Che cosa è successo a Niscemi dal punto di vista geologico? Perché e come è avvenuta la frana? Come mai si parla di frana a scorrimento e perché si è verificato un distacco di quasi 25 metri lungo un fronte di quattro chilometri? Potrà ripetersi? Domande che abbiamo posto a uno dei massimi esperti di frane, il geologo Fausto Guzzetti, ora ricercatore del CNR-Imati e autore di oltre 150 pubblicazioni, oltre ad essere ex direttore dell'istituto di ricerca per la protezione idrogeologica e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Conoscere quanto accaduto in Sicilia è fondamentale, in un'italia con 1200 frane sotto costante monitoraggio, per adattarsi e pianificare in vista del futuro: le stesse condizioni geologiche di Niscemi infatti, riguardano molte altre città dello Stivale.
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In maniera semplice, cosa è accaduto a Niscemi dal punto di vista geologico?
“A Niscemi c’è una condizione geologica semplice: il territorio è fatto di strati di sabbie che costituiscono la trave del tabulato su cui è fondato il paese. Sotto quella “trave” ci sono dei depositi argillosi. Questi depositi sono tipicamente più deboli e sono anche impermeabili a differenza delle sabbie permeabili. Per cui in casi di grandi quantità d’acqua, come accaduto, è come se avessimo messo una spugna sopra lo strato di argille: hanno iniziato a bagnarsi anche loro e a diminuire le loro caratteristiche meccaniche e, di conseguenza, ad innescare la frana, collegata allo scorrimento fra i due strati”.
Dunque l’acqua è il fattore scatenante della frana?
“Possiamo dire che con piogge intense tutta l’infiltrazione nell’area è stata particolarmente elevata e quindi si è arrivati alla frana. Ma ci sono altri fattori. Stupisce per esempio anche i geologi la grandezza della frana, per cui bisognerà indagare in futuro sul perché sia così grande e se il paese abbia avuto un ruolo. Mi riferisco al livello e la manutenzione dell'impermeabilizzazione di strade, fognature, condutture d’acqua o acquedotti, che se non mantenuti e controllati come si dovrebbe possono accumulare ancora più acqua e fare in modo che arrivi in maniera efficace alle argille”.
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Su che sabbia è costruito il paese siciliano? Poteva essere previsto il disastro?
“Geologicamente parliamo di sabbia giovane, di meno di 2 milioni di anni. Sulle previsioni è complesso esprimersi, ma possiamo dire che sul breve termine non è semplice. Per le frane piccole normalmente c’è un link fra piogge intense, come quelle dettate dalla crisi del clima, e frane, che è quasi immediato. A Niscemi però non è andata così: ci sono state ore e quasi giornate intere di piogge precedenti, poi solo successivamente è avvenuta la frana. Questo perché è particolarmente profonda: lo scivolamento ha bisogno di spessore per avvenire, serve acqua e tempo per accumularsi con tempi di ricarica della falda lunghi, a volte di mesi. Con le frane grandi è dunque più difficile fare previsioni”.
In Italia ci sono altre realtà simili geologicamente a Niscemi?
“Tantissime. La stessa situazione “stratigrafica”, con noi chiamiamo quella in cui esistono sabbie in cima al monte che sovrastano determinate argille, c’è praticamente in tutta Italia, in particolare in Emilia-Romagna, la costa adriatica, la Toscana e la Sicilia. Niscemi non è una anomalia, è una delle tante realtà dove oltretutto era facile e comodo costruire centri abitati: tabulati di quella composizione di roccia e sabbie, asciutti, storicamente in passato erano ideali per realizzare case. Ma dal punto di vista geologico non sono proprio condizioni ideali. Solo che quando le abitazioni sono state fatte, come negli anni Sessanta, c’erano ancora poche conoscenze e scarsa consapevolezza”.
Nel mondo le frane rappresentano il 17% dei disastri mortali. Quanto sono collegate al cambiamento climatico?
“Si discute molto di questo ed è una questione complicata. Quello che posso dire è che come ‘frana’ intendiamo oggetti molto diversi: dalle colate di detriti in montagna sino a giganteschi scivolamenti come a Niscemi, che però rispondono in modo diverso agli impatti del nuovo clima. In generale le frane piccole a causa delle piogge più intense portate dalla crisi climatica aumenteranno, mentre quelle grandi potrebbero diminuire perché la stessa quantità acqua che un tempo cadeva in mesi ora è concentrata in pochi giorni e di conseguenza il terreno resta meno imbibito d’acqua per tanto tempo”.
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Si potrà ripristinare la scarpata di Niscemi?
“Diciamo che quanto avvenuto deve farci riflettere per lavorare su mitigazione e adattamento e la manutenzione delle reti di drenaggio urbano. Parallelamente poi si avvierà probabilmente il consolidamento dell’enorme scarpata ma non sarà semplice, costerà molti soldi e bisognerà evitare di costruire”.
Questa grande frana deve suonare come un campanello d’allarme per il futuro?
“Guardi, pochi mesi fa i colleghi di Ispra hanno diffuso questi dati (da record in Europa, ndr): 680mila frane in Italia come totale di quelle cartografate negli anni, alcune antiche altre di oggi. Solo in Emilia Romagna a maggio 2023 con le alluvioni abbiamo avuto oltre 80mila frane in soli cinque o seimila chilometri quadrati di territorio. Tutti dati già impressionanti che avrebbero dovuto, prima di oggi, far suonare un serio campanello d’allarme”.
Cosa si può fare per evitare le frane dunque?
“Primo, manutenzione del territorio. Molte frane superficiali avvengono per scarsa manutenzione del reticolo stradale, ripartiamo da lì. Secondo, lavorare in ambito agricoltura: negli anni Cinquanta le pezzature medie dei campi erano più piccole, ora sono più grandi e questo sta cambiando l’ idrologia, fattore di cui dobbiamo tenere conto. Poi nel complicato mosaico italiano dobbiamo considerare che le zone più soggette a frane sono quelle costruite nel Dopoguerra nell’espansione attorno a centri storici. Serve una mappatura completa delle aree e più dati geologici, ma questo ha un costo che la politica, tenendo conto che ormai in media le frane per fortuna fanno poche vittime, circa venti all'anno, non intende di solito supportare. Ogni stagione andrebbe fatta una mappatura, costosa sì, ma sicuramente meno esosa dei milioni di euro che serviranno per esempio ora a sistemare Niscemi. Fino ad adesso non c’è stato interesse a investire in conoscenza territoriale: se ci fosse forse capiremmo il primo passo da fare, smettere innanzitutto di consumare suolo”.