il global warming non sia più un tema centrale per i protagonisti del Forum? Ricordiamo l’arringa di Greta Thumberg davanti ai potenti ammutoliti nel 2020…

“Non è più un tema etico-morale come lo è stato in passato. E’ stato assorbito da un pragmatismo generalizzato. Ed è un po’ quello che si voleva: si è lavorato tanto perché l’innalzamento delle temperature e le relative conseguenze entrasse a far parte del business as usual. Ecco ora questi temi fanno parte del business. Però il clima non è assolutamente scomparso da Davos…”.

In che termini se ne parla adesso?

“Quando per esempio si discute di AI, si ragiona su come usarla per facilitare la transizione energetica o per prevedere i cambiamenti climatici. E anche nelle conversazioni geopolitiche, per esempio il dibattito sulla Groenlandia, tutto nasce dal fatto che lo scioglimento dei ghiacci polari sta aprendo nuove rotte nell’Artico. Qui a Davos ho anche partecipato a un dibattito sull’impatto che gli eventi estremi stanno avendo sul mondo delle assicurazioni e di conseguenza su quello finanziario: si pensi solo ai roghi dei mesi scorsi in California. Di sicuro, Non c’è più spazio per l’indignazione sul clima, forse anche perché ci sono guerre in corso con migliaia di morti”.

Anche le crisi ambientali hanno e avranno prezzi molto alti.

“E infatti le considerazioni sull’ambiente giocano un ruolo fondamentale in queste discussioni. Chi partecipa al World Economic Forum si rende conto che il clima sta cambiando: non sono più solo teorie, ora è diventato un fatto economico, appunto. Gli europei hanno compreso che la transizione energetica è assolutamente necessaria perché abbiamo poche risorse fossili. I politici possono forse non dirlo pubblicamente, per non polemizzare con l’Amministrazione Usa, ma sanno bene quali sono le previsioni dei climatologi per i prossimi anni e sanno anche che Trump sarà bello che andato quando ci saranno da affrontare temperature di 2-3 gradi superiori ai livelli pre-industriali”.

A proposito di geopolitica, molte analisi configurano quello in corso come uno scontro tra petro-stati ed elettro-stati. Condivide?

“E’ una diagnosi fattuale della situazione, ma forse semplifica troppo il quadro. La Cina non ha grandi riserve fossili e quindi ha senso che punti sulla elettrificazione. Però, al netto della retorica di Trump, non è che si stia estraendo molto più petrolio che in passato. E’ l’economia che decide su queste cose, sono le compagnie che devono valutare se investire su un nuovo giacimento in base ai costi di estrazione, che devono essere minimi, e ai rendimenti previsti nei trent’anni successivi. E il vento dell’elettrificazione è ormai inarrestabile”.

Quel vento gonfierà anche le vele europee?

“L’Europa ha perso l’occasione delle rinnovabili: non siamo stati in grado di convertire il vantaggio competitivo che avevamo 20 anni fa nella produzione di queste tecnologie in una industrializzazione a scala continentale. Cosa che invece ha fatto la Cina, sottraendoci quel mercato. Però la discussione sulla trasformazione energetica non si può fare senza prima discutere una nuova struttura industriale”.

Ci spieghi.

“La competizione non è tra petro-stati ed elettro-stati. Ma tra settori innovativi capaci di creare nuovo valore. E’ il motivo per cui qui a Davos si parla moltissimo di Intelligenza artificiale: anche in questo caso si tratta di innovazioni spesso realizzate in Europa ma industrializzate altrove. Ed è per questo che ora la Commissione Ue sta pensando a un escamotage per far nascere ‘campioni continentali’ su automazione, AI, industria biomedica, invece di avviare pratiche in 27 Paesi diversi. Perché nella realtà non abbiamo un mercato unico ma 27 mercati molto integrati. Insomma, la vera competizione non sarà su come si produce l’energia, con il petrolio o con il fotovoltaico, ma per cosa la si userà”.