Il pomo della discordia: simbolo di agricoltura sostenibile e valli montane baciate dal sole, o invece frutto che, come tanti altri, per essere prodotto in quantità e qualità estetiche tali da conquistare i mercati ha bisogno della chimica di sintesi? Sulla contaminazione delle mele (non solo in Italia) si discute da anni. La settimana scorsa è stato diffuso un nuovo rapporto che punta il dito sui pesticidi: lo ha pubblicato Pesticide action network europe (Pan), ong che analizza prodotti agroalimentari per rilevare possibili contaminazioni tossiche. Pan Europe ha fatto analizzare circa 60 mele acquistate in 13 paesi europei, tra cui Francia, Spagna, Italia e Polonia, alla ricerca di residui chimici. Il laboratorio indipendente che ha svolto le analisi ha considerato contaminate da pesticidi tutte le mele che superano il valore minimo di quantificazione (cioè la quantità minima rilevabile con certezza) di 10 microgrammi di inquinante per chilo. Il risultato è stato che l'85% dei campioni conteneva più di un residuo di pesticida. Il risultato peggiore ha riguardato le mele acquistate in Lussemburgo e Repubblica Ceca: sono risultate contenere 7 pesticidi in un solo frutto. Il Paese meno contaminato è la Danimarca, con un unico pesticida presente in tutti e cinque i campioni di mele analizzate.
E le mele italiane? La raccolta dei campioni è stata affidata all’associazione Isde, medici per l’ambiente, ed è stata effettuata direttamente dal cestino di due produttori locali, ad Eyrs in Val Venosta e a Rabland in provincia di Bolzano: le tipologie scelte sono Golden Delicious, Pinova, Jonagold, Gala, Sweetango. In quattro delle cinque mele cresciute in Italia sono stati trovate tracce di due specifici prodotti chimici considerati pericolosi dalla comunità scientifica europea, l’Acetaprimid e il Fludioxinil. Il primo è un insetticida tossico per le api, con risultati scientifici che indicano la tossicità per lo sviluppo cerebrale dei feti. Il secondo è un pesticida contenente Pfas. Va precisato che il “valore minimo di quantificazione” è cosa ben diversa (e assai più basso) dalla soglia massima ammessa per legge. Tuttavia segnala la presenza di sostanze indesiderate.
“Non è una novità”, dice Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente e tra gli autori del dossier "Stop pesticidi nel piatto”, pubblicato annualmente dall’associazione. “Dal nostro lavoro di analisi di dati pubblici emerge chiaramente che il 74% della frutta e il 40% della verdura che mangiamo tutti i giorni hanno comunque residui di pesticidi. Può essere una sola molecola o più molecole insieme. La maggior parte di questi residui sono sotto i limiti di legge. Insomma non sono illegali. Ma la legge attuale non tiene conto degli effetti additivi e sinergici che possono esserci tra le varie sostanze e se l’assunzione è prolungata nel tempo”. E le mele? “Rappresentano la punta dell’iceberg, come altre monocolture concentrate in aree limitate del Paese. Le mele in Trentino e Alto Adige, appunto, il prosecco in Veneto, le nocciole nel Viterbese…”.
Luigi Mariotti è un volontario del Wwf di Bolzano e fa parte del comitato Stop pesticidi. “Da qualche anno organizziamo una marcia, nata proprio in Veneto dopo il boom del prosecco”. Il comitato un anno fa ha lanciato una petizione contro l’uso dei pesticidi in Alto Adige, utilizzati soprattutto nei meleti: “Si fa credere che sia una agricoltura sostenibile, ma dietro ci sono tante sostanze chimiche”, dice Mariotti. “La coltivazione è così intensiva che nella Valle dell’Adige si producono la metà delle mele italiane. E un altro 20% viene dal Trentino, dalla Val di Non soprattutto. Le valli sono sfruttate fino all’ultimo metro con frutteti vicino alle case che poi vengono irrorati anche 25-30 volte in un anno”.
Il problema pesticidi se può allarmare i consumatori, riguarda soprattutto i residenti. “Solo il 7-10% dei pesticidi irrorati rimangono sulla pianta o sul frutto. Il 90-95% va a finire in acqua, in aria, nel suolo, mettendo a rischio la biodiversità”, spiega Gentili. “E i consorzi sono molto efficienti perché lavano più volte le mele in grandi vasche per togliere i residui dalla buccia”, aggiunge Mariotti. “Il problema ce l’abbiamo soprattutto noi che viviamo a stretto contatto con queste colture”. Ma chi fa i controlli a tutela dei cittadini e dell’ambiente? “Da noi La provincia di Bolzano ha fatto misurazioni, che sono pubbliche, ogni anno in un centro abitato diverso: si vede che queste sostanze sono nell’aria. Più pesticidi contemporaneamente. Ma per l’aria non ci sono dei limiti di legge, quindi difficile dire se siano tanti o pochi. Le soglie ci sono per l’acqua e in alcuni casi sono stati superati. Il problema è che la politica sostiene questo sistema di produzione, perché ha un indotto importante e produce ricchezza”.
Ci sono poi gli studi scientifici indipendenti. Uno dei più citati è stato pubblicato da Nature nel dicembre del 2024 con il titolo “Contaminazione diffusa di suoli e vegetazione con residui di pesticidi di uso corrente lungo gradienti altitudinali in una valle alpina europea”. E iniziava così: “Il campionamento è stato effettuato in 53 siti lungo undici transetti altitudinali nella Val Venosta (Alto Adige, Italia), nella più grande area di coltivazione di mele d'Europa. Sono stati rilevati complessivamente 27 pesticidi (10 insetticidi, 11 fungicidi e 6 erbicidi), provenienti principalmente da meleti”.
Sollecitato da Green&Blue, il Consorzio Mela Alto Adige ha dato la sua versione sul tema pesticidi: “Desideriamo innanzitutto sottolineare che le mele altoatesine vengono controllate regolarmente lungo tutta la filiera e il 100% dei campioni rientra nei limiti di legge previsti dalla normativa europea. Inoltre, i requisiti della grande distribuzione vanno spesso oltre gli obblighi normativi, e anche questi standard più severi vengono rispettati”. Il Consorzio cita inoltre i dati del Centro di Sperimentazione Laimburg e sottolinea che “è fondamentale distinguere tra semplice rilevamento analitico e reale rilevanza sanitaria.
Per quanto riguarda l’indagine di Pan Europe, va precisato che si basa su soli cinque campioni e non rappresenta uno studio scientifico. La stessa Pan ha confermato che nessun limite massimo di residui è stato superato”. Resta comunque il tema dell’uso dei pesticidi e della loro diffusione, se non sulle nostre tavole oltre i limiti di legge, nell’ambiente delle valli trentine e altoatesine. “Sappiamo che gli agricoltori si ritrovano da soli a fronteggiare crisi climatica, specie aliene e altre insidie. ma il sistema va convertito” conclude Gentili di Legambiente. "Entro il 2030 la Ue chiede di ridurre del 50% l’uso di pesticidi. Siamo ancora molto lontani. E le ultime decisioni della Commissione allargano le maglie per le sostanze chimiche utilizzabili. In Italia, poi, l’ultima stesura del regolamento sui pesticidi risale al 2014”.